Marco Civoli: “La frase per la vittoria del Mondiale ispirata da Wim Wenders e i Pooh. Mai temuto rivalità con Caressa”

Una voce che ci riporta ai ricordi più belli, contornati da una nostalgia che diventa pressante nell’ennesima estate che vede gli italiani guardare il Mondiale da spettatori e in cui, come se non bastasse, si celebra anche il ventennale dall’ultimo trionfo dell'Italia. Quello di Berlino. E Marco Civoli in Germania c’era. Telecronista della Rai che raccontò le sette gare degli Azzurri di Marcello Lippi, partiti tra i fischi e le polemiche generate dallo scandalo di Calciopoli appena esploso e rientrati con il marchio degli eroi. Dalle stalle alle stelle, come spesso ci accade.
“Il clima tra noi giornalisti era ottimo – confida Civoli a Fanpage.it – tuttavia c’erano situazioni contingenti che avevano reso difficile l’avvicinamento alla competizione. Ci arrivammo con mille problemi. In molti chiedevano l’allontanamento di Lippi, altri l’esclusione di Cannavaro e Buffon. Il commissario tecnico fortunatamente riuscì a tenere molto duro e questo ci consentì di arrivare dove sappiamo”.
Nato a Milano nel 1957, dopo aver conseguito il diploma di perito turistico Civoli partì per il militare e, al ritorno, cominciò immediatamente a lavorare. “Avevo 21 anni e mi avvicinai a Telenova. Era il periodo del pionierismo televisivo privato. Chi mostrava dell’entusiasmo poteva provare e mettersi in mostra”.
Automatico quindi l’avvicinamento al mondo giornalistico, col primissimo servizio realizzato al mercato, tra la gente: “Andavo a raccogliere le opinioni delle persone alle quali sottoponevo le prime pagine dei quotidiani”.
Per quel che riguarda il pallone, invece, la passione si sviluppò fin da bambino: “Ascoltavo ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ alla radio e simulavo tutte le partite. È un amore che ho sempre provato anche grazie a mio padre che, essendo vigile urbano, aveva la possibilità di entrare a San Siro in borghese, in quanto pubblico ufficiale. Sfruttai questa opportunità e ogni domenica ero allo stadio, che giocasse il Milan o l’Inter”.
I primi servizi sportivi a quando risalgono?
Già a Telenova, che acquistò i diritti per la trasmissione di qualche evento dell’Inter e soprattutto della pallacanestro, con le gare della Billy Milano. A quel punto iniziai ad occuparmi del settore che più mi affascinava.
Nel 1988 approdò in Rai.
Entrai direttamente, senza concorso. Mossi i primi passi nei programmi sportivi. Ero il più giovane in una redazione dominata da mostri sacri, da Mario Poltronieri a Bruno Pizzul, passando per Carlo Sassi e Gianni Vasino. Diciamo che ero lì soprattutto per imparare.
Sostituì proprio Vasino alla conduzione di “A tutta B”.
Sì. In Rai ho fatto di tutto e di più. Conduttore, inviato, telecronista. Posso affermare di aver esplorato tutto il mondo che la Rai proponeva, compresa la radio, anche se in minima parte.
A “Novantesimo Minuto” raccontavate i gol della Serie A quando a guardarvi c’erano 8 milioni di persone.
Era l’epoca del monopolio, praticamente. Tutto l’interesse era convogliato su un appuntamento. Lo stesso discorso valeva per la ‘Domenica Sportiva’ che era molto attesa e considerata.
Nel 2005 Mediaset vi scippò i diritti.
Non ho grandi ricordi, ma essendo un qualcosa di completamente nuovo un po’ di sorpresa ci fu. Per noi cambiò poco: non c’era più ‘Novantesimo Minuto’? Avevamo altro. Potenziammo maggiormente la ‘DS’. Insomma, il lavoro non mancò.
In quel periodo era diventato telecronista della Nazionale. Come fu selezionato?
A scegliermi fu il direttore di allora Fabrizio Maffei, che ringrazierò sempre. Andai avanti per sei anni, fino a quando non cambiai sostanzialmente mestiere, diventando caporedattore a Milano. Lì si concluse un percorso.
L’avvicinamento al Mondiale del 2006 lasciava ben sperare. Poi però esplose la bufera.
Le qualificazioni erano andate ottimamente e l’Italia di Lippi aveva vinto in primavera due prestigiose amichevoli con l’Olanda e la Germania, battute per 3 a 1 e 4 a 1. Si capiva che quella squadra possedeva dei valori. C’erano giocatori importanti, ricordo i giovani De Rossi e Gilardino. Magari non ci candidavamo come i più forti, ma eravamo di sicuro tosti.
