Massimo Caputi: “Commentavo Mondiali e Europei su Tmc e sfidavo la Rai. Lo sport a La7 purtroppo è sparito”

Immaginate una Rai che trasmette tutte le partite dei Mondiali e degli Europei ed un canale concorrente che, in chiaro, fa altrettanto. In un’epoca di esclusive, diritti acquistati parzialmente e piattaforme che ti mostrano tutto in cambio di soldi sembrerebbe fantascienza. Eppure è accaduto, anzi fu consuetudine per un intero decennio, con Telemontecarlo che decise di sfidare a campo aperto la Rai.
Figura iconica di quella Tmc, che sarebbe divenuta La7 nel 2001 mutando completamente identità ed offerta, fu Massimo Caputi. “Godevamo della simpatia della gente, che ci guardava con piacere”, afferma il giornalista a Fanpage.it. “In quel periodo le persone ci sceglievano liberamente, senza pagare. Non era come adesso che ti devi abbonare per guardare qualcosa. Tutto era free e chi decideva di sintonizzarsi sulla tua telecronaca lo faceva in totale autonomia”.
Classe 1961, Caputi è nato a Roma, città da cui non si è quasi mai spostato. Da sempre appassionato di sport, inizialmente il suo percorso sarebbe dovuto essere un altro: “Mi iscrissi a Giurisprudenza e volevo diventare giudice. Ma alla fine diedi solo undici esami e la mia vita professionale venne stravolta in positivo”.
L’opportunità si palesò grazie a Radio Antenna Europa, dove Caputi faceva il dj. “Un giorno – racconta – ci invitarono a Tele Regione, emittente di cui la radio era satellite. Mi chiesero se mi sarebbe interessato svolgere le radiocronache di Roma e Lazio. Accettai immediatamente”.
Da quel momento la carriera prese tutt’altra direzione, marciando in maniera spedita. “In successione arrivarono la Gbr, rete da cui partì pure Milly Carlucci, e Tele Tevere. Fino al colloquio per Tmc. Era il 1986, i brasiliani di Rede Globo avevano acquistato il canale da poco tempo e cercavano giornalisti. Mi presentai al colloquio con delle cassette e venni liquidato con il tipico ‘le faremo sapere’. Ma a pochi giorni dall’avvio dei Mondiali in Messico mi ricontattarono”.

Per quell’edizione le fecero curare gli highlights.
La primissima mansione fu segnare su un taccuino i minuti esatti in cui si verificavano le azioni più interessanti, così da consentire ai montatori di trovare le immagini. Ero felicissimo, però in me c’era un pizzico di frustrazione perché mi aspettavo ben altro. Quel sentimento, fortunatamente, durò poco. Dopo nemmeno una settimana mi chiesero di commentarli.
A Telemontecarlo trovò come direttore Luigi Colombo, scomparso di recente.
Mi insegnò tantissimo e mi diede fiducia. Fu un precursore, molte delle tecniche che resistono ancora oggi le inventò lui, come l’innesto della seconda voce a supporto del telecronista. Ma potrei continuare con l’inviato a bordocampo o le interviste subito dopo l’evento. Da quel punto di vista, Tmc fu una realtà portatrice di tante novità.
L’esordio in telecronaca?
Non lo ricordo di preciso, ma sicuramente fu un match del campionato inglese. Tmc si era aggiudicata l’esclusiva delle sintesi di alcune gare.
Il primissimo partner fu José Altafini.
Sì. Ai Mondiali del ’90 eravamo la seconda coppia, dietro a Colombo-Bulgarelli. Commentammo diverse partite, tra cui la finalina degli Azzurri per il terzo posto a Bari. Una bella soddisfazione. Poi, in occasione della Coppa America del 1991, inaugurai il sodalizio con Bulgarelli. Diventammo una coppia di fatto!
Un bel rapporto il vostro.
Fino al 2000 facemmo tutto assieme: Mondiali, Europei, Coppa America, le partite di Stream. Fu un’esperienza meravigliosa. Per me Giacomo non è stato solo un compagno di viaggio che mi ha insegnato a capire molte sfumature del calcio, ma anche un fratello maggiore, un compagno di vita.
Tmc che sfidava la Rai. Uno scenario oggi inimmaginabile.
