Franco Bragagna: “L’atletica in Italia corre più veloce della politica, favorisce l’integrazione da 15 anni”
Voce inconfondibile delle grandi tappe dell'atletica leggera e degli sport invernali, Franco Bragagna ha accompagnato per decenni le emozioni degli appassionati italiani. Dopo una lunga e prestigiosa carriera in Rai, il telecronista è passato a collaborare con Sky, vivendo da una nuova prospettiva l'epocale exploit dell'atletica azzurra agli ultimi Europei. In questa intervista a Fanpage, Bragagna traccia il bilancio del trionfo italiano, riflette sul ruolo dello sport come fattore d'integrazione sociale e racconta le differenze tra il servizio pubblico e questa nuova esperienza nel mondo della pay Tv.
Che tipo di sensazioni hai respirato in questi giorni?
Io sono anni che dico che questa è la migliore squadra italiana di sempre. Alcune cose sono andate per il verso giusto con un po' di fortuna da metà in poi e si sono incasellate diverse cose, funzionando in maniera splendida. L'ultimo giorno è stato un po' il paradigma di tutto: hai vinto con Larissa Iapichino per un centimetro, per tre centesimi vinci la staffetta 4×400 in faccia ai britannici… Cosa vuoi più di questo? All'inizio c'è stato l'infortunio di Jacobs, poi le staffette veloci che sono andate un po' per aria. Anche così potevano far bene, poi non è andata. Qualcosa che non andasse doveva evidentemente esserci, fa parte del gioco.
Ci sono stati risultati che non ti saresti aspettato?
Sarebbe facile dire la vittoria della 4×400. In realtà, sbilanciandomi, io avevo previsto che loro sarebbero potuti andare sul podio, che sarebbe stata una cosa sensazionale. Poi i primi giorni i quattrocentisti un po' in toto non andavano, ma quando hanno fatto la batteria della staffetta e la semifinale, che hanno vinto facendo il miglior tempo, tutto ha funzionato e hanno fatto un tempo sensazionale, quindi mi sono detto che avrebbero potuto persino vincere. Poi così forte Andy Díaz non me lo aspettavo. Sono anni che lui dice di valere il record del mondo, ha dimostrato di poterlo fare: ci è andato vicino come misura e ha fatto un nullo che era ampiamente tirato.
Con un pizzico di retorica si potrebbe pensare anche che certi risultati siano frutto di processi di integrazione…
Ma lo sono, sai? Calcio e atletica in particolare, ma soprattutto l'atletica, sono sport che hanno facilitato l'integrazione dei figli degli immigrati. Abbiamo tante storie, un figlio di una coppia mista come Jacobs, quella dei fratelli Inzoli, dove uno ha vinto i Mondiali juniores e l'altro è arrivato molto vicino al podio, Dariya Derkach figlia di due persone venute dall'Ucraina in Italia per cercare fortuna e allenare, con lei che è cresciuta lì. Adozioni, coppie miste, famiglie interamente immigrate: l'atletica si è prestata a questo. Ognuno con le proprie inclinazioni: ad esempio, i figli dei nordafricani spesso fanno il mezzofondo perché è una disciplina forte nei loro paesi d'origine.
Il mondo dell'atletica si è mosso in anticipo?
L'atletica si è adattata a far entrare in tempi rapidissimi i figli degli immigrati, tant'è che prima di tutti gli altri sport ha avviato una politica per far partecipare ai campionati italiani anche i ragazzi minorenni senza cittadinanza. Potevi diventare campione italiano pur non essendo ancora italiano. È uno ius scholae primordiale, nato ormai 15 anni fa.
Poi ha cominciato anche il calcio.
Certo, sta inevitabilmente accadendo anche lì. È ancora complesso perché i calciatori che non hanno cittadinanza non possono andare in nazionale fino a 18-20 anni, ma la precedente gestione della federazione aveva avviato uffici specifici per accompagnare le pratiche burocratiche. Ovviamente molti ne hanno sofferto, perché se sei compagno di scuola o di squadra di ragazzi più deboli che vanno in nazionale e tu non puoi perché ti manca "il pezzo di carta" a 15-17 anni, ci sono forme di scoramento.
Sono storie di vita che viaggiano più veloce dei discorsi politici. Così lo sport può continuare ad essere un ascensore sociale.
Sì, assolutamente ed è così che deve essere.
Dal punto di vista personale, un anno fa partivano petizioni per la tua presenza in Rai per le Olimpiadi, alla fine ti abbiamo visto a Sky. Che tipo di effetto emotivo ha avuto su di te questo nuovo ciclo? L'hai vissuta in senso consolatorio?
