Paolo Sorrentino: “Le domande su Toni Servillo mi imbarazzano. La critica? Non mi tocca, la vita si sta accorciando”

Paolo Sorrentino torna al cinema con La Grazia. Ancora una volta protagonista è Toni Servillo, al settimo film con il noto regista napoletano, che stavolta ha potuto contare sul talento di Anna Ferzetti. In questa intervista a Fanpage.it Sorrentino confessa di aver fatto ridere per la prima volta dopo 25 anni grazie al personaggio di Coco Valori (l'attrice Milvia Marigliano, ndr) e di esserne entusiasta: "Far ridere è una una missione complicata, che mi affascina, ma che devo ancora imparare davvero".
Il sogno futuro è fare un film comico e l'ambizione massima è quella di far sempre più suo un sentimento di leggerezza, che è "una conquista". Nel presente, dare spazio ai figli è la cosa più saggia, ma "è più faticoso". E sulla critica ai suoi film, sia in positivo che in negativo: "Ho capito che si dice tutto di qualunque cosa. Non mi interessa, la vita si sta accorciando".
La Grazia fa riferimento alle richieste che il presidente Mariano De Santis deve affrontare alla fine del suo mandato. Ma è anche un sentimento al quale ambire. Abbiamo chiarito che in questo attuale governo latita. In quale governo l’hai sentita particolarmente?
Per me la grazia è un insieme di sentimenti che convergono in uno solo e che non sono riconducibili a una classe ma a delle persone.
C'è una figura politica che ricordi particolarmente dotata di grazia?
Mi viene più in mente Paolo Conte, che è un musicista. Ecco, lui è un uomo toccato dalla grazia.
La Grazia è ispirato da una storia vera: il caso di Gastone Ovi, 87 anni, che uccise la moglie malata di Alzheimer. Perché questo caso ti ha toccato così nel profondo?
Perché mi sono messo nei panni di un presidente della Repubblica cattolico che decide di concedere la grazia, tra l’altro a un uomo della sua generazione che ha commesso un omicidio. È qualcosa che immagino abbia suscitato sentimenti contrastanti in chi ha concesso la grazia. Questo è stato il punto di partenza.
Hai fatto riferimento al tema dell’eutanasia, centrale nel film, anche con il caso di Martina Oppelli, affetta da sclerosi multipla per 25 anni, costretta a ricorrere al suicidio assistito in Svizzera dopo tre rifiuti in Italia. “Ho fatto di tutto per vivere”, ha detto lei: una frase che ti ha colpito molto.
Molto, sì.
Pensi che l’attuale governo si sia arenato nelle sue eccessive certezze e a causa di questo rifiuti totalmente questa misura?
Non lo so, non sono un esperto di politica per poter dire le ragioni per cui il discorso su quella legge si sia arenato. Posso immaginare delle ragioni, ma sarebbero considerazioni dilettantistiche, quindi evito di farle. Sta di fatto che non è al centro della loro agenda, mentre penso che dovrebbe esserlo.
Hai detto che il potere condanna alla solitudine. Sei sicuramente un regista di potere nel panorama cinematografico internazionale, ti senti un uomo solo?
Sì, ma non perché abbia potere, che non credo di avere. Il lavoro del regista porta a essere soli nelle decisioni perché sono difficilmente condivisibili. Ti fa sentire “ammalato di solitudine”.
E sul piano umano?
Non me ne rendo conto, sono abbastanza abituato alla solitudine, è una condizione che non mi pesa. Quindi non me ne rammarico e non mi preoccupa.
La ricerchi?
Quando lavoro mi è utile rimanere da solo per restare concentrato.

