Patrick Rossi Gastaldi: “Fermo da due anni. Ad Amici decide Maria, insegnare recitazione in tv non ha senso”
Oggi Patrick Rossi Gastaldi, 72 anni, non insegna e non dirige più: da due anni ha dovuto lasciare per problemi di salute. In questa intervista non risparmia nessuno, a partire proprio dal programma di Maria De Filippi, che lo ha reso popolare. Racconta che i voti agli allievi spesso erano orientati dalla conduttrice: "Se lei che voleva dessi 4, io dovevo giustificare il suo 4. A metà stagione Maria aveva già individuato il vincitore". Perché, sostiene, "quello che conta è il reality, e il reality non è mai vero, è sempre indotto". Da qui la sua bocciatura più netta: insegnare recitazione in televisione "non ha alcun senso" perché "è un concetto sbagliato". E il conto da pagare sarebbe poi stato subire il preconcetto dell'ambiente teatrale nei confronti di un percorso televisivo di tanti anni, che alla fine gli aveva anche "tolto il senso di ricerca del teatro”.
Non è più tenero con il suo settore. Dà ragione a Branciaroli, che lo aveva definito "un reddito di cittadinanza per attori senza cultura" ("non sbaglia"), e a Umberto Orsini che lo considera al 90% amatoriale, ma senza farne una condanna: "Io per esempio sono un autodidatta". Ha poi diretto a teatro artisti più legati al mondo del cinema, come Luca Zingaretti che ha definito "un attore molto egoista, vuole tanta visibilità", oppure Anna Mazzamauro, con la quale ha litigato, che è “insopportabile”. E sul passaggio di consegne televisivo tra Maurizio Costanzo e Maria De Filippi è netto: lui aveva messo in cantiere di "far credere al pubblico di essere il protagonista", lei invece l'ha concretizzato con reality come Temptation Island.
Patrick, partiamo dall'oggi: mi dicevi che non insegni più.
Da due anni. Non posso più, ho chiuso.
Hai chiuso per ora, ma è un addio?
Mai dire mai, certo. Ma cinque anni fa ho fatto uno spettacolo con Grazia Di Michele, già in sedia a rotelle, e poi ho deciso di smetterla.
Alessandro Haber fino a poco tempo fa andava in scena in sedia a rotelle.
Sì, me lo ricordo. Era uno spettacolo bellissimo.
Facendo un passo indietro: il teatro è stato presente in te fin da bambino.
Sì. Ho sempre voluto fare l’attore. Anzi, prima il cantante, poi ho lavorato molto con la musica. Ho fatto prima un concorso di cabaret nel ‘75 a Genova, da dove è venuto fuori anche Beppe Grillo. Vinsi una tournée con Umberto Bindi, io la prima mezz’ora e lui la seconda. Poi sono andato a Torino, c'era Aldo Trionfo, ho fatto molte assistenze. In seguito ho cominciato a fare l'attore, sono andato a Siracusa, tornando mi sono fermato a Roma e non mi sono più mosso. Ho avuto la fortuna di lavorare subito, grazie a Giancarlo Cobelli.
Oggi la società è velocissima e i giovani sembrano non avere più la pazienza della gavetta e di stare al fianco di chi ha esperienza.
In questo la televisione ha guastato molto l’immagine dell’attore, gli ha tolto il mistero, lo scheletro. La tv è terribile in questo. Nelle compagnie di teatro e di ricerca di provincia ancora fanno gavetta e giovani che credono nel teatro. Ma se poi passi in televisione la magia è finita. È il meccanismo televisivo che è diabolico in questo senso. Infatti, quando feci Amici, avevo un bellissimo rapporto con i giovani, mi ha dato molte possibilità, però insegnare, tra virgolette, recitazione in televisione non ha alcun senso, se ci penso bene. Infatti, mentre facevo Amici, avevo dei problemi di coscienza.
Ho chiesto a Fioretta Mari come mai ad Amici non ci sia più la recitazione e mi ha risposto che a un certo punto le dissero: i cantanti incassano, gli attori sono una spesa. Condividi?
In parte sì. Ma perché la tv non c’entra niente con il teatro. Finito un certo grado di curiosità, si chiude tutto. Io ho convinto Maria a produrre "Footloose", che si può definire un musical, gli allievi. E l'ha fatto. Avevo un ottimo rapporto con lei. Ma il problema è un altro: gli attori ad Amici erano isolati, perché erano soli, senza la musica accanto come i ballerini o i cantanti. La ricerca di se stessi nel fare l’attore è un fatto talmente privato che se viene filmato ci prendiamo per pazzi. I momenti di insegnamento sono sempre chiusi tra quattro mura. Come in Accademia, dove, non a caso, l’insegnamento si svolge in tre anni di reclusione.
