Mare Fuori, Maurizio Careddu lascia: “Era una mia creatura, non poteva durare in eterno”

Anche la sesta stagione di Mare Fuori arriva al suo epilogo e dopo quasi dieci anni Maurizio Careddu lascia. Capo sceneggiatore della serie e tra gli autori che ne hanno accompagnato la trasformazione in progetto di culto e fenomeno popolare, Careddu racconta a Fanpage.it la decisione di fermarsi, il peso del successo, il cambio generazionale dei personaggi e il futuro della serialità italiana. È lui stesso, all'inizio di un'intervista concepita inizialmente come un bilancio di quest'ultima stagione e un affaccio sulla prossima, ad annunciare l'uscita dal progetto: “Era una creatura che sentivo molto mia, ma a un certo punto bisogna capire che non può durare in eterno”.
Maurizio, Mare Fuori 6 saluta il pubblico con l'ultima puntata del 3 giugno. Tu però non proseguirai in futuro.
Sì, ho lasciato la serie. Mi sono fermato. Ci ho lavorato per quasi dieci anni e un po’ di fatica c’era. Avevo voglia di confrontarmi con altre storie. Lo faccio con grande dispiacere, perché è una creatura che sentivo molto mia. Con Cristiana Farina avevamo fatto un grande lavoro di ricerca e una bellissima esperienza. Però nulla può durare in eterno.
Dopo l’uscita di Cristiana Farina alla fine della quarta stagione avevi presto tu le redini del progetto.
In realtà dalla seconda stagione in poi abbiamo guidato il gruppo di scrittura insieme, dopo che la prima era stata gestita da Cristiana. Dalla quinta e dalla sesta sono rimasto da solo, ed è stato molto più faticoso. Ti trovi a gestire tante cose da solo e sei meno forte. Però abbiamo fatto due ottime stagioni, con Luca Monesi, Angelo Petrella, Sara Cavosi e Elena Tramonti. Era arrivato il momento di chiudere.
È stata una decisione improvvisa o maturata nel tempo?
Era una decisione difficile, che ha avuto bisogno di essere elaborata. Mi girava in testa da un po’. Quando sei sul pezzo pensi solo a portare a termine la stagione nel migliore dei modi. Poi, finita quella, quando bisogna mettere le basi per la successiva, hai il tempo per pensare. A quel punto ho preso la decisione definitiva.
La tua uscita ha condizionato la chiusura di alcuni archi narrativi?
No, assolutamente. Anche perché, pur essendo head writer, c’è sempre un lavoro di squadra. Sono i personaggi a guidarti. Non avrei potuto chiudere qualcosa solo perché io andavo via. Gli archi che si sono chiusi lo hanno fatto per esigenze narrative o, in qualche caso, per esigenze degli attori. Il mio interesse era lasciare un lavoro con gambe più solide possibile per chi sarebbe venuto dopo.
Sei curioso di vedere come sarà Mare Fuori 7?
Molto. Sarà divertente scoprire come svilupperanno le idee che avevo lasciato. Quando la vedrò in onda resterò comunque un grande fan della serie.
Mare Fuori ha attraversato varie fasi: l’inizio più moderato, il boom, poi una normalizzazione. Questo ha condizionato la scrittura?
Il boom, la “Mare Fuori mania”, ha condizionato tutti: sceneggiatori, registi, editor, Rai. Però non abbiamo mai pensato razionalmente: “Adesso la mettiamo sui binari di una serie lunghissima e sfruttiamo il meccanismo”. La voglia è sempre stata quella di continuare a sorprendere il pubblico. Poi la serie ha un concept forte e non puoi allontanarti troppo da quello. I grandi temi come redenzione, crescita, ricerca della propria identità, restano e resteranno sempre.
La sesta stagione sembra segnare un cambio generazionale quasi definitivo. È così?
Sì, Mare Fuori è una serie che per come è concepita vive necessariamente di cambiamenti. I personaggi cambiano, anche perché in un carcere minorile non possono restare per sempre. Quando cominciano a diventare grandi, semplicemente non funziona più. La sesta stagione è stata un cambiamento radicale rispetto alla quinta. Il pubblico resta affezionato ai primi personaggi e magari dice: “Non è più il vecchio Mare Fuori”. Ma è un altro Mare Fuori, altrettanto interessante e coinvolgente. Si sta rigenerando.
Tra gli elementi centrali l'uscita definitiva del personaggio di Rosa Ricci. Simbolicamente il suo personaggio, per molti, si è ricongiunto con quello di Carmine.
Diciamo che quel finale era quello che tutti ci meritavamo: il pubblico, noi che l’abbiamo scritto, chi l’ha interpretato, chi l’ha girato. Era il trionfo del grande amore. Anche se a un certo punto le loro strade si sono separate, sapevamo che lì dovevamo arrivare.

