Stefano Bizzotto saluta la Rai: “In telecronaca si è come nella vita e a me dà fastidio chi urla”

Non serve alzare la voce per fare la storia. È il caso di Stefano Bizzotto, storico giornalista dello sport in Tv che lascia la Rai dopo più di 30 anni di servizio, in vista del pensionamento. La semifinale Spagna-Francia ai Mondiali è stata la sua ultima partita, ma il suo è stato un congedo silenzioso, senza richieste di standing ovation, nello stile che più gli è proprio. "Non so cosa farò adesso, sicuramente è il momento del riposo", racconta Bizzotto in questa intervista a Fanpage, ripercorrendo i momenti salienti di una carriera in cui ha raccontato di tutto e di più, sempre astenendosi da falsi entusiasmi. La prima telecronaca ai Mondiali del '94, l'ultimo successo dell'Italia agli europei, il calcio tedesco raccontato come nessun altro, l'attitudine allo studio quando è stato catapultato in altre discipline che non conosceva, dal tiro al volo al suo marchio di fabbrica: "I tuffi, mi piace pensare che la gente mi ricordi per le mie telecronache".
Partiamo da questi ultimi giorni: ha raccontato quella che teoricamente dovrebbe essere stata l'ultima partita della sua carriera ai Mondiali. È stato un "ultimo ballo" o c'è speranza di riascoltarla?
Questo non sono in grado di dirlo. Vado in pensione formalmente fra un paio d'anni e non so cosa succederà nel frattempo. Ho tante ferie e riposi da smaltire, quindi vedremo. È una domanda a cui non so rispondere in questo momento.
In termini di volontà, proseguirebbe ancora per un po'?
Non lo so. Da qui a due anni possono succedere tante cose e non ho idea di quale sarà il mio grado di entusiasmo o la mia voglia di proseguire. Per il momento mi preparo a un periodo di lunga vacanza, intervallata da un po' di lavoro.
Nemmeno per altre discipline sono previsti appuntamenti a cui parteciperà? Ad esempio le Olimpiadi di Los Angeles?
No, credo proprio di no. Al momento non è previsto.
È reduce da un'esperienza ai Mondiali più lunghi di sempre. Che torneo è stato rispetto ai precedenti?
È stato un Mondiale completamente diverso rispetto a quello del 2022, sotto tutti i punti di vista. Quello era alle soglie del Natale, questo in piena estate; lì c'erano 32 squadre, qui 48. Ma soprattutto, lì gli stadi erano tutti nel raggio di 50 chilometri e si raggiungevano in macchina, mentre qui ballavano migliaia di chilometri e ore di fuso orario di differenza. Due Mondiali agli antipodi. Ha avuto anche un valore simbolico per me, il mio primo Mondiale in Rai, e secondo in assoluto in carriera, fu quello del 1994, anch'esso negli Stati Uniti. Allora però rimasi sempre nella zona tra Los Angeles e San Francisco come inviato.
La prima telecronaca ai Mondiali a quando risale?
Proprio nel 1994, ero al fianco di Carlo Nesti. Non era previsto che fossi fra i telecronisti, ma Carlo, persona straordinaria, mi disse: "Dai, vieni in postazione con me, ti faccio intervenire ogni tanto". Ne venne fuori qualcosa che assomigliava vagamente a una telecronaca a due voci, un formato all'epoca pionieristico.
In oltre trent'anni di carriera, qual è la partita più importante che ha commentato?
A livello di nazionali le più importanti sono state due: la finale del Mondiale 2014 e la finale dell'Europeo 2020 (giocato nel 2021, ndr).
In quell'occasione sostituì Alberto Rimedio, contagiato dal Covid a poche ore dalla finale.
Subentrai in modo fortuito: provai solo a non rovinare il lavoro fatto dal collega fino a quel punto, ma la sento un po' meno mia perché mi trovai catapultato in un contesto che non era il mio.
Qualcuno ritenne al tempo che quella sostituzione inattesa fosse, per certi versi, una ricompensa per la tua carriera.
Ma sì, me l'hanno fatto notare all'epoca, io questo non lo so, onestamente. Io ricordo solo che il giorno prima mi dissero "Prendi e vai".
