Kaspar Capparoni: “Capri è nata dal cuore. Oggi si fanno fiction per burocrati, non per il pubblico”
È la settimana di Ferragosto, il caldo è una costante da due mesi, ma il ritorno di Capri nel pomeriggio di Rai1 ha allietato molti amanti della TV. Quando ci sentiamo Kaspar Capparoni risponde al telefono da Taormina, senza sapere se il suo ritorno a Roma, a seguito dell'eruzione dell'Etna, sia ancora in forse oppure no: "Mi attrezzerò per la traversata in macchina" dice sorridendo. Poco dopo i ricordi di circa vent'anni affolleranno la sua mente per tornare sul set di una delle fiction più amate di sempre, che ancora oggi non smette di appassionare il pubblico.
Quello di Capri fu un vero e proprio fenomeno televisivo, di cui con l'attore romano proviamo anche a spiegarne i motivi: "Non erano prodotti studiati, si facevano col cuore". Un gioiello da salvare a tutti i costi, come ha dimostrato la sua mobilitazione sui social. Capparoni di fiction di successo nella sua carriera ne ha fatte tante: da Elisa di Rivombrosa a Rex, passando per Al di là del lago, Solo per amore e altre ancora, la critica che muove verso il sistema di oggi, quindi, è più che ragionata. E ora che di esperienza ne ha acquisita abbastanza sente di poter dire che fare l'attore non è più un mestiere che da solo può bastare: "Io l'ho fatto per sogno e un po' di follia".
Il tuo appello sui social, dopo la cancellazione iniziale della serie, è diventato virale. Credi la Rai lo abbia davvero preso in considerazione?
Non credo, la mia è stata una cosa di cuore. Non un pensiero da attore, ma da fruitore di Capri. Non posso pensare abbia influito, perché se così fosse qualcosa non va. Sicuramente hanno visto le reazioni della gente e hanno fatto dietrofront.
Ad ogni modo, obiettivo raggiunto: Capri è tornata in tv dopo vent'anni.
Sì, ma c'è un problema. Capri è stata un successo, ma il suo ritorno è stato gettato nella mischia, senza un battage pubblicitario, un richiamino, una velina, nulla. È stato messo un sottopancia, durante la trasmissione precedente, l'ho ripreso col telefono e l'ho mandata in giro per dire "Oh, ragazzi, da domani c'è Capri". Come poteva saperlo la gente?
A cosa credi sia dovuta questa mancata chiarezza?
Disorganizzazione. È stata prima annunciata nel palinsesto estivo, poi posticipata da maggio a giugno, a giugno è stata cancellata, non s'è capito più niente. Però nonostante non abbia avuto l'accoglienza che meritava, ha fatto il 9% di share, siamo andati ben oltre le aspettative.
Sento un certo orgoglio nel parlarne. Cosa ti lega a questa fiction?
A Capri io sono affezionato, è come un figlio, fa parte della mia vita. Anche a 80 anni per me Capri sarà Capri. Quello che mi ha dato, non è paragonabile ad altro.
Guardando le puntate è evidente come sia cambiato il lavoro sulle fiction tv. Tu che ne hai fatte tante, diresti in meglio?
In peggio. Quando uscì Capri, nel 2005, un giornalista mi chiese perché non pensassi di fare cinema, invece di dedicarmi alla TV e io gli dissi "Arriverà un giorno in cui i grandi attori, lasceranno il cinema per fare tv e grande serialità". Ed è quello che è successo, detto prima ancora che ci fossero Amazon, Netflix.
Hai avuto ragione, ma cos'è che differenzia Capri da una fiction che potremmo vedere oggi?
Oggi non si lavora più con una progettualità che parte dal cuore per poi andare alla mente. Sapete quanto tempo c'è voluto per scrivere Capri?
Quanto?
Tre anni. Un progetto nasce da un sentimento, poi dal ragionamento. Oggi si pensa a qualcosa di puramente organizzativo: facciamo una roba sui medici, una sulle suore, mettiamo l'attore che funziona di più. Non c'è una penna che scrive e poi si evolve la storia.
Dici che i progetti di oggi sono molto costruiti, magari per gli ascolti, e poco autentici?
Non guardo lo share, è per i burocrati della televisione, a me hanno insegnato a guardare il pubblico. È quello che conta. Dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali ovunque si faccia televisione.
Tirando le somme, cos'è che ha portato a rievocare una serie di vent'anni fa con così tanto clamore?
Il lavoro d'insieme. Noi davamo il nostro contributo. Oggi molti attori sono solo esecutori, non c'è una costruzione di vari elementi che poi tirano fuori la scena. Le scene mie e di Sergio (Assisi ndr.) non erano mica tutte scritte, erano il frutto di improvvisazione, alchimia. È tutto diverso. Bisogna porsela una domanda: perché la fiction italiana sta sparendo?
Diamoci anche una risposta. Perché?
Perché bisognerebbe mettere le persone capaci al loro posto. Autori, produttori, attori che collaborino tra loro. Se non si fa questo non c'è futuro. Ti faccio un esempio.
Prego.