Ti lancio una provocazione di Franco Branciaroli: il teatro di oggi è "un reddito di cittadinanza per attori senza cultura".
Non sbaglia Franco. Non è valido per tutti, c’è ancora qualche giovane che crede nel teatro come forma di colloquio con la società, tra pubblico e attore, di riflesso di quello che siamo. Purtroppo sono cambiate le forme del teatro e anche gli interessi del pubblico. Adesso fanno teatro anche i giornalisti, guarda Sigfrido Ranucci, guarda Marco Travaglio. Queste, però, sono conferenze, ma li chiamano recital o veri e propri spettacoli teatrali.
Umberto Orsini ha aggiunto che “il teatro di oggi è al 90% amatoriale”.
È vero, ma non è per forza un male. È anche la sua freschezza. Io, per esempio, sono un amatoriale. Anzi, sono un autodidatta più che un amatoriale. Ho imparato a fare teatro stando sempre in quinta, non stavo mai in camerino. Ho fatto tutti i mestieri in teatro: il tecnico, il direttore di scena, l'attore e poi le regie. In tutta Italia. E sono un autodidatta.
È vero che tutto è partito da un incidente mentre facevi pattinaggio artistico?
Proprio così, in fondo è stata una fortuna. Facevo pattinaggio artistico perché volevo danzare. Però quando venni a Roma misi un piede in Accademia, perché volevo studiare, e lo tolsi subito: capii che non era un mio desiderio. Non so, avevo paura, avevo mille dubbi. Sono tornato a Genova, poi il cabaret, e intrapresi quella strada.
Alex Britti disse di non aver studiato musica per non perdere l'istinto del blues.
Ho lavorato con Alex Britti e ne sono convinto anch'io. Per quanto mi riguarda, mi sono costruito una tecnica, l'ho imparata, ma se non dò retta al mio istinto barcollo, e non basta solo la pratica tecnica. Viene un momento in cui devi ricominciare tutto da capo.
Ti ricordo qualche nome: Luca Ronconi, Giancarlo Cobelli, Aldo Trionfo, Glauco Mauri. Hai lavorato con questi grandi del teatro, ma cosa ti hanno insegnato?
Il mestiere! Perché quello dell’attore è un mestiere. È la voglia di discutere la propria esistenza. Il motivo della nostra esistenza su questa terra, di visionarlo, rivederlo, di condannarlo o meno. È molto importante.
Tra i motivi non hai mai citato il successo, la fama, i numeri. Oggi invece si parla di sold out per qualsiasi cosa.
Ho sempre fatto teatro e dopo il primo mese di Amici non me ne rendevo conto. Dopo un mese mi sono fermato a un autogrill e mi hanno assalito i fan della trasmissione. Infatti mi sono spaventato. Non potevo credere a quel tipo di fama, che io non amo. Quando facevo teatro qualcuno mi riconosceva, perché ho lavorato tantissimo, ma ma niente a che vedere con la fama che dà quel tipo di televisione.
Con quali conseguenze?
Non uscivo più di casa, non potevo più mettere un piede fuori dalla porta. Per me fare una passeggiata la sera era impossibile. Mi mettevano i biglietti da visita in tasca, i numeri di telefono nella cassetta della posta, follie del genere. Se avessi voluto il potere, quello è un tipo di potere che ti dà la televisione ed è negativissimo. Che paura!
Nel 2008 Franca Valeri, Lauretta Masiero e Valeria Valeri dissero in un'intervista di essere tornate a teatro proprio perché le dirigevi tu. È una medaglia per un regista?
Le mie donne, le mie donne. Il tipo di rapporto che ho avuto con loro era meraviglioso. Anche con Franca Valeri, che era la più timida, la più chiusa, un rapporto meraviglioso. Eppure all'inizio lei non mi voleva. Per "Mal di madre" voleva un regista che già conosceva, per stare tranquilla. Arrivava da un momento in cui non la voleva più nessuno, perché aveva fatto due spettacoli andati male. Urbano Barberini invece si fidava di me.
E come vi siete trovati?
Abbiamo cominciato dandoci del lei. Poi un giorno eravamo al tavolino a leggere il testo e io non ero d'accordo con Barberini: "Questo personaggio secondo me non va fatto così, ci sono appoggiature diverse", perché era uno psicanalista. Lei mi ha detto: "Scusami, fammi leggere". E io: "Signora Valeri, possiamo leggere insieme?". "Prego, prego". Abbiamo cominciato a leggere il testo. Lei si ferma, mi guarda e mi fa: "Ma mi fai ridere, smettila". Da lì è partito il rapporto, attraverso l'ironia.