Quelle forse sono partite che nemmeno si devono preparare più di tanto…
Ma insomma qualche ora per studiare l'avevo avuta. Però è vero che una finale dell'europeo con l'Italia in campo è una partita che deve vivere da un punto di vista emotivo più che cronachistico, mi verrebbe da dire.
C'è invece una partita meno memorabile a livello collettivo, che invece le è rimasta nel cuore?
Ricordo con grande intensità un match che probabilmente nessuno ricorda: Juventus-Milan del 2020, semifinale di Coppa Italia. Fu la prima partita in assoluto post-Covid. Ricordo ancora il momento prima del via, con un medico, un paramedico e un operatore stradale al centro del campo e le due squadre schierate ad applaudirli. I ruoli si erano rovesciati: i giocatori applaudivano loro, non il pubblico. Fu una partita scialba, ma dal significato simbolico enorme.
Torniamo per un attimo all'oggi, in molti avevano invocato la sua presenza per la telecronaca della finale dei Mondiali a New York. Le arrivano questi clamori o si tiene distante dalle acclamazioni in formato social?
Mi tengo totalmente distante. Vorrei proprio evitare di trattare l'argomento.
La pacatezza e l'allergia agli entusiasmi incontrollati sono sempre state la sua cifra stilistica. Come ha vissuto l'evoluzione della telecronaca calcistica negli ultimi anni, andata spesso in direzione opposta?
Io credo che al microfono si sia ciò che si è nella vita. A me dà fastidio la gente che urla. Poi, per carità: se c'è una finale mondiale o se l'Italia vince l'Europeo ed entra un gol, ci mancherebbe altro che non si urlasse. Ma ci sono situazioni e situazioni. C'è molta gente che apprezza l'urlo e la tensione portata al massimo; io farei fatica a improvvisarmi in quelle vesti. Se risentissi le mie prime telecronache di trent'anni fa noterei forse delle differenze, ma mai oltre un certo limite.
A proposito di gente che urla, in questo mondiale si è parlato molto e in modo anche critico del temperamento di Lele Adani. Com'è stato commentare i Mondiali in Qatar con lui?
Ho un bellissimo ricordo del Mondiale in Qatar con Lele. È un entusiasta ed è uno che sa di calcio. Con lui mi sono trovato molto bene.

È stato la voce della Nazionale tra il 2003 e il 2004, alternandosi con Cerqueti, poi all'ultimo Mondiale a cui l'Italia ha partecipato nel 2014. Non è proseguita perché non è uno che ama sgomitare?
Andrebbe chiesto a chi ha preso quella decisione.
Deduco non sia stata una scelta sua. Come ricorda quell'esperienza in Brasile?
Ricordo la prima partita con l'Inghilterra, vinta 2-1 giocando benissimo. C'erano ondate di ottimismo giustificate dalla qualità della squadra. Poi contro la Costa Rica, che sembrava dover essere una formalità, cambiò tutto. Chiusi la telecronaca dicendo: "Non siamo quelli che credevamo di essere dopo la vittoria sull'Inghilterra". Fu la svolta in negativo di quel torneo. Venivamo dal secondo posto all'Europeo e l'eliminazione fu una batosta inattesa.
Una batosta inattesa dalla quale, per certi versi, il calcio italiano non si è più ripreso. Cosa accadde secondo lei?
Bisognerebbe entrare nella testa di chi le ha giocate quelle partite. Purtroppo è successo qualcosa e abbiamo pagato un'eliminazione veramente inattesa.
È sempre stato associato anche al calcio tedesco e internazionale.
La conoscenza del tedesco è stata fondamentale: mi ha aperto tantissime porte, soprattutto ai tempi della Gazzetta dello Sport. A fine anni '80 metà della nazionale tedesca giocava in Italia e nelle coppe europee c'erano continuamente sfide con squadre germaniche. Lì costruii una rete di conoscenze enorme. Poi nella stagione 2005-2006, grazie a un accordo Rai-Sky per i diritti dei campionati esteri, fu riesumata la trasmissione Eurogol e fu affidata a me la conduzione. Fu un bel momento per mostrare il calcio internazionale in un'epoca antecedente ai social. Peccato sia durato una sola stagione.
