Paolo Idolo: “Dopo Saranno Famosi rimasi solo e toccai il fondo. Eliminato ingiustamente, non piacevo al regista”

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A 25 anni da Saranno Famosi, Paolo Idolo racconta a Fanpage i retroscena di quell’esperienza irripetibile. La prima love story del programma con Daniela Romano, poi è morta pochi anni fa, quindi il sogno e la disillusione, con un’eliminazione su cui conserva sospetti: “Oggi il tempo ha curato quasi tutto, ma non ho dimenticato”.

Venticinque anni fa la televisione italiana accendeva per la prima volta i riflettori su un esperimento allora sconosciuto: Saranno Famosi. Ragazzi comuni, un banco di scuola, una felpa e un sogno grande. Era il 2001 e il programma apriva le porte all'era dei talent show. A un quarto di secolo di distanza, quella prima storica edizione sembra quasi un reperto d'archeologia televisiva, inghiottita dall'evoluzione di un format che ha finito per dimenticare i suoi stessi pionieri, forse anche a causa di un cambio nome forzato. Storia di un sogno esploso troppo in fretta e poi scoppiato come una bolla, lasciando dietro di sé una scia di disillusione. Una parabola che si fa ancora più amara e simbolica nella vicenda di Paolo Idolo, concorrente di quella prima edizione, dal cognome pretenzioso che rende la caduta ancora più dolorosa. In questa intervista a Fanpage, Idolo ripercorre le luci brevi e le ombre lunghe di quel debutto: dall'illusione di quella sfida con Antonio Baldes persa per un pelo, alla storia d'amore con Daniela Romano (poi scomparsa nel 2023), fino allo svanire della magia, con dieci anni segnati da difficoltà economiche e dalla faticosa ricostruzione di sé.

25 anni, che effetto ti fa pensare a un anniversario così?

Io ho un'ansia fortissima pensando a quel periodo e soprattutto a quell'esperienza, nonostante le cose belle e le cose brutte. Mi emoziona il ricordo perché la rifarei altre 100 volte. Anche per la sorpresa nel rendermi conto solo lì di cosa fosse.

Il concetto di talent in effetti non esisteva, cosa ti aspettavi di trovare?

Ero convinto fosse una scuola di televisione Mediaset, così per come apparve nella pubblicità di 7 secondi in TV. Ne approfittai per leggere il numero e chiamare. Poi, una volta entrato in studio, capii che forse ero l'unico a sapere di essere dentro a uno studio televisivo. E allora tutto cambiò: dovetti adattarmi nell'arco di pochi secondi.

Se dovessi ridurre a un'immagine il tuo primo ricordo di quell'esperienza?

L'emozione di ricordare me seduto sul banco che non era di una scuola, ma di quello studio televisivo, dove sapevo che potevo realizzarmi. Non era scontato superare tutti quei provini.

Quanti?

Cinque, tra 80.000 persone.

Quindi al primo provino c'erano migliaia di persone nonostante la vaghezza dell'annuncio?

Assolutamente sì. Io mi presentai lì alle 9 del mattino partendo da Napoli e praticamente tornai con l'ultimo treno di mezzanotte.

A distanza di quanto ti chiamarono per il secondo?

Circa un mese. Non ti facevano capire se avevi superato i provini: ricordo che fingevano mancassero dei dati per la compilazione degli schedari per poter accedere ai provini e quindi dicevano chi dovesse restare per mancanza di informazioni. Quando accadde la seconda volta mi resi conto che forse significava aver superato il provino. Quando quell'ipotesi — in un certo senso quell'illusione — si concretizzò, ebbi una reazione di gioia incredibile per aver capito quel meccanismo, che in fondo era anche un modo per non deludere i non ammessi.

In un vecchio video di quei mesi ho ritrovato la tua scheda di presentazione. Dicevi di apprezzare Brad Pitt per il suo carisma e perché qualcuno ti diceva di somigliargli.

