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Un professore 2

Claudia Pandolfi: “Un Professore parla a noi adulti che facciamo disastri, i ragazzi sono più centrati”

Claudia Pandolfi è Anita Ferro nella fiction di Rai 1 Un Professore 2. Un’attrice poliedrica, volto in egual misura di cinema e tv, grata e innamorata del proprio lavoro iniziato quando era una ragazzina, racconta a Fanpage cosa si nasconde dietro una serie scritta per i ragazzi, ma che parla agli adulti.
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A cura di Ilaria Costabile
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Claudia Pandolfi ha una parlatina fluida, frizzante che non stanca l'interlocutore, ma anzi tiene alto il ritmo della conversazione. Ed è importante, soprattutto quando ci sono molte cose da raccontare. La sua carriera da attrice interseca perfettamente cinema, televisione e da qualche tempo anche piattaforme streaming. Ora è in prima serata su Rai1 con Un Professore 2, la serie con Alessandro Gassman, diretta da Alessandro Casale, in cui interpreta Anita Ferro.

Una donna che vive in un vortice tra passato e presente, alla ricerca di un equilibrio, perennemente indecisa, in poche parole il suo opposto: "A volte non abbiamo voglia di scegliere, ma ho capito presto che una non scelta è comunque una scelta, quindi tanto vale sbagliare, e poi magari provare a fare meglio". 

Alla soglia dei 50 anni, di cui 30 passati davanti alla macchina da presa, Claudia Pandolfi si dice "eternamente grata" per questo mestiere, di cui si è innamorata sin dal primo istante in cui ha dovuto ripetere le battute: "È un lavoro bellissimo, pieno di opportunità, ci sono anche zone d'ombra, ma sono di più quelle di luce".

Hai definito Un professore una fiction profonda e che va "dritta al punto". Qual è il punto di forza di una serie come questa che potrebbe sembrare qualcosa di già visto? 

Il cardine è Dante (Alessandro Gassman ndr.), la capacità di ascolto che applica nel suo lavoro. L'ho definita dritta perché dove c'è comunicazione, c'è la soluzione dei problemi. Dante è un uomo che non si nasconde, che vuole sviscerare tutto, almeno con i suoi ragazzi, nei rapporti familiari e di coppia è più fumoso. Un professore così è trascinante per gli adulti che vorrebbero averlo avuto, per i ragazzi che adorerebbero avere un interlocutore di questa pasta. Infine di vincente c'è l'onestà con cui vengono trattati gli argomenti, l'inclusione, la considerazione del diverso in tutte le sue sfaccettature.

È una fiction nata per parlare ai giovani, ma c'è qualcosa che può insegnare anche agli adulti?

Credo che sia esattamente il contrario. È una serie rivolta ad un pubblico adulto che tenta di parlare ai ragazzi. Per assurdo sono molto più centrati, sembra che i problemi li abbiano gli adulti, e siano anche più difficili da gestire. Le vecchie generazioni devono trovare un sistema per comunicare con le nuove. I ragazzi sono più sgamati e lo dico anche degli interpreti di questa serie, un gruppo di giovani attori che sembrano molto più maturi di quello che anagraficamente dovrebbero mostrarci. Sono i soliti cliché sui giovani, quando i danni peggiori li facciamo noi grandi, basta guardare il mondo che gli stiamo consegnando.

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La scuola che ruolo ha in questo lascito ai giovani?

Il sistema scolastico non può essere relegato alla capacità di pochi illuminati, dovrebbe essere adattato, programmato. Bisogna dare gli strumenti giusti per tradurre questo mondo così nevrotico, sfacciato, vanesio, bisognerebbe far capire ai ragazzi che ci sono altre priorità, ma è un compito che non può assolvere solo la scuola. È necessario che queste consapevolezze nascano da un seme sano, che la scuola poi sviluppa e alimenta. Passiamo una parte della vita importante dietro ai banchi, magari è proprio il banco a doversi modificare, no?

Da madre di un ragazzo adolescente, come hai imparato a non cadere nell'errore di essere o troppo amici o troppo severi con i propri figli?