Consolatorio no. Avevo già previsto che a luglio, al compimento dei miei 67 anni, sarebbe stato ineluttabile andare in pensione. La pensione è una bella cosa se la scegli, ma se ti pesa l'inattività, non è più bella. La proposta di contratto di collaborazione con Sky mi è stata fatta ancora prima delle Olimpiadi di Milano-Cortina per fare l'opinionista, proseguita con altre cose, tra cui questi Europei, dove ho vissuto un po' di riflesso, più da spalla che da prima voce. Con un minimo di nostalgia per quando la raccontavo io, ma fa parte del paradigma della vita.
Ti sei trovato a tuo agio in questa condizione?
Posso dire quasi sempre a mio agio.
Definiamo quel "quasi".
L'interpretazione del ruolo per me è molto più giornalistica. Una certa forma di autoreferenzialità nel racconto io non la faccio e non l'ho mai fatta. Io parlo dell'evento, non ci metto dentro intercalari appositi per farti ricordare. Se si viene ricordati, meglio.
Se dovessi sottolineare una differenza lavorativa tra Rai e Sky?
Ho trovato un'efficienza organizzativa generale molto superiore, non superiore alla Rai dei bei tempi, ma a quella più recente.
Era difficile immaginare di ritrovarsi di fianco a colleghi che hai visto crescere ed essere dall'altra parte.
Indubbiamente. Mi rendo conto di aver avuto una popolarità mostruosa di riflesso negli ultimi tempi, che non immaginavo e che in parte mi spaventa. Mi sento nel ruolo di un calciatore che segna un gol alla sua vecchia squadra: non esagera nell'esultanza per fair play. Capisco perfettamente quell'atteggiamento e non festeggio vistosamente.
Qualche giorno fa vedevo le immagini del doppio record di Jonathan Edwards ai Mondiali di Göteborg del '95 commentati da te. Fu la tua prima volta con l'atletica ai Mondiali?
Fu la mia prima volta televisiva da titolare della "cattedra". Ho fatto il radiocronista a Barcellona '92 e ai Mondiali di Stoccarda '93, poi Marino Bartoletti mi affidò la telecronaca.
La pronuncia "Göteborg" in forma corretta è diventata emblema di un tuo marchio di fabbrica e il simbolo del tuo approccio linguistico.
Non era una cosa cercata per farsi ricordare. Sono pignolo: quando ho scoperto che la pronuncia o la forma corretta era quella, l'ho usata. Ti racconto un aneddoto: mi trovavo all'Hotel Cicerone a Roma e c'era la famiglia di Nils Liedholm, per l'appunto svedese. Una sera Nils Liedholm volle cenare al mio tavolo. Parlando della Svezia, usai la pronuncia svedese di Göteborg e lui mi disse ridendo: "Ma lei è quello delle telecronache che la chiama Göteborg?". È stata una piacevolissima serata toponomastica che ricorderò per sempre.
Di recente Stefano Bizzotto ha raccontato a Fanpage di come tu gli avessi affidato lo short track e gli sport del ghiaccio alle Olimpiadi, individuandoti come responsabile di questo suo amore inatteso.
È colpa mia, sì!
Guardando la sua parabola recente, si nota un parallelismo con la tua: un grande abbraccio di popolarità arrivato dopo un'onorata carriera.
Credo che su molte cose io e Stefano siamo diversissimi, ma sul profilo basso e sul non urlare ci assomigliamo molto.
Bizzotto mi diceva "non amo le persone che urlano in telecronaca".
Non si può strepitare per una parata sul primo palo e spacciarla per miracolo. Però, di fronte a un evento gigantesco come la 4×400 che batte i britannici, lì è da urlare. L'urlo deve avere una sua rilevanza e giustificazione, altrimenti se si urla sempre non si urla mai e vendi te stesso anziché l'evento.
Tornando all'atletica, nel 2006 agli Europei di Göteborg l'Italia vinceva 3 medaglie, oggi ne vince 22. Qual è la prospettiva?
L'esplosione attuale non è casuale: già nel 2013-2015 i risultati della nazionale giovanile facevano capire che saremmo arrivati a questo. Statisticamente, su 10 promesse giovanili, circa 5 o 6 diventano campioni affermati. L'atletica è uno sport molto traumatico, quindi c'è sempre la variabile infortuni, a differenza del nuoto dove l'incidenza traumi è molto più bassa, ma la base costruita negli ultimi dieci anni era evidente.
Continuerai con il ruolo a Sky?
Il mio contratto con loro mi porterà a fare anche altre cose con un ruolo di narratore. Stiamo studiando la formula e il taglio. Racconti di storie minime, apparentemente insignificanti, un racconto per immagini. Mi è sempre piaciuto perché io sono da "piccole storie".
Senza escludere una finestra sulle Olimpiadi 2028.
Sky non ha i diritti olimpici per scelta, dopo averle fatte nel 2012 in modo sensazionale. Immagino comunque che si possano fare trasmissioni di approfondimento per gli abbonati, anche perché i risultati di adesso lasciano pensare che lì diremo la nostra. Ne sarei felice.