Ero contento perché a 23 anni il fatto che me lo dicessero mi lusingava. Poi eravamo sulla scia dei momenti in cui superavo i provini e quindi magari me lo diceva anche qualche ragazza o ragazzo che stava lì con me. Un po' mi illusi che fosse così (ride, ndr).

Tra le altre cose in quella scheda dicevi di odiare Marina Ripa di Meana. Perché mai?

Ma sai, erano quelle cose che si scrivono istintivamente quando ti danno un foglio da compilare in cui scrivere cose su di te. Non avevo niente contro quella povera donna, all'epoca forse non la conoscevo molto bene. Andai d'istinto, forse ricordando la sua voce in televisione che non mi suscitava grande simpatia.

Avevi 23 anni al tempo della partecipazione. Più grande o più piccolo degli altri?

C'erano tre o quattro elementi più grandi di me, il resto erano più piccoli; ma ero più vicino a quelli più piccoli d'età che a quelli più grandi.

Quando capiste che stava succedendo qualcosa attorno a voi?

Io volavo sempre molto basso, ma ricordo una persona della squadra delle pulizie negli studi in cui giravamo che un giorno mi disse: "Forse adesso non vi rendete conto, ma tra qualche mese, se non qualcosa in meno, qua fuori troverete le ragazze che moriranno per voi". Gli risposi che non c'era nessuno, ma erano solo i primi mesi e fu una previsione azzeccata, che mi esaltò molto e che si realizzò dopo un mese circa. Uscimmo da Cinecittà e, quasi improvvisamente, dalla sera alla mattina, c'era un mare di gente ad aspettarci e noi eravamo sul pullman. Bussavano ai finestrini, gridavano. Quella persona fu un oracolo.

Fino a dicembre in effetti il riscontro non ci fu e Saranno Famosi rischiò persino di chiudere.

Esatto. Poi da gennaio cambiò tutto perché ci fu il cambio di gestione: subentrò Maria De Filippi direttamente, che introdusse alcuni elementi cruciali per farlo funzionare, ad esempio le sfide.

Quindi a Natale ritornaste a casa anche con la sensazione che il programma non sarebbe ripreso?

Sì, ci fu questo rischio. C'era un dispiacere generale nel pensare che quel sogno sarebbe stato strozzato sul nascere. Era difficile non colpevolizzarsi, anche se effettivamente avevamo poca responsabilità.

È probabile che il boom arrivò da gennaio anche perché prima il pubblico non aveva alcuna familiarità col concetto di talent show?

Sicuramente. Quello era un format americano ispirato a Fame. All'inizio era in una fase embrionale, una novità assoluta che richiedeva un adattamento minimo.

Artisticamente tu eri un ibrido: cantavi, ma avevi anche l'aspirazione di fare l'attore.

Ho sempre adorato il cinema americano e quello straniero — non quello italiano, salvo qualche eccezione della vecchia scuola — però per una combinazione di cose del programma televisivo decisi di entrare come cantante perché la cosa mi piaceva.

Entrasti subito nel programma, rimanendoci poi fino alle prime puntate del serale. Letale fu quella del 26 marzo del 2002, la sfida con Antonio Baldes che fu quasi l'inizio dell'epopea del programma.

Fu una grande serata, anche se mi diede dispiacere, come ho raccontato in un libro che si chiama Il lato oscuro del mio talent. Tra le cose di cui parlo c'è anche il fatto che non andassi giù a Roberto Cenci, il regista del programma, che si accanì contro di me. Ad oggi non so per quale motivo.

Cosa accadde?

Al tempo andava in sfida chi si trovava all'ultimo posto in classifica, che veniva valutato in base all'indice di gradimento del pubblico. Io non scesi mai al di sotto del quinto posto, ero sempre tra i primi tre o normalmente tra i primi quattro. Era quasi irragionevole che arrivassi al diciannovesimo posto per andare in sfida. Quando accadde, non potei che pensare si trattasse di una cosa architettata da lui.