L’ho imparato sulla mia pelle. Sono riuscita a trovare un equilibrio, anche se non è stato semplice. Il genitore che riesce nel suo intento è quello che sa mettersi da parte quando serve, ma senza far percepire l'assenza. Ho seguito quello che hanno fatto i miei genitori, quando ti senti amato e sostenuto, tutte le cose sembrano meno irruente.

Nella fiction sei la madre di Manuel, il loro è un rapporto altalenante, conflittuale. Ma sono anche un po' lo specchio l'uno dell'altra, non trovi?

Manuel e Anita sono quasi simbiotici, si somigliano molto, anche nell'irruenza, nell'inquietudine, forse anche perché l'ha cresciuto da sola e gli ha mostrato quell'esempio. Bisogna stare attenti a cosa si mostra ai propri figli, perché lo assorbono, pur non volendo. Tra loro c'è una dialettica unica. Il loro rapporto mi intenerisce moltissimo, è pieno di toni accesi, però è un qualcosa che mi scalda il cuore, preferisco questo anche nel caos che crea, all'aridità di sentimenti, preferisco una presenza ingombrante che una totale assenza.

Damiano Gavino è Manuel in Un Professore 2
Damiano Gavino è Manuel in Un Professore 2

Manuel nutre delle aspettative nei confronti di sua madre, Anita come le gestisce?

Ci prova, a modo suo, anche se non le riesce facile. Ma vogliamo parlare delle aspettative che i genitori hanno verso i figli? Gli impongono delle maschere che non gli appartengono. Avere delle aspettative credo sia qualcosa di profondamente sbagliato, perché l’aspettativa ti porta quasi sicuramente a una delusione. Bisognerebbe avere gli occhi e le orecchie aperte alle necessità dei ragazzi: ascoltarli, capirli, aiutarli.

Hai raccontato di aver lasciato la scuola per seguire le orme di una tua amica del tempo. Poi perché, nonostante facessi già l'attrice, hai pensato di completare gli studi?

Perché faceva parte di una narrazione stereotipata per cui bisognava diplomarsi, poi laurearsi. Ero nel camerino e da una parte avevo i libri di psicologia, dall'altra il copione. Non avevo testa e francamente neanche cuore per proseguire gli studi, mi piaceva il lavoro che mi si stava aprendo davanti, ero deconcentrata verso il lavoro da studentessa, ero proiettata verso le mie battute. Quindi, una volta presa la maturità, i libri hanno scelto per me. C'erano storie che mi interessavano di più, ecco, più che nozioni, mi piaceva conoscere storie.

Il trampolino di lancio della tua carriera è stato il cinema, eppure negli anni sei riuscita a mantenere una certa alternanza tra grande e piccolo schermo. In Italia, però, questo scambio sembra essere ancora poco frequente, fluido, perché?

Non l’ho mai capito e non ho mai affrontato il mio lavoro seguendo regole non scritte. C'è chi può aver pensato o detto una frase come "lei è troppo televisiva", ma non ha senso un'affermazione del genere. Se mi affidi un personaggio forte, per una storia scritta bene, dimentichi che io possa aver fatto il commissario o la mamma in tv, segui le orme di quel ruolo. Ma la verità è che per quanto si possa immaginare una carriera, si viene sempre scelti. Oggi, anche ieri, io sono stata scelta.

Quindi, nel tuo caso, il fatto di aver avuto ruoli televisivi non ti ha penalizzata.

Bisogna essere un po' fortunati e non vivere di quel famoso cliché, un'etichetta che ti attribuiscono a priori. Faccio l'attrice, dove la faccio non mi interessa, questo può essere un contro per qualcuno, un pro per qualcun altro. Parliamoci chiaro, a Paolo Virzì non gli è mai fregato niente che io fatto televisione, a Cristina Comencini nemmeno. Se un autore ti vuole, ti vuole e basta, non vede cosa hai fatto e dove, magari se lo hai fatto bene.

Claudia Pandolfi in Ovosodo di Paolo Virzì
Claudia Pandolfi in Ovosodo di Paolo Virzì

D'altronde essere scelti è un'attestazione di stima, no?