Hai ragione, ma c’era uno scenario differente per l’acquisizione dei diritti. Ai tempi partecipavano tutte le tv legate all’Eurovisione, tra cui Telemontecarlo, che aveva sede monegasca. Si potevano comprare eventi a prezzi alla portata. Poi Tmc ci metteva del suo, creando un contorno eccellente. Ai Giochi del 1992 proponemmo uno studio di continuità, dalle 10 alle 24. Ai Mondiali del 1998 avevamo un meraviglioso studio da Parigi.
Riusciste a crearvi un vostro zoccolo duro.
Non ricordo gli indici d’ascolto, ma godevamo di un grande seguito. Certo, la Rai era la Rai, però su un campione di dieci persone avere tre spettatori per noi era un eccellente risultato. Penso che fosse questa la proporzione tra noi e loro. Il duello ci affascinava. Tutt’ora tante persone mi fermano per celebrare le nostre cronache. Probabilmente abbiamo fatto un buon lavoro. Sapere che dopo tanti anni di mestiere hai lasciato impresso qualcosa nella mente della gente ti onora.
A quale target strizzavate l’occhio?
Cercavamo di catturare un pubblico giovane e quella fetta che apprezzava la nostra maggiore dinamicità. Noi proponevamo delle novità e un prodotto non troppo paludato ed istituzionale. Eravamo al contempo credibili e non ingessati, il nostro linguaggio era veloce e brillante. Successivamente sarebbe stato esaltato da altri.

A chi si riferisce?
Sky in qualche modo raccolse la nostra eredità e ciò che seminammo. Mi riferisco all’agilità, alle rubriche, ai servizi, ai collegamenti. Oltre alla forza e alla libertà di poter dire qualsiasi cosa. Non abbiamo mai ricevuto pressioni.
Dall’altra parte c’era un monumento come Bruno Pizzul.
Sapevo di confrontarmi con una storica realtà come la Rai e di avere come dirimpettaio uno straordinario professionista come Bruno. Per lui ho sempre provato rispetto e amicizia. Avevo grande considerazione, era un punto di riferimento.
Nel 1995 a Tmc subentrò Cecchi Gori.
Con lui continuammo a trasmettere eventi. Prendemmo i diritti della Serie A e comprammo l’esclusiva di Inghilterra-Italia, gara di qualificazione ai Mondiali del 1998. Fu una cronaca pazzesca assieme a Giacomo, che ricordo con piacere perché riuscimmo a portare al commento anche Vialli e Mancini.
Nel 1996-1997 Tmc sfilò alla Rai i diritti in chiaro dei gol della Serie A. Ma dopo lunghi scontri e diatribe Cecchi Gori dovette accettare la ‘convivenza’ con tv di Stato e la messa in onda dei gol solo dalle 19, una volta terminato “Novantesimo Minuto”.
Si crearono alcune situazioni negative e ci ritrovammo con un prodotto differente rispetto a quello immaginato. Ad ogni modo, nacque ‘Goleada’. In studio avevamo tante centraliniste quante squadre di Serie A e B, per far sì che i tifosi potessero telefonare per porre delle domande. Nell’ultima edizione mi feci addirittura affiancare a turno dalle mogli dei calciatori. Il desiderio di innovare lo avevamo ereditato da ‘Galagoal’. Qui lanciammo con Adriano Bacconi le analisi dei match attraverso la lettura dei dati e posso vantarmi di aver ospitato in studio dei giovanissimi Lillo & Greg, componenti della band ‘Latte e i suoi derivati’.
Leggerezza, ma anche tante polemiche.
Nel maggio 2000 facemmo esplodere un bel casino documentando per primi il gol del pareggio del Parma annullato contro la Juve. Quel caso lo confezionammo noi, nel senso buono. Riguardando le immagini ci accorgemmo che in occasione della rete di Cannavaro nessuno aveva commesso fallo.
Partire al termine di “Novantesimo Minuto” vi penalizzava.
‘Novantesimo Minuto’ era una trasmissione storica, però noi avevamo la possibilità di rimandare le immagini e di commentarle con l’ospite in studio. Sugli highlights arrivavamo secondi, inutile negarlo, ma sul commento eravamo indubbiamente i primi. E per noi fu uno stimolo in più per fornire un contenuto di qualità e di livello.
Cecchi Gori era il capo di Tmc e, al contempo, proprietario della Fiorentina. Mai nessuna ingerenza da parte sua?
