Alessandro Greco: “Esplosi a 25 anni, era un tempo in cui la Tv osava. Il ritorno di Furore? Lo vedrebbero tutti”
È un pomeriggio di fine agosto quando sento Alessandro Greco a telefono: voce distesa, chiara, di chi ha imparato che scandire le parole è importante, d'altro canto in televisione è fondamentale per farsi ascoltare, per farsi riconoscere dal pubblico, che col tempo si affeziona a chi quel piccolo schermo lo popola. Da quando ha iniziato a fare televisione, a soli 25 anni, la sua conduzione è maturata, ha acquisito sfumature differenti, ma è sempre rimasta fedele a un familiare senso di accoglienza e gentilezza. Anche quest'anno alla conduzione di Uno Mattina, nella sua edizione estiva, Greco racconta l'opportunità di gestire un programma che da anni accompagna gli italiani, spaziando da un genere all'altro, ripensa ai suoi inizi e immagina anche un ritorno, coi fiocchi, del programma che gli ha dato la popolarità ma che ha anche cambiato il modo di fare spettacolo in tv: Furore, che nel 2027 compirà trent'anni.
Alessandro siamo alle battute finali di Uno Mattina, stavolta senza Estate. Come mai questa scelta?
Il nostro direttore del daytime ha deciso di rinunciare alla denominazione estate per dare continuità alla programmazione normale. È un programma storico della televisione italiana, tra i più amati dal pubblico, è una fornace che non si spegne mai, in attività costante da anni e ho trovato giusta questa intenzione, non c'è una diversificazione, ma un adattamento.
Proviamo a fare un bilancio di questa edizione che ti ha visto nuovamente protagonista.
Il programma segue le esigenze, le tendenze e i bisogni degli italiani in termini di intrattenimento, di servizio pubblico, di informazione. E di questo abbiamo un riscontro quotidiano. Il bilancio è totalmente positivo, abbiamo accontentato chi ci guarda con contenuti che hanno soddisfatto le aspettative, nonostante il mese di diretta in meno di quest'anno.
Perché il pubblico continua a scegliere Uno Mattina, secondo te?
Si è creata una fidelizzazione col prodotto, che è rimasta tale anche con l'avvicendamento dei conduttori. Il pubblico percepisce di potersi fidare.
Uno Mattina è il tipico contenitore di infotainment, dove si spazia da un registro all'altro. C'è un aspetto che reputi più difficile di altri in questo continuo passaggio di contenuti?
Credo che ogni occasione nella vita sia utile e propizia per imparare. Non c'è nessuna fatica, ma uno stimolo nell'imbattersi in questi spazi che sono diversificati da un momento all'altro. Io ho adattato il mio approccio, il mio stile a seconda dello spazio che mi è capitato di dover gestire. È un allenamento per me.
La tua carriera in tv inizia da giovanissimo negli Anni 90. Ciclicamente si ripropone il problema del cambio generazionale in TV, quando hai iniziato rispetto ad oggi c'era forse più spazio per le nuove leve, nonostante ci fossero ancora i grandi nomi ancora in attività?
Nel 97, quando ho fatto il programma che mi ha portato repentinamente al grande pubblico, avevo 25 anni. A pensarci, come conduttore, era un'età sorprendente rispetto alla tendenza anagrafica che si attribuisce a questa figura di solito, perché ci si aspetta che abbia più esperienza. Io sono il frutto di un enorme coraggio, una generosità gratuita di più persone che hanno deciso di credere in questa scommessa, poi ampiamente ripagata.
Quindi, sei d'accordo col dire che paradossalmente c'era più spazio.
Erano belli questi esperimenti, si evitava di concepire la televisione come qualcosa di ego riferito e di autoreferenziale, si cercava di pensare come poter appassionare il pubblico e sollecitarlo con contenuti nuovi e anche con persone nuove. Nonostante fossero gli anni in cui i grandi miti, le grandi icone, i grandi maestri di questa attività erano ampiamente in attività, quindi da una parte è stato più difficile, dall'altra è stato più facile perché c'era una maggiore predisposizione, una visione coraggiosa, lungimirante del futuro.
E oggi cosa manca?
È un paradosso, ma oggi ci sarebbero condizioni favorevoli anche per il tempo che è passato. Forse c'è meno coraggio, ma televisivamente parlando, in vari ambiti, si è persa quella predisposizione a osare che a volte non porta un risultato, ma spesso, come nel mio caso, invece crea una novità.
La persona che per prima ha riconosciuto la tua predisposizione a stare in tv. Che nome mi diresti?
I miei genitori televisivi, coloro che si sono presi la briga di dare una possibilità a un giovane, di tentare qualcosa di nuovo, sono stati Raffaella Carrà e Sergio Japino. Ma insieme a loro anche altre figure, persone coinvolte in quell'operazione che è stata Furore.
C'è qualcosa che hai imparato da loro in quegli anni e che ancora oggi ti ripeti?
Sì, dare sempre valore al privilegio che ho, non dare mai nulla per scontato e rendermi conto che ogni volta che sono impegnato, che sono in onda, fosse anche solo una campagna promozionale, una manifestazione, una serata, un podcast, ecco, in ognuna di queste occasioni avere la sensazione che quella cosa che stai facendo è come fosse la prima, ma potrebbe essere anche l'ultima.
Imparare a vivere il presente, quindi.