Certo, è una cosa che mi riempie d'orgoglio, di gioia, che mi stupisce ancora. Sento la precarietà di questo lavoro, nonostante lo faccia da trent'anni, immagino che un giorno possa non essere più scelta e farò pace con questa cosa. Non è ancora accaduto, ma resto con i piedi per terra e non drammatizzo quasi mai. Se non ti scelgono per un film che avresti fatto volentieri, non è detto che la tua carriera sia finita, come non è detto che sia una carriera incredibile perché hai fatto una cosa che ha funzionato. Bisogna non vivere di illusioni, ma di concretezza, preferisco godermi il set, giorno per giorno, vivere di relazioni, rapporti umani. Il set è il mio pubblico. Così lavori meglio e ti liberi di un sacco di zavorre, smetti di misurarti con ciò che è stato, con ciò che sarà.

Tornando alla serie, sia per Anita che per Dante, ci sono dei ritorni che potrebbero mettere in bilico la loro storia d'amore. Che ruolo ha il passato in una relazione?

Ha un ruolo confinato, se non puoi considerarlo passato significa che non è più passato ma è presente, è qualcosa che ancora resta. Se è passato davvero bisogna considerarlo per quello che è, un'esperienza che ti ha lasciato un insegnamento. Il punto è che Anita non impara niente, non apprende dai suoi errori. È una tipa caotica, contraddittoria, è come se per lei nulla fosse passato, fa tutto parte di un presente che deve affrontare. Ne fa di pasticci, siamo molto diverse.

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Cosa vi rende differenti?

Sono molto più determinata e chiara con me stessa, non voglio lasciare zavorre che mi ritrovo addosso e che mi pesano, preferisco sviscerare tutto, chiudere i cerchi.

Tra i tuoi ruoli più recenti c'è quello in Un'estate fa su Sky, dove interpreti Costanza, e attraversi quindi un lungo lasso di tempo in cui si assiste al cambiamento del tuo personaggio. Cos'è cambiato dalla Claudia che ha iniziato questo mestiere a quella di oggi?

Sono passata attraverso tante mutazioni. Ho preferito non accanirmi sul pensiero che avevo di me, o che gli altri avevano di me. "Cercati dove non sei", mi disse una persona e questa frase mi ha aperto gli occhi. Veniamo raccontati, sin da quando siamo piccoli, si forma una sorta di racconto di noi stessi, che magari un giorno non ci corrisponde più. Sono stata attenta a capire se questa storia mi corrispondesse ancora e ho visto che non ero più lì, che non avevo voglia di starci. Forzatamente solare, empatica, gioviale e quando l'ho capito ho iniziato ad essere più riservata, trattenuta, composta. Sono passata attraverso un periodo di grande chiusura, avevo il rifiuto di tutto, anche delle relazioni, poi sono tornata ad aprirmi. Sono passati gli anni, ne ho quasi 50 e mi diverto a capire quante mutazioni ho avuto, altrimenti muori come nasci e non è possibile.

Citando una fiction di grande successo di cui sei stata protagonista, nella tua vita "È arrivata la felicità"? 

(Ride ndr.) Certo, ma certo. Dal momento in cui arriva, devi essere in grado di riconoscerla, ci sono milioni di motivi per essere felice, gli stessi possono renderti triste. Sono stata molto attenta a volerla la felicità, mi sono voluta felice, per cui quando ce l'ho la riconosco e faccio di tutto per mantenerla. Nonostante ciò, non vivo in un mondo di favole, sento il dramma di molte cose, sento il pericolo del mondo che viviamo, che il genere umano ha fallito, sta gestendo il mondo e se stesso in maniera sbagliata. Ci sono motivi per non essere felici, però se rinunciamo a queste piccole dosi di felicità stiamo sopravvivendo e non vivendo.

Totò in un'intervista diventata celebre a Oriana Fallaci disse che la "felicità è fatta di attimi di dimenticanza". 

Noi siamo fatti per dimenticare, altrimenti non sopravviveremmo alla morte di un caro, a un dolore forte. Siamo fatti per dimenticare, non faremmo altri figli se ci ricordassimo il dolore del primo parto, siamo fatti per mettere da parte, siamo noi a decidere se far affiorare solo il dramma della nostra vita, ma se decidessimo di farlo, sarebbe sicuramente una vita meno felice.

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