In seguito hai diretto anche Margherita Buy e Luca Zingaretti.
Hanno un rapporto diverso con se stessi in teatro. Luca è un attore molto egoista, vuole molta attenzione, cerca tanta visibilità, e dopo un po' si stufa del teatro. Così anche Margherita, preferisce la cinepresa. Sanno benissimo stare sul palcoscenico e sono bravissimi, con Luca ho fatto tre spettacoli, sempre cose sperimentali, che erano poi anche gli spettacoli che amavo di più, che facevo più volentieri. Con Margherita due, e in "Separazione" li ho messi insieme.
C'è qualche attore con cui hai fatto più fatica?
Zingaretti è faticoso. E Giulio Brogi era un bravissimo attore, ma pericoloso anche per se stesso: io ho rischiato di prendermi un pugno da lui, non posso fare a meno di dirlo.
Come mai?
Era talmente esigente nel costruire i personaggi, nel tirarne fuori la psicologia, che rischiava di non essere bravo: c'erano troppe cose e non avevano un ordine. Difficile da governare. Ma quando poi capiva che si poteva fidare, si lasciava andare: il lavoro vero è conquistarsi la fiducia di questi artisti.
E tra le attrici?
Anna Proclemer era difficile. Dura, dura, dura. Ammalata e innamorata del suo passato. Eppure con lei ho fatto "La professione della signora Warren" e "Quartet". E poi Anna Mazzamauro, che è davvero insopportabile. Ho fatto tre spettacoli con lei e abbiamo litigato furiosamente, perché era solo ego, parlava soltanto di sé. Paolo Villaggio non aveva tutti i torti a non invitarla mai, a non offrirle nemmeno un caffè, come ha raccontato lei.
Hai lavorato anche a un allestimento con Carmelo Bene insieme a Branciaroli.
Era il 1976 e lo spettacolo era di Trionfo. Era il Faust di Marlowe. Bellissimo, bellissimo, bellissimo. Sono esperienze che contano, e che sono l’università degli autodidatti.
C'è qualcosa che Carmelo Bene ti disse e che ricordi con affetto?
Lui odiava fare gli esercizi di memoria, non li voleva mai fare. Allora mi chiedeva di ripetergli le battute e mi diceva che la mia voce lo riposava: "Dimmela tu la battuta". Anche Franca Valeri faceva lo stesso: "Fai tu, che io prendo". Rubavano. E a me toccava fare tutti i personaggi.
Dopo tutto questo teatro, a un certo punto capita Amici. Come andò?
Maria e Maurizio insieme mi scelsero. All'epoca io ero un regista di moda, facevo anche spettacoli comici con le grandi attrici, e si vede che Costanzo mi consigliò a Maria. Mi chiamò lei direttamente: ero al bar, mi fece la proposta, il caffè mi andò di traverso.
Perché accettasti?
All'epoca avevo brutte proposte dal teatro e quello che proponevo io non me lo facevano fare. Sono fissato tuttora con il teatro espressionista, che adoro, invece mi offrivano solo commediole. L'ultima che avevo ricevuto era "Pretty Woman" con Manuela Arcuri, e avevo detto di no. E allora ho pensato: vabbè, un anno in mezzo al potere televisivo di quel genere, perché no? Non l'avevo mai provato.
Da un anno sono diventati otto.
Perché ero pagato bene. I primi tre anni mi sono molto divertito, poi ha cominciato a pesarmi. Quando entri in quel meccanismo è difficile staccarsi. E c'è la visibilità.
Il teatro te l'ha fatta pagare?
Assolutamente sì. Prima di tutto Amici mi ha tolto il senso di ricerca del teatro, che avevo molto sviluppato, mi ha impigrito e nello stesso tempo ha demotivato i teatranti a chiamarmi.
Con il pregiudizio verso chi ha fatto televisione?
Con il pregiudizio, sì. I teatranti sono terribili. Siamo tremendi, tra di noi ancor di più.
Luca Jurman, altro ex insegnante, negli ultimi anni è diventato molto critico verso il programma. Dice che è negativo il modo in cui si insegnano certe cose. Sei d’accordo?
Sì, assolutamente sì. Perché quello che conta è il reality, e il reality non è mai vero, è sempre indotto. Insegnare la recitazione o il teatro a dei ragazzi che vengono filmati mentre ascoltano, mentre provano, non è mai un bene. È un concetto sbagliato, se vuoi fare questo mestiere.
