Gene Gnocchi: “Gli opinionisti sono il cancro della tv. A casa di Berlusconi mentre litigava con Veronica Lario”

A 70 anni Gene Gnocchi si definisce senza esitazioni “un pensionato”. È una battuta, ma soltanto fino a un certo punto. Perché dietro il comico che ha attraversato quarant'anni di televisione italiana, da Mai dire Gol a Quelli che il calcio, passando per Sanremo, Sky e che sferza il calcio sulla Gazzetta dello Sport, oggi c'è soprattutto un osservatore disincantato che guarda il mondo con la distanza di chi non deve più dimostrare nulla.
E forse è proprio per questo che si concede il lusso di dire quello che pensa, magari scontentando anche qualcuno. La televisione contemporanea? “È tutto basato sui reality, è il trionfo dell'uomo comune. Intorno è tutto un brulicare di opinionisti, che per me è un cancro della televisione”. Gli opinionisti, rincara, sono diventati “una malattia della tv”. Non salva nemmeno il Grande Fratello, definito “una scommessa persa in partenza”, e confessa che vedere l'amica Simona Ventura impegnata in “quelle baracconate” lo “intristisce”.
Nell'intervista a Fanpage.it Gene Gnocchi racconta poi il rapporto con i genitori e la sua terra (“la nebbia è fondamentale”), il calcio che non ama più (“uno spettacolo non più spettacolare”), il rimpianto di non aver mai giocato in Serie A nonostante il tesseramento con il Parma a 50 anni, la delusione per i plagi attribuiti a Daniele Luttazzi e un episodio inedito con Silvio Berlusconi. Fino a una conclusione sorprendente maturata dopo aver compiuto 70 anni: “Ho capito che la vita è un non senso totale”. Poi però sorride e aggiunge che ha imparato ad ascoltare gli altri. Una lezione che, forse, vale più di qualsiasi battuta.
Comico, attore, presentatore televisivo, scrittore. Chi è oggi Gene Gnocchi?
Un pensionato.
Un pensionato ancora in attività.
Sì, l’attività prosegue ma la pensione è un bel traguardo perché consente di vedere le cose con la giusta distanza. Ti rendi conto che sei al crepuscolo. Fai tutto, ma con molta calma.
Hai mai pensato di smettere davvero?
No perché, devo dire la verità, mi sono sempre divertito a fare questo lavoro. Però è chiaro che la televisione è molto cambiata. Io ho iniziato alla fine degli anni ‘80 e a un certo punto ho iniziato a pensare che non c’entro più tanto con questo tipo di televisione.
Sei originario di Fidenza, dove hai vissuto fino a 15 anni fa, ora a Faenza, che è sempre fuori dai grandi centri. Perché hai scelto di rimanere in provincia?
L’aspetto essenziale è che la bassa padana mi è sempre piaciuta per la nebbia. È un elemento essenziale, perché non ti permette di capire i contorni definiti e una persona la decifri soltanto all’ultimo, quindi ti spinge a fare delle congetture su chi hai di fronte. E poi Fidenza e Parma sono luoghi dove sono cresciuto, sia umanamente che professionalmente. Le prime esperienze le ho fatte alle feste dell’Unità e ho dei bellissimi ricordi.
Ti sei laureato in Giurisprudenza e per un periodo hai fatto davvero l'avvocato. Il caso più importante che hai affrontato?
Una è la causa di un amico, che purtroppo è venuto a mancare da poco, che lavorava in una fabbrica, faceva i turni di notte e tornava a casa la mattina e voleva dormire. Solo che la sua casa era vicina alla stazione dei treni di Fidenza, per cui era continuamente disturbato dal volume, secondo lui troppo alto, degli altoparlanti che annunciavano il passaggio delle corse. Un giorno ha telefonato in stazione per chiedere di abbassare il volume.
Sembra una gag.
È una storia è vera. Quelli che hanno risposto gli hanno dato del matto e lui, in pigiama, è andato in stazione, ha insultato il capostazione ed è stato accusato di offesa a pubblico ufficiale. Alla fine del processo ho ottenuto il minimo della pena di 5 mesi e 10 giorni.
Ne hai un'altra?
Sì, quella di una signora che ha fatto causa al Comune di Fidenza. Nel portare i fiori al cimitero al marito scomparso, ha utilizzato una delle scale semoventi per raggiungere il loculo, solo che, evidentemente, non era una scala a norma con un meccanismo di bloccaggio e si è spostata. Così prima è rimasta aggrappata a una certa altezza e poi è caduta e si è rotta il femore. Insomma, mi occupavo di queste cause borderline che, a un certo punto, mi hanno fatto pensare che fosse meglio fare un altro mestiere.
Hai raccontato che il momento più difficile della tua vita è stata la morte di tuo padre nell’87, mentre tua madre, che gestiva un ristorante e poi un’attività alimentare, è venuta a mancare nel 2024. Cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori che per te è importante ancora oggi?