La partecipazione di Massimiliano Caiazzo per un ricongiungimento che si potesse anche vedere è stata esplorata?
Avremmo voluto, ma purtroppo non c’è stata la possibilità di farlo in modo più completo per problemi lavorativi di Massimiliano Caiazzo. Speriamo però che il senso di quella chiusura sia arrivato.
Pino è rimasto l’elemento di continuità con il vecchio gruppo?
Sì, Pino è l’unico personaggio rimasto della vecchia squadra principale dei ragazzi. È una figura di continuità, ma dentro una serie che per natura deve cambiare.
Di recente Artem Tkachuk si è trovato coinvolto in vicende controverse. Quanto incide sulla scrittura il possibile parallelismo tra lui e il personaggio che interpreta, quella sensazione di essere alla continua ricerca di un equilibrio?
È un tema molto delicato. Conosco personalmente Artem, quindi è complicato parlarne. Credo che ci sia stata anche un’amplificazione mediatica. Il parallelismo tra attore e personaggio a volte rischia di essere una semplificazione. Detto questo, lui ha dato tantissimo alla serie. È un attore di grandissimo talento e mi piacerebbe vederlo anche in altri ruoli, spero possa dimostrare che non è bravo solo a fare quella parte.

Mare Fuori rischia di essere una gabbia per i suoi attori?
All’inizio può esserci stato questo rischio, ma credo che molti stiano passando dal “lui/lei è quello/a di Mare Fuori” a un apprezzamento più ampio per quello che stanno diventando. Penso a Massimiliano Caiazzo con Pino Daniele, a Matteo Paolillo che sta lavorando a una serie su D'Alessio, a Clara Soccini che ha avuto un percorso musicale solido, ma anche Valentina Romani, Nicola Maupas, Giacomo Giorgio. È vero che Mare Fuori resta addosso, ma più che una gabbia oggi mi sembra un trampolino.
Ti auguri che Mare Fuori continui ancora a lungo, o pensi debba prima o poi terminare?
Sì, spero che vada avanti. E spero anche che un giorno abbia una bellissima chiusura. Mi piacerebbe che, tra mille anni, si chiudesse perché non c’è più bisogno di Mare Fuori. Sarebbe un augurio sociale, più che cinematografico.
Hai lavorato a due prodotti importanti dell’età d’oro della serialità italiana come Mare Fuori e Rocco Schiavone. Hai la sensazione che ora questo genere viva un momento di fisiologico calo d'interesse?
Forse siamo in una fase in cui si cerca di seguire la strada di prodotti che hanno avuto successo. È più semplice replicare modelli riconoscibili. Però secondo me sono cicli. Presto avremo bisogno di nuovi modelli e nuove idee. Sarebbe interessante poter sperimentare nuovi linguaggi, senza cercare sempre di ripetere quello che ha funzionato.
I micro-drama verticali e i consumi su smartphone stanno cambiando il modo di raccontare?
Sì, è inevitabile. Mi è capitato di vedere una persona in metropolitana guardare Mare Fuori sul telefonino. Da un lato mi ha fatto piacere, dall’altro ti fa capire quanto sia cambiata la fruizione. Tutto il lavoro sulla fotografia, sui dialoghi, sulla regia, vederlo riprodotto su uno schermo piccolissimo può essere straziante per un addetto ai lavori. È inevitabile che questo cambi anche il racconto e la messa in scena.
C’è abbastanza voglia di rischiare nella serialità italiana?
Il rischio è complicato in ogni campo, perché se poi va male diventa un problema. Però le serie che lasciano un segno sono sempre quelle che hanno rischiato. Rocco Schiavone, per esempio, portava in Rai un antieroe, un poliziotto con mille problemi. Non era scontato. Anche Mare Fuori, soprattutto nella prima stagione, era molto dura e scorretta. In entrambi i casi si è fatto un passo di lato e anche avanti.
Continuerà Rocco Schiavone?
Credo di sì. Non c’è ancora nulla di ufficiale, ma la volontà di andare avanti c’è. Ci sono altri libri di Antonio Manzini che ci aspettano, quindi vedremo come proseguire.
Su quali progetti stai lavorando in questo momento?
Sto lavorando alla seconda stagione de La preside. Poi sto facendo un'altra serie per Rai1 e il nuovo film di Neri Marcorè.
Si riesce a lavorare su più cose contemporaneamente? Non è complicato staccare da un progetto e ricominciare da un altro?
Non è semplice, però devo dire che è molto stimolante. Ti ritrovi da Caivano a Trento, viaggi con la fantasia. È come leggere più libri contemporaneamente: la mattina sei da una parte, il pomeriggio da un’altra. A volte, scavando in un personaggio, trovi risposte anche per un altro personaggio di un’altra serie. I progetti si autoalimentano tra loro.
L’intelligenza artificiale sta iniziando a pesare nel lavoro degli sceneggiatori?
Per ora no, almeno per quanto riguarda i progetti in cui ho lavorato. Non mi è mai capitato che qualcuno dicesse: “Togliamo due sceneggiatori e usiamo l’intelligenza artificiale”. In America, dove le writers’ room sono più numerose, può essere successo. Da noi, almeno nel mio caso, no.
Tu ne fai uso in fase di scrittura o sei contrario?
Contrario no, perché le innovazioni tecnologiche non si possono fermare. Vanno gestite. Per curiosità l’ho provata, ma per ora non l’ho trovata molto stimolante. Tende a restituire cose abbastanza scontate, da B movie americano. Ed è molto assertiva: ti dice sempre che hai avuto un’ottima idea. Dopo due o tre volte capisci che ti sta prendendo in giro. In un lavoro creativo serve qualcuno che ti dica di no, non uno yes man.