No, ti assicuro, assolutamente no. Forse ti sorprenderò, non è ipocrisia la mia. Mai nessuna ingerenza.
Tre Mondiali e due Europei da telecronista. Il maggior rimpianto?
Nel 1994 e nel 2000 mi sarebbe piaciuto urlare ‘Campioni del mondo’ o ‘Campioni d’Europa’, non lo nego. Ma c’è comunque l’orgoglio di aver raccontato quegli appuntamenti. Per il resto, il golden-gol di Trezeguet a Rotterdam fu una mazzata, avevamo meritato fino al 90esimo.
E la più grande gioia?
Sono varie. Ad appena 29 anni commentai la finale per il terzo posto a Italia 90, mentre il giorno di Francia-Brasile nel 1998 fu per me memorabile. Mi riferisco a tutta la fase di avvicinamento alla gara. Ricordo il retroscena su Ronaldo e tutto quel racconto che fu condito dalla visita del presidente della Rai Zaccaria che venne a complimentarsi per il lavoro svolto. Fu un episodio che testimoniò la lealtà e la stima che c’era tra noi.
Non possiamo lasciare fuori Italia-Olanda del 2000.
Fu spettacolare, al netto della sofferenza. Giocammo in dieci, ci diedero due rigori contro durante la partita, entrambi falliti. Poi il ‘cucchiaio’ di Totti. Un secondo dopo mi girai verso Bulgarelli e gli dissi: ‘Questo è matto!’. Ma fuori da Mondiali ed Europei c’è un’altra partita che porto nel cuore.
Quale?
La finale della Coppa d’Inghilterra tra il Liverpool e l’Everton. Era il 1989, mi provocò sensazioni straordinarie. Per me fu la prima volta a Wembley e ascoltare l’inno inglese dentro quello stadio fu impressionante.
Amava riascoltare le sue telecronache o preferiva evitare?
Mi risentivo, soprattutto agli inizi. Non per giudicarmi negativamente, bensì per migliorarmi, per capire quante volte ripetevo un termine, per trovare il tono di voce corretto. Non c’è miglior giudice di te stesso, io la penso così. Magari può farti impressione riascoltarti, ma se lo fai con lo scopo di crescere è altamente consigliabile. Perché se non ti ascolti per non giudicarti alla fine lo fanno gli altri.
Fatto sta che quattro edizioni prestò la voce al gioco della Fifa. È vera la storia dello scambio di contratti con Bulgarelli?
Verissima. Se ci fai caso i nostri ruoli risultavano invertiti. Giacomo era la prima voce, io il supporto. Eravamo pronti per registrare e ci accorgemmo che avevano sbagliato la documentazione. Avremmo dovuto rispedire tutto a Londra e attendere i contratti nuovi, ma non c’era tempo. Allora dissi a Bulgarelli: ‘Stavolta lavorerai più di me!’.
Entraste nell’immaginario collettivo di una generazione.
‘Ciao Giacomo, è bello essere qui!’. È la frase che mi ricordano di più. Rispetto alla tecnologia attuale non ci sono paragoni. Sono cambiati i tempi, i ritmi, ma evidentemente abbiamo lasciato il segno.
Con la morte di Telemontecarlo e l’avvento di La7 lo sport è praticamente sparito.
Lo sport si è eclissato. Su certe decisioni non mi permetto di dire niente, ma è un peccato che il patrimonio di quegli anni sia andato disperso. Comprendo le dinamiche dei diritti tv e della concorrenza e non biasimo chi ha optato strategicamente per un’altra linea. Lo sport oggi ha costi alti e quelle sono scelte editoriali. Però a Tmc, poi divenuta La7, c’erano e ci sono colleghi di alto valore, che sono stati costretti a vedere ridimensionato il loro ruolo nello sport o hanno dovuto migrare in altri settori.
Non a caso, in quella famosa estate del 2001 passò alla Rai.
Non fu un cambiamento programmato. Era estate, mi trovavo a Lecce e mi chiamò Simona Ventura, una carissima amica con cui avevo lavorato anni prima proprio a Tmc. Mi offrì di seguirla a ‘Quelli che il calcio’. Fu molto gentile, le devo molto. Mancavano pochissimi giorni alla partenza della trasmissione e senza pensarci troppo stravolsi la mia vita. Mi licenziai, avendo un contratto a tempo indeterminato, e approdai in Rai con un accordo di un anno.

