Luca Abete: “No a reality e talent. Striscia la Notizia è stata sospesa, mi preoccupa chi non ha garanzie”

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Non approderà in un reality Luca Abete che racconta a Fanpage.it quale fase sta attraversando la sua carriera dopo la sospensione di Striscia la notizia: “C’è incertezza, sulla chiusura non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale”.

Erano i primi anni Duemila quando Luca Abete faceva il suo ingresso a Striscia la notizia, contribuendo a plasmare la stagione d'oro della denuncia televisiva e dimostrando come fare domande scomode, anche nei contesti più a rischio, potesse diventare un modello. Oggi che lo storico tg satirico di Antonio Ricci vive un momento di profonda incertezza, sospeso in un limbo di cui non si conosce il futuro, Abete si trova a dover ridisegnare il suo percorso televisivo e professionale.

Ma questo cambio di pelle per lui non è una novità, né lo spaventa. La sua storia parte infatti da lontano, iniziata tra le tv locali nei panni di conduttore per bambini, e passata per oltre vent'anni di inchieste, minacce e aggressioni fisiche subite persino a telecamere spente. In questa intervista a Fanpage.it, Abete fa il punto sulla sua nuova fase: dalla scelta di rifiutare la scorciatoia di reality e talent per esplorare nuovi linguaggi, fino all'amarezza per la mancanza di solidarietà istituzionale e alla sincera preoccupazione per le tante maestranze dietro le quinte rimaste oggi senza garanzie per il futuro.

Il tuo percorso professionale comincia più di venticinque anni fa nei panni di clown e animatore. Come sono arrivati la tv e il ruolo di inviato?

Sono un esploratore. Ho studiato architettura a Napoli ma sono stato anche scultore, artigiano, pittore, poi animatore ed artista di strada. L'incontro con i più piccoli mi ha cambiato la vita. Ho ideato e proposto un format pensato per loro su un'emittente locale di Avellino ed è stato un successo immediato. Nel 2005 c'è stata poi la selezione per gli inviati di Striscia la Notizia. In Campania non c'era nessuno e mi sono candidato. Ho fatto due anni da "apprendista inviato", una gavetta che benedico: mi sono dedicato allo studio del territorio, al modo di costruire un servizio e alla creazione di quel personaggio che potesse funzionare, imparando a muovermi tra le insidie di un lavoro in cui ogni servizio è una bomba. Nel 2008 sono diventato inviato ufficiale.

Che cosa stai facendo dopo la sospensione di Striscia la notizia?

Non mi sono fermato un attimo. Tra marzo e giugno ho portato avanti il mio tour nelle università con il progetto #NonCiFermaNessuno, un'esperienza bellissima che continuo da dodici anni. Contemporaneamente ho iniziato a scrivere format per il web, per la tv, la radio e podcast. Sono in una fase di grande fermento creativo in cui sto incrociando le mie competenze con altre realtà. Ho difficoltà a canalizzare l'energia in una sola direzione perché mi sento stimolato su più fronti. Il mio percorso a Striscia mi ha insegnato a stare tra la gente: io non sono un vip, sono un operaio della televisione e un punto di riferimento per le persone. Mi piacerebbe continuare un percorso di denuncia fatto con il mio stile: irriverente, educato ma intransigente. Qualsiasi format on the road di questo tipo mi stimola molto. Al contempo, non dimentico di essere nato come conduttore per bambini: mi piacerebbe anche condurre un quiz innovativo o tornare a occuparmi del mondo dei più piccoli.

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Luca Abete nel progetto #NonCiFermaNessuno

Che sentimento ti provoca il fatto di non vedere più Striscia in palinsesto?

Avere la fortuna di far parte per ventun anni del programma più seguito della tv italiana è un privilegio. Più che guardare all'oggi, guardo a ciò che ho vissuto e provo profonda gratitudine. Essere stato a contatto con una realtà straordinaria, aver lavorato con professionisti come Antonio Ricci e avere oggi un nome e una voce riconosciuti mi dà grande consapevolezza. Io sono un artigiano della comunicazione: creo linguaggi nuovi con gli studenti universitari e porto avanti esperimenti sui social. Confrontandomi con i giovani nelle università mi rendo conto che esiste proprio uno scollamento dalla tv tradizionale.

Al di là di inviati e conduttori, la sospensione di un programma colpisce soprattutto i lavoratori dietro le quinte, dagli operatori agli autori. È stato pesante affrontare questo aspetto?

Chi è in prima linea, come gli inviati o gli autori, ha la fortuna di un percorso e di un ruolo consolidati, anche dal punto di vista economico. Ma c'è tanta gente dietro le quinte che ha lavorato giorno e notte, sacrificando le proprie famiglie in nome della mission che portavamo avanti. La cosa più pesante oggi per loro è fare i conti con una realtà dura, dettata soprattutto da un clima di incertezza. Anche perché ad oggi non c'è stata alcuna dichiarazione ufficiale sulla chiusura: parliamo di una sospensione, di un caso di morte apparente. Da febbraio il programma non è in onda e non si sa se e quando tornerà, e trovandosi in questo limbo senza garanzie per il futuro, tutti hanno dovuto rimboccarsi le maniche e riorganizzarsi da un giorno all'altro.