Nel 2008 avevi espulso l'aspirante attore Piero Campanale, mentre Fioretta Mari voleva mantenerlo. Era una diversità di vedute tra insegnamenti?
C'è un dogma ad Amici: è tutto indotto da Maria. Fioretta in questo è ingenua.
In che modo era indotto?
Pensa che prima delle dirette ci dicevano di non fare le facce quando parlava Maria, perché poi in diretta ci diceva: "Patrick, hai dato 4, perché?". Ma era lei che aveva voluto che dessi 4, e io dovevo giustificare il suo voto che mi aveva indotto precedentemente.
Quindi anche i voti erano indotti?
Spesso sì. A metà stagione Maria aveva già individuato il vincitore.
E per farlo vincere c'era un percorso privilegiato?
Certo. Una vincitrice l’avevo trovata io, Giulia Ottonello. L'ho beccata io nel mucchio.
Un meccanismo così valorizza o penalizza il talento?
Ma sai, per come è messa la televisione il talento è molto discutibile. Ormai si parla di talento per il cinema e per il teatro, mentre in televisione il talento non ha mai contato molto, almeno negli ultimi vent'anni non conta quasi più, secondo me. È talmente tutto a braccio che non conta il talento. Se sai parlare, sai ragionare, alla fine riesci. Perché è cambiato il modo di scrivere: la scrittura oggi è spesso molto banale, molto quotidiana. Il quotidiano che tutti possono capire è una soluzione terrificante, che ti porta a recitare non recitando, a capire solo quello che dici e non quello che vorresti dire.
Ti è capitato di rivedere Amici oggi?
Devo dire che il Serale è spettacolare: Maria fa bene quelle cose. Non mi piacciono le liti, non mi sono mai piaciute, e non mi piacciono le competizioni. Però è cambiato totalmente.
Se Maria oggi ti chiedesse un consiglio?
Non ho consigli da darle, perché lei è molto padrona, ed è un talento anche quello. È padrona dello studio e di quello che fa. Su questo non c'è nulla da dire.
Hai conosciuto sia Maurizio Costanzo che Maria De Filippi. Che differenze hanno?
Costanzo era molto boss, De Filippi molto comandante: sono due definizioni diverse. Lei ha proseguito quello che lui aveva messo in cantiere, cioè far credere al pubblico di essere il protagonista. L'innovazione grossa di Costanzo è quella di rendere il pubblico protagonista, che per me è molto pericoloso.
Se Costanzo gliel'ha fatto credere, Maria De Filippi l'ha reso realizzabile?
Sì, Maria l'ha realizzato con i reality: oggi siamo a Temptation Island e a tanti altri, e quei programmi hanno community molto forti.
Che rapporto avevi con Maria?
Bellissimo, devo dirlo. Mi conobbe quando facevo le prove di "Mr. Popkins". Veniva in teatro alle prove, i primi anni si divertiva molto. E poi ho dato anch'io parecchi spunti per scoprire i ragazzi: chi ha cominciato a farli piangere in televisione sono stato io. Facendo certi esercizi di teatro, arrivi a farli piangere a dirotto.
Maria De Filippi potrebbe essere una buona attrice?
No, credo proprio di no. Lei non può fare l'attrice perché è troppo personaggio. Non penso che potrebbe interpretare neanche se stessa, perché è molto complicato interpretare Maria De Filippi. Costanzo ci ha provato scrivendo per il teatro, ma con risultati mediocri.
Patrick Rossi Gastaldi ha ancora un sogno nel cassetto?
Sì, di fare una regia di uno spettacolo di Brecht. L’ho fatto per dei brandelli delle sue opere, ma un testo di Brecht non l'ho mai fatto. E purtroppo credo che ormai sarà per un'altra vita.
C'è un attore che vedresti bene in quello spettacolo?
Dipende dal testo. Io farei tutti i testi di Brecht. Ma non ho più questo tipo di volontà di scelta, mi è passata, perché ho abbandonato il teatro, l'ho dovuto abbandonare per dei problemi fisici, e mi sono dovuto convincere. Rinunciare a fare teatro mi ha segnato psicologicamente. Il teatro era la mia vita. Chiudere con quel mondo è stato duro, perché stavo in teatro da mattina a sera: certe cose non le ho mai viste, negli anni Ottanta e Novanta, perché stavo sempre in scena, o in tournée, o a fare le regie. È stata la mia vita.
Immagino resti un vuoto incolmabile.
L'ho colmato con i miei pensieri e con i miei ricordi, se non mi sparo.