Ho fatto tante serie, anche di successo, tra cui Rex. L'originale era austriaco, ma la nostra produzione italiana è stata portata in 180 paesi nel mondo. Perché era fatta in un certo modo, non era banale. Quando sono tornati all'originale, finita la magia.
L'onestà di una storia di capisce già dalla lettura. Ti è mai capitato di rifiutare un progetto, anche di successo, perché qualcosa non ti convinceva?
Proprio con Capri. Tutti noi del cast storico alla terza stagione dicemmo no, perché avevamo capito che sarebbe diventata un'altra cosa, sarebbe stato come tradire il pubblico. Abbiamo avuto il coraggio di dire "Basta, grazie". E comunque, io lo farei analizzare il successo di Capri.
Cosa ne verrebbe fuori?
Non ci si chiede più perché una cosa ha avuto successo rispetto a un'altra. Il primo Capri era un fiore all'occhiello, preciso, stupendo, con una sua dinamica, evoluzioni perfette. Sembrava una commedia post Anni 50, quelle del dopoguerra, dotate di quella semplicità che ancora oggi guardandole sorridi. Raccontavano la nostra storia, il nostro modo di dire le cose. Già con Capri 2 le cose sono cambiate.
Perché, che successe?
Mi arrabbiai tantissimo, da una storia d'amore stava diventando un giallo. Non capivo cosa stessimo facendo. Con i sequel in Italia non siamo bravissimi.
Facciamo un passo indietro: come è arrivato il ruolo di Massimo Galiano?
Non lavoravo forse da tre anni, dopo un periodo piuttosto buio della mia vita e un giorno, in maniera inaspettata, mi chiama un dirigente della Rai chiedendomi se fossi disponibile a fare una serie. Gli chiesi cosa fosse e sono finito a fare sei provini. Stavo sull'Aurelia e dovevo andare a Talenti, un viaggio ogni volta. Poi mi dissero che mi avevano scelto e mi sono trovato a fare Capri.
Che ricordi hai del primo incontro con gli altri protagonisti?
Quando sono arrivato ho avvertito subito con Sergio, Gabriella (Pession ndr), Bianca (Guaccero ndr) un'armonia, anche se ero il più vecchio di tutti, all'epoca avevo 40 anni. Sergio ne aveva poco più di 30, Bianca era una bambina, ne aveva forse 24 e Gabriella 28 anni. Non sembravo nemmeno troppo vecchio, però sono stato un po' una chioccia con loro, erano come fratellini minori. Stavamo sempre insieme. Facevamo le escursioni, i riposi, spesso anche la sera e certe volte ci presentavamo sul set distrutti. Non ho mai più ritrovato una cosa così.
Un ritorno di Capri sarebbe possibile?
La gente da casa lo chiede. Penso che nella vita non ci sia niente di sicuro, nel bene e nel male. Capri è stato un prodotto onesto, sincero, e quando è così non possono che venir fuori cose belle, quindi non è che perché è finito non può uscirne niente di buono. Dipende sempre da cosa si vuole fare, cosa si può immaginare. Un attore, un autore, un regista che non sogna più è solo un esecutore.
Cosa ti ha portato a fare l'attore?
La follia e il sogno. Vengo una famiglia antica, nasce nel 1120, una famiglia di medici, quando sono arrivato io che volevo fare l'attore si sono preoccupati un po' tutti. Poi hanno capito che facevo le cose sul serio, teatro, che ho fatto per vent'anni prima di fare tv. Ma non era un mestiere facile, oggi è ancora più complicato.
Cos'è che lo rende diverso e più complicato?
Manca la conoscenza, lo studio. L'obiettivo è avere successo, ma qual è il mestiere di avere successo? Questo lavoro si fa andando oltre la notorietà, altrimenti quando non ti chiamano più che fai?
C'è qualcosa che vorresti ti avessero detto quando hai iniziato e invece non l'hanno fatto?
Sì. Mi avevano detto che di questo mestiere si sarebbe potuto vivere e invece non è così. Un tempo lo era. Io ho vissuto quello splendore. È come se ti invitassero alla più bella festa di Londra, stupenda, sul Tamigi, tu arrivi e si chiude la festa: "Scusate, ma che è successo?". So che significa quando hai visto una cosa, l'hai assaggiata e poi te l'hanno levata da sotto il naso.
Quindi cosa consiglieresti a chi vuole fare l'attore oggi?
Ai ragazzi che conosco e che vogliono fare questo mestiere, dico di non pensarlo come se fosse l'unica cosa da fare nella vita. Prenderlo come passione, ma poi di investire tempo e denaro anche su altro che possa darvi un'altra chance, perché non si può fare gli attori per sempre.
E fare l'attore cosa ha fatto emergere di te che mai avresti immaginato?
Ero un ragazzo timidissimo. Balbettavo. Poi, qualcuno è riuscito a tirar fuori l'animale che avevo dentro e sulla scena so di essere una belva. Ho conosciuto un lato che non avrei mai immaginato di avere. Ma solo il teatro mi ha dato questa conoscenza, devi avere quel magnetismo che incolla. E ho scoperto che c'era dentro di me, cos'ero, dove potevo arrivare, quali erano le mie paure e se potevo superarle.
E le hai superate?
Le paure ci sono sempre, guai per chi non ha paura. Se non hai paura non ti salvi.