La Ventura raccolse il testimone da Fazio. Una responsabilità non da poco.
Lei succedeva a Fazio, io a Bartoletti. Non fu facile, ma c’era un clima positivo. Sentivamo l’energia, tra di noi ci divertivamo. Simona era una forza della natura, aveva una carica paurosa. Si formò un bel gruppo con Gene Gnocchi, Maurizio Crozza e gli autori. All’esordio sentimmo il peso, poi fu un crescendo. Ringrazio la Ventura perché credette in me e mi permise di arrivare in Rai, che reputavo un punto di arrivo.
Nel 2002 le affidarono la “Domenica Sportiva”.
Facevo ‘Galagoal’ con Alba Parietti e, alla domanda di un giornalista su cosa sognassi per il futuro, risposi che avrei voluto un giorno condurre la ‘Domenica Sportiva’. Rimasi un anno, ma fu ugualmente un bel riconoscimento.
Non posso non domandarglielo: perché solo un anno?
Eh eh eh (ride, ndr). Non sono mai stato un dipendente della Rai, ma un semplice collaboratore. Per me è stato comunque fondamentale farla, ho coronato un sogno. Diciamo che si preferì farmi rientrare a ‘Quelli che il calcio’!
A proposito di “Quelli che il calcio”, ritiene anche lei che la soppressione fosse inevitabile?
Non aveva senso andare avanti con una sola partita al pomeriggio. Sì, gli creavi lo spettacolo attorno, ma il motore era dettato dalle gare di Serie A. Senza quelle rischiava di diventare una seconda ‘Domenica In’. L’esperienza si è conclusa per morte naturale.
Nella seconda e terza edizione fu inviato per “L’Isola dei famosi”.
Una sfida interessante, una cosa diversa. Trasferii le mie capacità di racconto in un contesto non sportivo. Per farlo dovevi possedere un’apertura mentale. Fu una grande avventura professionale e umana. Passai tre mesi a contatto con cento persone che lavoravano quotidianamente al reality. Io rimasi me stesso e mantenni la mia credibilità.

La accusarono di pubblicità occulta per aver indossato alcune t-shirt brandizzate e la Rai venne condannata.
Fu una vicenda spiacevole e in ogni caso non venni punito, visto che non avevo responsabilità. Lo confermò l’Ordine dei Giornalisti e io non subii provvedimenti. Non commisi alcun torto, c’era stato un accordo tra l’azienda e la Rai. Purtroppo, in queste circostanze la eco mediatica amplifica tutto.
Andò proprio così.
Quando ti piazzano nell’occhio del ciclone e sai di essere a posto non è facile. Ma nella vita bisogna avere la forza di sopportare certe situazioni. Devi essere sereno e a posto con la coscienza. Non nego che il campo professionale fu dura. Però la storia ha dimostrato la mia correttezza e la mia onestà.
Tmc, Rai, Stream, ma mai a Mediaset. Come mai?
Ebbi due volte l’opportunità di andarci, nel 1992 e nel 1999-2000. Per una serie di motivi e di scelte di vita l’accordo non si concretizzò. La prima volta fu direttamente Berlusconi a corteggiarmi. Non so cosa sarebbe successo se avessi accettato e che percorsi avrebbe preso la mia carriera.
Le piacerebbe tornare a condurre in televisione?
Ho seguito altre strade. Rimango legato alla professione in modo differente. Non ho mai vissuto con l’unico obiettivo di mettere il faccione nello schermo. Stare in tv tanto per starci non mi va. Deve esserci qualcosa di valido in ballo. Non chiudo le porte a nulla, non so cosa mi riserverà il domani. So cosa so fare e cosa posso fare. La conduzione è stata sempre un piacere, ma ci sono tanti giovani bravi. Chi come me ha quarant’anni di esperienza alle spalle è giusto che si metta a servizio delle nuove leve e di chi crede che in un altro ruolo tu possa fornire un contributo di qualità.
Insomma, meglio fare l’ospite.
Pochi giorni fa sono stato a Sky, una realtà che mi piace molto. Apprezzo i colleghi e il direttore. Mi hanno cercato per commentare i Mondiali e sono andato in studio volentieri. È questo il mio mood. Non sono uno che va a bussare alle porte per ottenere qualcosa.