Mi hanno insegnato tutto, perché erano due persone meravigliose. In particolare che la caratteristica principale di una coppia è l’amore. Oltre ad aver avuto sei figli ed averli fatti crescere, loro si amavano davvero. Quando avevano voglia di farsi una vacanza, ci lasciavano dalla nonna e partivano con la voglia di stare insieme. Per me è un insegnamento meraviglioso. In più mia madre, dopo la morte di mio padre, ancora giovane si è ritrovata con sei bambini da sola e non ci ha mai fatto mancare nulla.
Prima dello spettacolo e dell’avvocatura la tua parabola di vita avrebbe potuto prendere un’altra deviazione, perché hai giocato a calcio a un ottimo livello, fino alla serie C e poi, a Quelli che il calcio, sei riuscito a farti tesserare dal Parma a 50 anni.
Il calcio mi è sempre piaciuto e ci giocavo perché ero discretamente bravo. Con il Parma è stata una provocazione nata durante la trasmissione per sdrammatizzare un periodo complicato, quello del Calcioscommesse. Il mio sogno era entrare in campo in serie A almeno 5 minuti. Effettivamente ero stato tesserato, per me esordire sarebbe stato fantastico perché il calcio è sempre stato parte della mia vita. Poi non ce l’ho fatta, ma fa niente.
E il calcio di oggi ti appassiona ancora?
Per niente. Lo guardo perché ne scrivo, con la rubrica Il Rompipallone sulla Gazzetta dello sport, ma non mi piace più come prima. Una volta c’erano i patron delle società, dei presidenti reali con le loro bizzarrie, mentre oggi le proprietà sono tutte di fondi stranieri. E poi è cambiato l’aspetto tecnico. Oggi è un calcio estremamente tattico, con un possesso di palla reiterato e uno spettacolo che non è più spettacolare, appunto. Vai a vedere una partita e per vedere un tiro in porta devi aspettare verso la fine della partita, se va bene.
Il famoso “guardiolismo”.
Esatto! Anche se persino Guardiola, ultimamente, ha cambiato modo di far giocare le sue squadre. Però è diventato in generale molto noioso, ma una partita intera faccio fatica.

Per la rubrica Il Rompipallone c’è qualcuno che se la è presa per una tua battuta?
Marco Materazzi non aveva gradito l’ironia sulla sua irruenza da calciatore e mi aveva ricordato che lui aveva vinto un mondiale. Poi ci siamo ritrovati ad alcune partite tra ex calciatori e personaggi dello spettacolo, ma io, prima di giocare contro Materazzi, ho preteso che ci spiegassimo. Non volevo rischiare una delle sue entrate prima che fosse tutto chiarito.
Parallelamente all’attività di comico, da diversi anni, porti avanti anche quella di scrittore. Che però non è un’estensione della tua notorietà. Infatti i tuoi libri non sono satirici, ma raccontano storie che riflettono sullo scorrere del tempo e la malinconia.
Mi è sempre piaciuto scrivere, scrivo dai tempi del liceo classico. Io avevo un professore, Petrolini, che ci dava un tema libero, e da allora ho continuato a scrivere racconti. Il mio primo libro, Una lieve imprecisione (Garzanti, 1991), raccoglieva queste storie malinconiche e ricordo che vendette un sacco di copie appunto perché la gente pensava che fosse comico. Un giorno una persona mi scrisse una lettera per lamentarsi che, dopo aver speso 12mila Lire, non si era divertito. Allora sono andato a comprare un libro di Giobbe Covatta e gliel’ho spedito. Ma siccome costava 16mila Lire, lui mi ha rispedito una lettera con il resto.
Se Gene Gnocchi avesse potuto decidere di rinascere in un grande calciatore e in grande scrittore, da chi sceglierebbe di essere rappresentato?
Nel calcio da Gianni Rivera. E nella letteratura Alberto Savinio.
Dietro al comico si nasconde un intellettuale?
Nuova enciclopedia (Adelphi, 1977-2017) per me è sempre stato un libro fondamentale. Così come tutte le opere di Ennio Flaiano, Antonio Delfini, Carlo Emilio Gadda o Giorgio Manganelli. Ultimamente leggo molta più poesia, da Luciano Erba e tutta la scuola de I Novissimi. Dopo essermi laureato a Giurisprudenza mi ero iscritto a Filosofia, perché volevo dare qualche esame con il professore Luciano Anceschi, che teneva un corso sulla poesia. Da lì ho conosciuto da Attilio Lolini a Vittorio Sereni e Giorgio Caproni. Ma non mi definisco un intellettuale, avendo conosciuto i veri intellettuali mi sento una nullità. Sono uno che ama la scrittura e che ha avuto degli ottimi maestri che gli hanno consigliato delle buone letture.
Prima hai detto che la televisione di oggi ti ha fatto pensare di non essere più in linea con questo tipo di realtà. Ma quali sono, secondo te, i problemi della tv attuale?
La paura di rischiare non permette più di avere dei programmi diversi. È tutto è basato sui reality e assistiamo al trionfo dell’uomo comune. Intorno è tutto un brulicare di opinionisti, che per me è un cancro della televisione. L’ultima proposta che ho fatto è allestire una scuola per opinionismo, perché se non sei un opinionista oggi non ti vuole nessuno.