A che cosa credi sia stato dovuto il calo di ascolti negli anni?

Individuare un motivo solo è veramente impossibile, entrano in gioco tanti fattori. Faccio sempre una metafora: anche un calciatore che ha emozionato le platee del mondo a un certo punto vive il suo ciclo, perché viene superato o semplicemente perché intorno a lui cambiano le cose. Striscia è durata trentotto anni: parliamo di un cambiamento epocale in cui si sono avvicendate tecnologie, costumi, abitudini, fino ai confini geografici del pianeta, e intanto Striscia era ancora lì con un format che ha fatto scuola. Il mondo del giornalismo dovrebbe costruire una statua ad Antonio Ricci: ha insegnato a tanti reggimicrofoni che le domande vanno fatte e che un rappresentante delle istituzioni deve rispondere perché è pagato anche per quello. Ha mostrato che tutte le spallucce alzate davanti a un problema che sembra irrisolvibile si possono risolvere con un microfono e una telecamera. Quando ho cominciato io a parlare di legalità ero solo, bullizzato persino da chi si reputava acculturato, perché certi malcostumi – dal contrabbando ai parcheggiatori abusivi – erano considerati normali. Mi dicevano che ero l'esponente dello "sputtaNapoli" ed erano convinti che fossi pagato dal Nord per rovinare l'immagine della città, mentre la gente pagava il pizzo e la camorra sguazzava. Negli anni quel sistema e la formula di Striscia sono stati presi ad esempio dai cittadini sui social e perfino da alcuni politici, che sono un po' figli di Striscia e di Luca Abete. Striscia ha cambiato il mondo della tv e la società. Questo straordinario cambiamento culturale ha reso di riflesso anche meno prezioso e d'impatto il lavoro che portavamo avanti in televisione, proprio perché oggi quel modello di denuncia è diventato di tutti.

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Luca Abete

A telecamere spente, che rapporto hai avuto davvero con la strada e con le persone?

Ho sempre detto che per far emergere la bellezza di una città meravigliosa come Napoli dobbiamo per forza eliminare la patina di brutto che la ricopre. A telecamere spente c'era un sentimento contrastante e molto estremo. C'era chi mi veniva vicino per ringraziarmi. “Grazie, finalmente qualcuno dice quello che io non posso dire altrimenti mi ammazzano", mi dicevano, raccomandandomi sempre di stare attento. E poi c'erano quelli che mi aggredivano: ho preso spintoni e schiaffi per strada e in pizzeria, lontano dalle telecamere e dal ruolo di Striscia, per un odio fomentato dai soggetti coinvolti nei miei servizi o da chi vedeva in me una persona che speculava sui problemi.

Quando hai avuto davvero paura?

La mia vita è cambiata. Per anni ho fatto le passeggiate a Napoli soltanto durante le partite Napoli-Juventus, perché sapevo che le strade erano vuote e che potevo evitare brutti incontri. Ero costretto a non stare in certe zone perché sapevo di essere riconoscibile da chi voleva aggredirmi. Ho dovuto avere una scorta privata per diversi mesi. La cosa che fa male è che non abbiamo quasi mai ricevuto un attestato di solidarietà istituzionale: quando viene minacciato un giornalista della tv di Stato c'è una grande presa di posizione, mentre gli inviati di Striscia hanno sempre avuta addosso una scritta invisibile ma leggibile da tutti: "Ve la siete cercata". Come se noi andassimo a cercare le botte o volessimo vivere una vita blindata senza poterci fare una passeggiata. L'affetto della gente e la bontà della mia mission hanno fatto passare tutto in secondo piano, ma il dato resta.

Diversi tuoi colleghi ex inviati stanno intraprendendo percorsi differenti: c’è Morello al GF Vip, Ghione a Ballando, Laudadio che è stato invitato da Eleonora Daniele a entrare a far parte della squadra di Storie Italiane. Hai ricevuto proposte di questo tipo?

Sono contento per i miei colleghi se si tratta della maturazione di un loro percorso personale. Ognuno di noi ha caratteristiche diverse. Io al momento non ho accettato proposte legate a reality o talent perché non li sento adatti a me. Cerco una dimensione che mi stimoli davvero, cosa non facile dopo un'esperienza forte come Striscia. Mi vedrei molto bene in uno spin-off legato al racconto delle storie e della gente, oppure nella conduzione di un quiz on the road che sappia unire la spontaneità della strada con i linguaggi delle piattaforme digitali.

Della tua vita privata si è sempre saputo pochissimo. Perché?

È stata una scelta. Quando fai un lavoro pubblico che ti espone a determinati rischi, la prima regola è proteggere le persone che ti stanno accanto e tenerle al sicuro. Sono riservato di natura. Oggi ho una compagna e le dedico tutto il tempo possibile. Utilizzo i social network prevalentemente per trasmettere messaggi e condividere battaglie sociali, piuttosto che per mostrare la mia quotidianità domestica.

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