È un film che parla anche di diversi tipi di amore. Quello per Toni Servillo sembra ormai una certezza. Oggi sei più infastidito o divertito dalle continue domande sul vostro sodalizio?
Né infastidito né divertito. È più una fonte di leggerissimo imbarazzo, perché non sappiamo più cosa dire. Abbiamo spiegato molte volte cosa ci lega, ma la domanda persiste.
Hai detto di aver scelto Toni Servillo per la sua autorevolezza, requisito fondamentale per Mariano De Santis. Anna Ferzetti, invece, perché?
Abbiamo fatto leggere le scene a diverse attrici, molte erano credibili, ma Anna è stata quella con cui si è creata subito un’intesa, anche affettiva, con Toni. Questo è stato determinante. Poi anche il suo personaggio richiedeva autorevolezza: è una giurista importante, una donna con un carattere forte e idee precise.
Tra i temi c'è anche la rincorsa alla ricerca della verità, una sorta di accanimento terapeutico dell'essere umano, che oltre a rivelarsi inefficace, a volte è anche dannoso. Quando hai avuto l'epifania sul fatto che fosse così sopravvalutata?
Non penso di averla avuta, penso più che la verità sia una spirale. Sappiamo benissimo che sarà fonte di problemi, soprattutto quando si entra in dinamiche che hanno a che fare con i sentimenti e gli affetti, però non se ne può fare a meno. È un po' come una tossicodipendenza.
Rivelatrice, sotto molti aspetti, è l’amica di Mariano De Santis, Coco Valori, interpretata dalla straordinaria Milvia Marigliano. Hai detto che per la prima volta in 25 anni sei riuscito a far ridere proprio attraverso di lei. Come mai tutta questa immotivata severità nel giudicare la tua capacità di far ridere?
È una constatazione: nelle cose che ho scritto con la chiara finalità di far ridere, quando le ho viste insieme a un pubblico, poi non sortivano alcun effetto. Questa volta, invece, il personaggio di Coco ha fatto ridere anche laddove pensavo che si potesse solo vagamente sorridere.

Però l'ironia nei tuoi film è ricorrente.
L'ironia è diversa, far ridere è una missione complicata, che mi affascina, ma che devo ancora imparare davvero.
A questo punto, bisogna ambire a un film comico in futuro.
Sì, mi piacerebbe molto farlo (ride, ndr)
Lo scambio tra il presidente Mariano De Santis e sua figlia Dorotea, nel quale l'amore si alterna allo scontro, riporta al tema del conflitto. Ne abbiamo già parlato anche per È stata la mano di Dio, a proposito della tua formazione personale. Quanto è funzionale il conflitto con i figli?
Funzionale non lo so, è un elemento congenito nel rapporto tra genitori e figli, intanto perché i figli, com’è noto, attraversano un momento di ribellione nei confronti dei genitori. Quindi il conflitto è pressoché inevitabile. Per me è un grande stimolo, diventare adulti vuol dire spesso assumere atteggiamenti stizzosi verso i più giovani, oppure semplicemente un po’ apatici. Il confronto con i figli ti invita fortemente a rivedere questo tuo lasciarti andare.
Nella tua formazione personale, lo scontro con Antonio Capuano – in una dimensione maestro-allievo – è stato sicuramente funzionale. In ambito genitoriale, lo vedi altrettanto necessario o solo fisiologico?
Fisiologico e necessario a entrambi. È vero che nel film la figura del padre si adegua alle idee della figlia, ma è anche vero il contrario, ovvero che la figlia è così perché ha un padre così. C’è un mutuo scambio, un reciproco darsi.
È stato anche un modo per dimostrare che, anche in età adulta, si può fare un passo indietro e acquisire lo sguardo di un figlio più giovane. Questa cosa è necessaria tanto quanto lo scontro che innesca.
Il futuro è loro, non è nostro. È cosa buona e giusta dare spazio alla loro idea del mondo, però è più faticoso. È più facile diventare anziani difendendo a spada tratta quello che si è stati e le proprie idee di come va il mondo, perché “così andava ai tempi nostri”. Adeguarsi al presente con i figli è più complesso, perché non lo capisci, ma credo sia la cosa più saggia da fare.
Mariano De Santis è soprannominato “cemento armato”, un'esigenza di leggerezza potrebbe apparire obbligata. Tu l'hai mai avvertita?
Sì, tantissimo.
Perché anche tu sei un po' cemento armato nella vita?
Non so se sono davvero cemento armato, ma come tutti ho la tendenza alla pesantezza, al lamento, all’insofferenza, all’indolenza. È molto più facile lasciarsi andare al negativo che al positivo. La leggerezza è una conquista. Spesso la si confonde con l’incoscienza, con il vagare allegramente nel mondo, ma è un’altra cosa. Non è immediata.