D'altronde lei ha vissuto in pieno l'era in cui la Rai ha perso il monopolio del racconto sportivo. Questa cosa vi ha costretti ad alzare l'asticella per tenere il passo con la concorrenza?
Questo non lo so, forse è chi vive la realtà dall'esterno che è in grado di valutare meglio questi aspetti per giudicare. Penso di sì, credo che alla fine sia successo questo.
Non solo calcio, nel corso della carriera ha coperto moltissimi sport. Quanto tempo richiede concretamente la preparazione e lo studio per discipline diverse dal calcio?
Sicuramente tanto, e molto più per gli altri sport che per il calcio, che seguo quotidianamente. Negli ultimi 15 anni ho seguito stabilmente i tuffi, ma ad esempio alle ultime Olimpiadi invernali mi sono occupato di hockey su ghiaccio.
Non era la prima volta.
L'ho sempre fatto da quando me lo consegnò, in un certo senso, Franco Bragagna. Non essendo in grado di seguire dieci sport contemporaneamente, mi chiese se mi andasse di farlo, questo ancora nel '98. Io dissi di sì perché comunque l'hockey mi è sempre piaciuto, oltre al fatto che la città in cui vivo, Bolzano, è un po' la capitale dell'hockey In Italia, diventava un po' meno complicato prepararsi. Tuttavia il tempo dedicato è stato enorme perché non è uno sport che seguo giornalisticamente tutti i giorni.
È successo anche con altri sport?
La stessa cosa è successa quando mi affidarono lo short track, il pattinaggio di velocità oppure per il tiro a segno e il tiro a volo. All'epoca la testata sportiva era appena nata, eravamo in pochi e c'erano paradossalmente più eventi da coprire.
Meglio potersi occupare di tanti sport, o specializzarsi?
Meglio la specializzazione, pochi sport ma preparati come si deve, anziché molti con una preparazione raffazzonata.
Tra tutte le discipline raccontate, qual è stato il suo primo amore?
Il calcio, senza dubbio. Ho iniziato lavorando alla Gazzetta dello Sport occupandomi solo di calcio e tennis. I tuffi sono arrivati per caso: il telecronista dell'epoca, Gianni Basino, andava in pensione e il capo redattore Eugenio De Paoli mi chiese quale fosse il mio rapporto con la disciplina. Gli risposi ingenuamente che da bambino tifavo Klaus Dibiasi perché viveva nel mio rione a Bolzano. Mi disse: "Bene, sei il nuovo telecronista", anche se non avevo mai visto una gara dal vivo. Anche lì Bolzano mi aiutò: Giorgio Cagnotto abita a poche centinaia di metri da casa mia e gli scambi di informazioni erano continui.
Tania Cagnotto ha segnato un'epoca nei tuffi italiani. Cosa ha significato raccontare quella generazione?
È un onore. Ancora oggi le persone mi dicono di ricordare con affetto le mie telecronache di tuffi insieme a Oscar Bertone. Mi piace pensare che il pubblico conservi questo di me. È uno sport che ho imparato ad amare strada facendo perché regala enormi emozioni e non è mai finito fino all'ultimo salto.

Ora che si avvia alla pensione, che rapporto pensa che avrà con lo sport? Le piacerebbe occuparsene sotto altre forme?
Ho scritto dei libri e realizzato un podcast per Rai Radio 2 durante i Mondiali. Ho riscoperto il piacere della scrittura estesa, che spesso nel servizio pubblico viene sacrificata dai ritmi dei servizi brevi di 80 secondi. Potrebbe essere una strada per il dopo, ma al momento la priorità è il riposo.
Qual è stata la sorpresa più grande che le è capitato di raccontare dal vivo?
La prima medaglia mondiale di Tania Cagnotto nel 2005 a Montréal. Sulla carta si sapeva che i primi due posti erano già assegnati alla Cina, imbattibile, ma c'era una forte atleta russa per il terzo, Julia Pachalina, quasi al loro livello. La gara fu sospesa per un nubifragio che rovinò perfino i miei appunti in tribuna scoperta. Tania veniva da una gara andata male sulla piattaforma e voleva tornare a casa, ma dimostrò una personalità e una grinta fuori dal comune, superò la russa e vinse il bronzo. Quella fu forse la più bella sorpresa della mia vita da telecronista.