La Rai per la prima volta non trasmise tutte le partite della manifestazione. Solo 25 su 64, con le altre 39 esclusiva di Sky.
I tempi stavano cambiando e bisognava adeguarsi alle mutazioni. Altri soggetti erano entrati nel mercato e cercammo di lavorare maggiormente sul prodotto che avevamo a disposizione. Abbiamo sempre provato a dare il meglio.
Nando Martellini si assicurò l’esclusività del racconto del trionfo del 1982, lei invece dovette dividerlo con Fabio Caressa.
Non me ne è mai fregato niente (sorride, ndr). Eravamo colleghi, ci vedevamo allo stadio e ci rispettavamo. Io rappresentavo la Rai, lui Sky. Non c’è mai stato alcun problema tra noi.
“Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene” godette di una maggiore viralità.
Non ho mai subito il confronto. Non c’era concorrenza sui numeri: loro lavoravano sugli abbonati, noi su un’altra platea, più ampia. La finale con la Francia su Rai 1 totalizzò un ascolto di 24 milioni. Figuriamoci.
Anche “Il cielo è azzurro sopra Berlino” è entrato nell’immaginario collettivo. La frase se l’era preparata prima?
Ci ragionai il giorno stesso della finale. Pensai ad un modo per contraddistinguere eventualmente una serata vittoriosa. Se avessimo perso non so cosa avrei detto, me ne sarei preoccupato sul momento, ma per un esito positivo reputai giusto studiarla. Sai, eravamo a Berlino e ci inserii un po’ di Wim Wenders e poi sono un grande estimatore dei Pooh. Ebbi la fortuna di conoscere Valerio Negrini, che scrisse ‘Il cielo è blu sopra le nuvole’. Misi insieme sacro e profano e il risultato fu quella frase!
“È finita”, ripetuto quattro volte, sostituì “Campioni del mondo”.
Quel passaggio fu più istintivo. Enfatizzai i quattro titoli conquistati in quel modo, evitando di replicare il ‘Campioni del mondo’ di Martellini.
Fu istintivo pure il “Mio Dio, mio Dio” al gol di Grosso contro la Germania…
Assolutamente sì! Non era preparato, proprio non mi aspettavo che Grosso potesse segnare al 118’ del supplementare. Nessuno se lo aspettava, nemmeno Dio, credo!
Nelle ore che precedettero la finale lei e Sandro Mazzola mangiaste dei wurstel allo stadio. L’alimentazione prima di una gara è una questione primaria per un telecronista.
Ognuno si regola come meglio crede, non ci sono diktat in tal senso. Bruno Pizzul, che per me fu un maestro, non aveva problemi a fare un pranzo adeguato, anche se aveva il match alle 18. Altri invece non mangiavano. Io preferivo in genere cenare dopo le partite perché si creava un clima di estrema convivialità con tutti i colleghi. Era il nostro modo di vivere. Non ho mai seguito protocolli rigidi o diete particolari.
Oltre a Mazzola, in quattro anni ebbe come seconde voci Salvatore Bagni, Walter Zenga e Fabio Capello. Personalità diverse tra loro.
Con Sandro c’era una grande amicizia frutto di anni di splendido rapporto, con Walter pure. Con Salvatore ci conoscevamo, mentre con Capello cominciai a fare le telecronache negli anni ottanta, su Tmc. Lui era la mia spalla tecnica. Quattro grandi professionisti, ciascuno con caratteristiche differenti. Non ho mai avuto difficoltà con le seconde voci. Se fatte bene sono un valore aggiunto.
Nel suo secondo Mondiale in Sudafrica ritrovò Lippi, ma l’atmosfera non era più quella della spedizione tedesca.
Fu determinante l’infortunio di Pirlo prima della partenza. Successivamente, Buffon si fece male all’esordio e gli subentrò Marchetti, che non era la stessa cosa. Quel gruppo ebbe qualche innesto valido, come Quagliarella. Di sicuro non avemmo fortuna. Saremmo potuti andare avanti, seppur non lontanissimo. Ai quarti potevamo tranquillamente arrivarci.
Lippi si fece tradire dal sentimento di riconoscenza?
Fece come Bearzot nel 1986. Non c’era la stessa alchimia di quattro anni prima e ci ritrovammo in una sorta di ‘terra di mezzo’, con alcuni campioni usciti dal giro e altri che erano invecchiati. Fu un esito inevitabile.
Dopo quel Mondiale mollò la Nazionale.