Quindi cos’è per te oggi la leggerezza?
Confina un po' con la grazia. È uno stato d'animo pacificato che non prevede troppe nevrosi, troppe ambizioni. Devo dire piacevole. Arriva un momento nella vita in cui si gode nel fare un passo indietro, dopo tanto tempo passato a cercare di farne sempre in avanti. Questo ti pone nei confronti della vita in modo più sereno.
La musica ha un ruolo fondamentale nel film. Quando Toni Servillo indossa le cuffie e ascolta Guè, la mia mente è andata al meme "Mattarella ascolta cose". È stata una fonte di ispirazione?
No, giuro, sono in buona fede. Non lo conoscevo.
“Le bimbe piangono” di Guè: perché proprio questo brano?
Perché mi piaceva, anche se non sono un grande esperto di quella musica. Guè me l'ha fatto conoscere mia moglie perché era venuto a presentare un mio film a Milano. Mi è piaciuto come persona, poi ho ascoltato le sue canzoni e i dolori che qua e là affiorano dalla sua musica mi hanno affascinato molto. Poi “Le bimbe piangono” mi sembrava perfetta, mi piaceva anche in relazione al tentativo del Presidente di agganciarsi al presente.
Nel testo della canzone, descrivendo una donna nel suo letto al risveglio, rappa: "Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore". Aspettativa corretta?
Non ne ho la più pallida idea, devi chiederlo a Guè (ride, ndr)

C’è una frase del brano che diventa quasi un manifesto: “Chiedo dopo perdono, non prima”. Qual è il valore del pentimento esclusivamente postumo?
È un meraviglioso escamotage che adottiamo tutti, cioè quello di pentirci dopo, quando il peccato è stato commesso perché volevamo commetterlo. Mi sembrava una frase molto veritiera, il manifesto di un atteggiamento umano: posticipare il perdono perché chiederlo in anticipo significherebbe non commettere ciò che ci va di commettere.
La critica internazionale si è spesa molto per questo film. Il New York Times scrive: "Pochi registi abbracciano la bellezza in modo totale quanto Paolo Sorrentino".
Ho imparato a diffidare dai critici, sia quando mi distruggono che quando mi esaltano. Loro fanno il loro lavoro e io il mio.
Deadline lo definisce uno dei tuoi migliori film. È vero?
A me piacciono tutti i miei film, altrimenti non li avrei fatti. Non sono in grado di fare classifiche.
Il Guardian parla di una riscoperta della tua voce e del tuo umorismo.
Riscoperto vuol dire che lo avevo smarrito e io non penso di averlo smarrito in precedenza.
Ci abbiamo giocato, ma in generale oggi qual è il tuo rapporto con la critica?
Quando parlavamo di leggerezza, penso che pian piano ci sto arrivando. La leggerezza significa anche non occuparsi più di tutta una serie di cose che un tempo ti mettevano ansia, angoscia. Tutti quelli che fanno il mio lavoro, prima o poi, cominciano a preoccuparsi di quello che dice la critica. Io, dato che un po’ di leggerezza la sto conquistando, non mi curo più di quello che viene detto di un mio film. Ho capito che si dice tutto di qualunque cosa. Chiunque parla, tutti dicono la loro. Così ho acquisito la consapevolezza che faccio il film, poi il film è una cosa che getti a mare, non sai dove va, diventa ingestibile come oggetto. E quindi, una volta finito, la faccenda non mi riguarda più.
Perché?
Perché se dovessi inseguire le voci, le critiche, le recensioni, oggi molto visibili insieme anche ai pareri degli spettatori, perderei un sacco di tempo. Semplicemente non me ne interesso più. Non perché mi abbiano fatto del male, ma perché la vita si sta accorciando e bisogna fare le cose che più ti stanno a cuore.
La chiave del film è una domanda: di chi sono i nostri giorni? I tuoi, pur appartenendoti, pensi davvero siano solo tuoi?
Questo è il paradosso, che nella costruzione del discorso sul fine vita è molto evidente. I nostri giorni sono nostri, non c’è molto da discutere sulla risposta. Quello che accade è che questa semplice verità viene continuamente compromessa da fattori esterni, come leggi o non leggi che non ti consentono di far sì che i tuoi giorni siano davvero tuoi. Ma molto spesso le limitazioni più forti sono i nostri problemi, le nostre censure, i nostri sensi di colpa, le nostre preoccupazioni, per cui i nostri giorni non diventano nostri.
E, al di là del senso di appartenenza alla vita in senso stretto, c’è anche la rete affettiva. Il tuo appartenere a te stesso convive con l’appartenere a chi ti ama. È un condizionamento che parimenti contamina questa frase?
Condizionamento importante e inevitabile, è proprio così.