Quella sfida fu però un momento televisivo significativo. Baldes era tra i favoriti per le sue doti nel ballo, tu un artista ibrido che ancora doveva capire quale fosse la sua strada. Una sorta di Davide contro Golia.

Mi fa piacere si ricordi così, perché andò davvero in questo modo: lo hai descritto alla perfezione.

A un certo punto ti ritrovasti anche avanti nella sfida delle carte. Si sviluppò attorno a te il sostegno di tutti per quella sorta di impresa.

Esatto, tanto è vero che poi ci fu anche un'altra piccola anomalia: a un certo punto io ero avanti e attendevamo il risultato di una sfida che ci mise molto più tempo del normale a venire fuori. Ci fu un momento di pubblicità più lunga del solito e subito dopo Antonio era avanti.

Hai pensato si sia trattato di una macchinazione?

Antonio era più bravo di me, come tante altre persone nella scuola. Però sai, fatto così qualche sospetto lo alimenta.

Alla fine della sfida, prima di uscire, ci fu un momento di commozione.

Fu il momento più bello, mi commuovo tutt'oggi se ci penso. Mi voltai verso Maria De Filippi e le chiesi di salutare i professori: li vidi tutti in piedi ad applaudirmi.

A Saranno Famosi hai firmato anche un primato: sei stato protagonista della prima love story della storia del talent con Daniela Romano. Vi filmavano mentre vi sfioravate la mano durante le lezioni in classe, come foste a scuola.

Sì, momenti tenerissimi, al netto della vergogna quando poi te li facevano rivedere, visto che non pensavamo di essere filmati. A me Daniela piaceva tanto, ma ci furono complicazioni perché lei si impressionò facilmente: credeva che io volessi sfruttare la sua immagine per poter andare avanti e ci rimasi malissimo. Litigammo e lei fu eliminata prima del serale, da Clementina. Io le mandai un ultimo messaggio, che mandarono anche in onda. Dopo il programma ne parlammo, ma non c'è mai stato più nulla.

Quelli del programma vi spinsero a mostrarvi di più o era tutto spontaneo?

A dispetto di tante cose che sono state invece architettate e pilotate, quella con Daniela nacque proprio perché io avanzai questa preferenza per lei. Sicuramente loro dal lato televisivo ne approfittarono, ma perché se ne accorse Daniele Bossari, che incominciò a farci domande a telecamere accese. Ovviamente per loro era pane quotidiano, ma per me non era un problema, perché nacque veramente in maniera genuina e spontanea, nulla di programmato.

Poi Daniela è scomparsa nel 2023 dopo una lunga malattia. Vi eravate più sentiti?

Per un lungo periodo no. Ci incontravamo sporadicamente qui a Napoli qualche volta ridendo e scherzando; lei si era sposata e viveva a Roma. Più di recente avevamo ricominciato a sentirci, anche perché fui inserito nel gruppo WhatsApp di Saranno Famosi. Ero sempre stato un po' distaccato dal gruppo. Non vedevo Daniela perché non faceva parte dei 19, e allora la contattai e parlammo del fatto che mi avessero inserito. Io non ne ero molto contento perché non andavo d'accordo con molti di loro. Ci rendemmo conto che non sopportavamo le stesse persone.

Quindi parlavate spesso.

Sporadicamente, anche per non interferire nei suoi equilibri familiari. Poi mi svelò che era malata e quindi ogni tanto le scrivevo per sapere come stesse.

Quindi immagino che tu abbia saputo della sua morte dalle notizie pubbliche.

Lo seppi da un'altra nostra collega, che però non faceva parte dei finalisti. Scrissi un messaggio pubblico di commiato, ma ci fu una reazione rabbiosa del marito, che non voleva che i figli sapessero così della scomparsa della madre e se la prese con tutti quelli che, come me, avevano scritto delle parole per ricordarla e salutarla. Fui costretto a eliminare il messaggio, anche se la famiglia dopo mi ringraziò.