Li seguii dal 1990 al 2014. Per il Mondiale in Brasile affiancai Max Giusti nel programma ‘Maxinho do Brazil’, purtroppo confinato su Rai Sport. Fu forse la mia esperienza più divertente, c’era la giusta commistione tra la leggerezza e l’importanza dell’evento.
Fu in due fasi vicedirettore di Rai Sport. Le cronache raccontano di eterne lotte intestine che impediscono di portare avanti progetti e riforme.
A livello dirigenziale non è facile, serve che ci sia la collaborazione di tutti. Nel mio caso, ho cercato di mettere la mia esperienza a servizio dei colleghi. Ciascuno la pensa come vuole. La prima volta fu piacevole perché fui chiamato a gestire la ‘DS’, la seconda fu dettata dalla mia grande amicizia con Auro Bulbarelli. Non tutti seguivano le sue indicazioni, ma le esperienze sono fatte per essere vissute. Alcuni valori rimangono, altri si perdono.
La Rai nel corso degli anni ha rinunciato alla messa in onda di diversi avvenimenti.
Sono tempi difficili per tutti. La Rai possiede ancora appuntamenti prestigiosi, sui grandi eventi non ha mai tradito.
Ha però perso in serie la Formula 1, la Champions League, la Coppa Italia. Oltre a trasmettere un terzo dei match del Mondiale di Calcio e a non coprire i più prestigiosi tornei di tennis.
Non si può avere sempre il portafogli pieno ed è corretto che si facciano valutazioni di volta in volta. Nel 2018 non volemmo il Mondiale senza l’Italia e fu un errore. Gli ascolti ti dimostrano che il calcio piace sempre agli italiani.
Sono aumentati i concorrenti e questi, generalmente, hanno più soldi da investire. Un ulteriore ostacolo.
Quest’anno il Mondiale è molto più lungo, ci sono 48 squadre e quando si entrerà nel vivo arriveranno partite belle ed appassionanti. In tal senso, con la trasmissione di 35 partite, ritengo che la Rai si sia assicurata il meglio della manifestazione, tenendo conto che molte gare si giocano in piena notte e non sono state prese in considerazione. Penso che si sia di fronte ad un trend naturale, è la giusta dimensione di un’azienda che ha speso soldi per garantire il miglior prodotto possibile.
Non è preoccupato?
Le scelte sono dettate dal mercato, non è più come vent’anni fa. Ci sono investitori più forti, è mutata la concorrenza. Non ci vedo nulla di strano.
Tiziana Alla – in occasione di Inghilterra-Ghana – è stata la prima donna ad effettuare una telecronaca in Italia in una partita dei Mondiali. L’ha ascoltata?
Certo, è stata brava. Non è più una ragazzina di primo pelo, viene da una lunga e brillante carriera. È stata una scelta doverosa da parte del direttore Lollobrigida. Non si è fatta sopraffare dall’emozione, le faccio i complimenti, se li merita.
Daniele Adani, invece, quanto rispecchia e rispetta lo stile della Rai?
Ho lavorato con lui, so chi è e come è fatto. Pur non essendo stato un fuoriclasse da calciatore, è riuscito a specializzarsi, a studiare e a reinventarsi in questo ruolo. Ogni tanto è protagonista di qualche eccesso, glielo si può perdonare. L’importante è che il suo modo di pensare il calcio non sia ritenuto il pensiero unico. Ha una sua idea, bene, ma ce ne sono pure altre. È stato bravo a costruirsi il personaggio, si informa ed è intelligente. Tuttavia, il suo non è l’unico verbo in circolazione.
Ha salutato tutti nel maggio 2022. Qualcuno scrisse che a causare l’addio alla Rai furono i rapporti gelidi con la neo-direttrice di Rai Sport Alessandra De Stefano.
Confermo assolutamente. Non potevo pensare di proseguire avendo un direttore del genere. Non chiesi protezione ai piani alti e andai via. Avevo 64 anni e possedevo già i requisiti per andare in pensione, ma con un altro direttore avrei chiuso al raggiungimento dei 67. Non voglio entrare nei particolari, non ho rimpianti.
Ha dichiarato che è contrario a reinventarsi e contaminarsi in scenari diversi da quello sportivo.
Se non mi vedete è perché nessuno mi ha cercato e mi cerca. Poi sì, è vero, ritengo che se si nasce giornalista sportivo si muore giornalista sportivo. Contaminazioni particolari in altri settori non mi appartengono.
Dunque non la rivedremo in Rai?
Non credo proprio. Ho già dato, sto bene così!