Sì, metterci quella carica, quell'entusiasmo, fare le cose con tutto me stesso. È questo lo spirito con cui mi approccio al mio lavoro. Poi, ovviamente, siamo umani, quindi mostrarsi in un momento di difficoltà, di debolezza è normale. Ci sono momenti in cui una persona può vivere "uno stato di grazia" e periodi in cui uno sta peggio.
Il lavoro nel mondo dello spettacolo è sempre altalenante, c'è qualcosa che avresti fatto diversamente?
Tutto quello che ho fatto è stato fatto in maniera consapevole. Molto dipende dalle opportunità, dai periodi, ma anche dalla coralità dei progetti, non si fa nulla da soli, le cose si fanno insieme. L'importante è la genuinità e la verità con cui ti approcci a quello che sei chiamato a fare. Anche a determinate rinunce, che vengono comunicate sempre con grande riguardo e con grande educazione.
Che tipo di rinunce?
Non credo che stare in televisione, giusto per starci, vada sempre bene. Bisogna vedere il contesto, chi siamo, dove siamo, perché siamo lì. Devo avere una risposta a queste domande. Mi è capitato di ricevere delle offerte, ma immaginandomele mi sono reso conto che non mi sentivo adatto a quel progetto, quindi, ho ringraziato per chi ha avuto il pensiero per me, ma non ho accettato.
Quindi non hai rimpianti per quei progetti che hai lasciato andare.
No, perché si fa anche un lavoro di sottrazione, cioè non è fare il prezzemolino in televisione, ma far arrivare sempre al pubblico il concetto che tu in quella situazione lì hai un senso, ci sei dentro. Entrare dentro le cose e lasciare che le cose, i progetti, ti attraversino. È solo questo modo sanguigno di vivere, questo tipo di attività, secondo me, che poi ti fa durare nel tempo.
In questi anni di televisione, fatti di opportunità e rinunce, cosa ha imparato Alessandro Greco di sé?
Raffaella Carrà mi diceva "Tu sei una spugna". Mi sono reso conto che di pari passo a quella che è la mia crescita personale, umana ho una capacità di adattamento rispetto a tantissimi ambiti da proporre in televisione. Non mi sento arreso, le mie caratteristiche mi portano verso il varietà, verso l'intrattenimento, però mi sento dentro anche a spazi che, invece, sono completamente in controtendenza rispetto a questo genere.
C'è qualcosa che pensi non sia stato capito del tuo modo di fare?
Può essere capitato. Nessuno è perfetto, io involontariamente posso aver avuto dei comportamenti che magari non hanno accontentato, soddisfatto qualcuno, hanno creato che ne so, diffidenza, rigidità, ci sta. Se questo è avvenuto non è mai stato per un compiacimento e per un desiderio subdolo di arrecare fastidio o danno a chicchessia, è stato assolutamente involontario.
Con tua moglie Beatrice avete spesso raccontato del vostro privato, è stata una scelta un po' imposta dal fatto di essere personaggi pubblici, o una volontà precisa?
La sfera privata e di famiglia è il fulcro della nostra esperienza di vita, la roccia su cui si poggia tutta la nostra quotidianità. È una scelta che abbiamo fatto. Tante volte è stata raccontata la nostra esperienza spirituale e di fede, l'abbiamo fatto per rendere testimonianza perché tanto abbiamo ricevuto e tanto siamo chiamati a restituire. Siamo felici se con le nostre parole possiamo aiutare, innanzitutto noi stessi, e anche le altre persone a vivere questa dimensione, perché possano trarre giovamento, possano capire quanto sia bello e importante vivere la vita vita in un'ottica anche spirituale di fede.
Si parla spesso della difficoltà di creare relazioni durature, pensi sia cambiato il nostro modo di darsi agli altri?
Viviamo un un'epoca di grande crisi, la nostra capacità relazionale e di comunicazione si è un po' ammalata. Sembriamo e di fatto lo siamo iperconnessi, ma al tempo stesso è soltanto apparenza. Ci siamo chiusi a riccio e siamo largamente disconnessi fra di noi. Su RaiPlay Sound a questo proposito uscirà un mio podcast che vuole aiutare le persone a recuperare il valore e la preziosità della comunicazione in tutte le declinazioni immaginabili. Dovremmo interrogarci tutti sul fatto che ci stiamo trasformando in delle isole, questo ha tanti effetti collaterali anche sulla quotidianità.
Questo isolamento è qualcosa che temi per i tuoi figli?
Al netto degli errori che abbiamo commesso, dei nostri limiti, abbiamo iniziato a fare i genitori giovanissimi, quando io conducevo Furore, siamo cresciuti con questi ragazzi, oggi credo che Alessandra e Lorenzo siano delle persone consolidate e abbiano avuto una buona semina. Siamo tutti un terreno fertile, l'importante è spargere un buon seme e crescendo si farà la raccolta che si riterrà più opportuna.
L'abbiamo nominato spesso in questa chiacchierata, per cui nell'ottica dei prodotti di successo e anche dei revival, credi che un programma come Furore possa tornare in tv?
Furore ha fatto la storia, ha cambiato il modo di concepire l'intrattenimento in televisione. Dieci anni fa mi fu chiesto spontaneamente di fare delle nuove puntate, per il ventennale, l'anno prossimo cadono i trent'anni. Da parte mia non è partito nulla, ma sono arrivate voci che vorrebbero proporre nuove puntate celebrative. Credo che Furore sia un po' come quei locali che aprono, cambiano gestione, chiudono e poi riaprono, però la gente ci ritorna sempre. Al di là della celebrazione credo che sia un'opportunità per rialzare la saracinesca di un locale in cui la gente torna con piacere.