Passiamo al dopo. Saranno Famosi vi dà un successo fulmineo, che però sembra esaurirsi presto anche per effetto del cambio del nome del programma per problemi di diritti. Voi finite un po' nell'ombra: vi siete sentiti un po' le Cenerentole dei talent?

Abbiamo parlato tanto e a lungo di questa problematica. Noi che eravamo i progenitori del programma siamo rimasti malissimo del fatto di non essere più considerati. Non che fosse un obbligo, però essere volutamente dimenticati, arginati, non ha fatto piacere a nessuno, tranne a chi ovviamente aveva già più inserimenti.

Come dire che l'etichetta di "quello/a del talent" diventa pesante sia per chi vorrebbe sfruttarla sia per chi vuole prenderne le distanze.

Non potevi dirlo meglio. Il mio fastidio personale era acuito anche da quella sorta di insoddisfazione per quello che ritenevo di aver subito nel programma. Come se sentissi di avere un motivo di rivalsa in più.

Non hai più avuto occasione di sentire né De Filippi né altre persone del programma?

No, ci ho provato ma si è rivelato più complicato che parlare oggi con Trump. Provai a farlo con Maurizio Costanzo nelle quattro occasioni che ebbi a Buona Domenica. Fu carinissimo con me, cosa che io non mi sarei mai aspettato. Mi difese per un episodio successo al Parioli, al Maurizio Costanzo Show, quando intuì che era stato architettato un momento per sfavorirmi.

Cosa successe?

Dovevamo registrare al Teatro Parioli per il Maurizio Costanzo Show. Ci avevano chiesto di portare un parente, così sono andato con mia madre. Ho fatto le corse per arrivare in tempo, ma durante le prove, come al solito, Roberto Cenci non mi faceva fare l'individuale e mi buttava dietro. Poi è iniziato il programma. Ero seduto sul palco a fianco a un mio ex collega di Saranno Famosi. A metà trasmissione, mentre Demo Morselli intonava La febbre del sabato sera, Morselli ha chiesto a Cenci chi dovesse cantarla. Cenci ha indicato me e contemporaneamente questo mio collega mi ha afferrato sotto il braccio, sollevandomi e buttandomi al centro del palco a tradimento.

Ti sei prestato?

Per non fare una brutta figura tirandomi indietro ci sono andato, ma è andata malissimo: mi sono bloccato per l'imbarazzo. Tornato al posto, guardavo Cenci in cagnesco e lui evitava il mio sguardo. Intanto il mio collega faceva pure la battuta comica per infierire: "Non ce la faccio a vederlo così, mi fa venire l'ansia!". A quel punto è intervenuto Maurizio Costanzo per difendermi: "Ma perché? È stato bravissimo". Io ho preso il microfono e ho risposto: "La ringrazio, ma non sono stato bravo per niente. Piuttosto sono stato vittima di un dispetto gratuito e crudele". Costanzo ha guardato me e poi Cenci, e dal suo sguardo ho capito che aveva compreso perfettamente la situazione e mi stava dando il suo appoggio.

A memoria mi pare di ricordare che il collega fosse Gigi Garretta.

Preferisco non parlarne.

Gli anni successivi a Saranno Famosi per te che parabola descrivono? Hai parlato della possibilità sfumata di una partecipazione a Un Posto al Sole.

Fu una circostanza sfortunata. Subito dopo Saranno Famosi, fui chiamato dalla Rai per un provino a Un posto al sole, che superai ampiamente. Subito dopo, però, dovevamo partire per il TIM Tour. Io cercavo notizie sull'esito del provino e chiedevo continuamente, ma l'impresario del tour, per non perdermi durante la manifestazione e poter continuare a farmi lavorare, tenne la cosa nascosta e non mi fece sapere nulla. A fine estate tornammo a Cinecittà e ne parlai con la produttrice Carmen Liguori. Quando le spiegai la situazione cadde dalle nuvole e mi disse: "Ma che dici, Paolo? Tu dovevi andare a girare!". Provò a fare qualche telefonata, ma era ormai troppo tardi: per il mio ruolo avevano già ingaggiato un'altra persona. Persi l'occasione così.

Finita la tournée la giostra si fermò perché l'attenzione si spostò sull'edizione successiva del programma.

Esatto, anche se poi fummo ospiti dell'inaugurazione della seconda edizione per incoronare quelli che sarebbero stati i titolari.

Hai proseguito nello spettacolo, o c'è stato un momento in cui hai capito di dover mollare?

Mi trovai completamente solo, ebbi un'esperienza negativa anche con l'agenzia di Lele Mora e nel frattempo sono riuscito a fare un'apparizione speciale a La Squadra, ottenuta completamente da solo. Cominciai a capire che così non potevo andare da nessuna parte, mi si chiudevano le porte perché non sono nessuno, Paolo Idolo non è nessuno. Mi sono molto demotivato e ho pensato a rimboccarmi le maniche e fare qualcosa di mio, come sto facendo oggi.

Anche perché dal punto di vista economico voi di Saranno Famosi non avete beneficiato degli effetti del Grande Fratello. Le "serate in discoteca" per voi non sono state una miniera d'oro.

C'era una discrepanza enorme tra chi usciva dal Grande Fratello e chi da Saranno Famosi. Forse perché il pubblico non vuole il personaggio, vuole l'artista che magari si esibisce: hanno meno interesse per quello che fai. Cercano l'icona e forse il Grande Fratello sforna icone, molto più di quanto potesse fare all'epoca Saranno Famosi.

In che direzione sei andato?

Finito tutto, ho provato a rimettermi in gioco. Ho fatto vari lavori da dipendente: commesso in vari negozi e supermercati. Poi ho aperto un piccolo ristorante di sushi. Aveva cinque stelle e il premio d'eccellenza su TripAdvisor, ma ho dovuto chiudere per difficoltà economiche. Da lì sono andato a fondo: per dieci anni io, mia madre e mio fratello abbiamo vissuto con difficoltà. Anni difficilissimi che non auguro a nessuno. Oggi però mi sono ripreso: sono in società con un amico delle superiori e abbiamo una fumetteria a Napoli.

Immagino che molti colleghi di Saranno Famosi siano usciti dalla tua rubrica…

Li ho proprio bloccati. Già durante il programma vedevo troppa sudditanza e troppi atteggiamenti da "lecchinaggio" verso chi era al potere. Ho notato la stessa prostrazione anche anni dopo, durante alcune dirette Instagram nel periodo del Covid. Non riesco ad accettarlo: io sono rispettoso, ma se vedo che mi vieni contro senza motivo e gli altri ti danno pure manforte, mi sottraggo.

Ti capita mai di guardare il programma oggi? Che effetto ti fa rispetto a quell'edizione storica?

Non l'ho mai più guardato dalla seconda edizione in poi, mi sono del tutto dissociato. So com'è diventato solo per sentito dire. Rispetto a noi si è evoluto, ma per me si è anche involuto: doveva nascere come una scuola per imparare e crescere, mentre oggi portano talenti già formati ed è diventato solo una gara a chi è più bravo.

Come hai affrontato a livello psicologico l'essere rimasto intrappolato in quella "bolla" e la successiva disillusione quando è scoppiata?

È stata durissima. Essendo molto sensibile mi ha causato anche qualche problema fisico. Avrei dovuto avere più menefreghismo, ma quando non mi spiego il motivo di un'ingiustizia mi incastro sul pensiero. Volevo solo sapere la verità, anche la più cruda, che invece non ho mai saputo. Oggi il tempo ha curato quasi tutto e ci penso molto meno, ma dire che ho dimenticato del tutto sarebbe una bugia.

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