Avere delle opinioni divisive oggi vale più del talento?
Sì, su qualsiasi argomento. L’emblema è Selvaggia Lucarelli opinionista di Ballando con le stelle, ha dimostrato che è un mestiere vero e proprio. A cascata sono arrivati persino gli opinionisti di Temptation Island, ma ti rendi conto? Ci sono poi quelli a tempo, come il virologo, quelli a tempo pieno sulla politica e gli ultimi, che fanno un po’ impressione, sulla cronaca nera. Se mi chiedessero un’opinione su Garlasco non riuscirei a darla entrando in un consesso dove è pieno di personaggi perché hanno un’opinione. L’opinionismo è una malattia della tv. Invece dovrebbe farla chi conosce la tv e sviluppa delle idee, anche nuove.
Ho sentito in un incontro social con il critico televisivo Riccardo Bocca che ti sei detto dispiaciuto nel vedere la tua amica Simona Ventura condurre il Grande Fratello.
Sono convinto che Simona Ventura sia un animale televisivo. Abbiamo lavorato insieme per anni e mi sono reso conto di quanto è brava. Ma il Grande Fratello era una scommessa persa in partenza, non era neanche Vip ma di persone normali. Lei si butta perché è generosa. Quando abbiamo preso l’eredità di Fazio a Quelli che il calcio non era semplice ma l’ha portato avanti alla grande e mi ha dato fiducia dicendomi di fare solo quello che mi sentivo di fare. Un attestato di grande stima. Vederla in quelle baracconate mi intristisce.

Le tue apparizioni al Maurizio Costanzo Show arrivano in un momento in cui quel programma stava cambiando la televisione italiana. Costanzo ha sdoganato il talento ma ha anche aperto la strada a una certa cultura del trash?
È così, ma non solo il Costanzo Show. Dagli anni ‘90 in poi è diventata la televisione dell’uomo della strada, che racconta le sue paturnie, peripezie e malesseri. Qualcosa che ha riempito la tv di questo confessionale pubblico che, secondo me, è il vero male della tv.
Nel 2008 sei passato a Sky quando molti consideravano ancora Rai e Mediaset le uniche destinazioni. Hai capito il cambiamento prima degli altri?
Sky era all’inizio, io ho portato Gnok Calcio Show, e in loro c’era la volontà di aprirsi a format più in linea con i tempi. Si erano accaparrati i diritti del calcio e avere anche dei momenti ironici, per prendere in giro quello che era il loro argomento principale, era una bella idea. Lo considero un momento di grande pregio, non era facile come scelta per Sky. Anche perché ho sempre creduto che non si può continuare a fare la stessa televisione e quando ne ho avuta la possibilità l’ho colta per cambiare. Io ho passato a Sky tre anni molto belli senza l’assillo esagerato degli ascolti e con una grande libertà.
Oggi la Rai viene definita TeleMeloni, ma la politica non ha sempre fatto sentire la sua influenza sulla televisione pubblica?
L’influenza della politica c’è sempre stata. Però leggevo poco fa una dichiarazione del direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, che sarà sempre grato a Giorgia Meloni. Secondo me in questo caso un direttore dell’informazione che dice una cosa del genere ti fa sorgere qualche domanda, la cui risposta è naturale che porti a TeleMeloni. Ma io ho lavorato anche con direttori di rete che non erano di sinistra. Penso ad Antonio Marano, ma la televisione la conosceva e la sapeva fare. Adesso mi pare che ci siano dei dirigenti che conoscono meno la tv e avallano la creazione di programmi non disegnati bene e che era meglio non fare.
Per venire alla comicità, il caso di Pucci a Sanremo prima invitato, poi criticato, e che alla fine ha rinunciato a partecipare, ti ha fatto pensare alla censura?
È stato Pucci a decidere di ritirarsi da Sanremo, ma l’offerta gli era stata fatta e poteva tranquillamente andarci. Lo conosco bene, riempie i teatri, anche se ha una comicità che non mi è affine, ma sa fare bene il suo lavoro. In questo caso ha rinunciato all’opportunità. Sappiamo benissimo, noi che facciamo questo mestiere, che dobbiamo mettere in preventivo le offese dai social. È una costante e non si può cambiare, ma non va usata neanche per dire che sei stato impossibilitato a partecipare o che ti hanno discriminato. Non è così, ha deciso di non andare. Magari aumenterà il pubblico a teatro, ma per me ha perso un’opportunità di andare al Festival di Sanremo anche per far vedere a tutti quanto è bravo.
Mai Dire Gol ha cambiato il linguaggio della televisione italiana. Quando è finita quell'esperienza hai detto che forse avevi sbagliato tu, ma Teo Teocoli ogni tanto ti dedica qualche frecciata nelle interviste. C'è qualcosa che non vi siete mai detti?
Con Teo Teocoli non ho mai avuto screzi. Lui probabilmente se l'è presa perché io ho rinunciato a Mai dire gol. Ma io di Teo non posso che parlare benissimo, perché è stato un compagno di lavoro meraviglioso e un genio della comicità con un talento smisurato. Poi che lui dica che io sono inaffidabile mi fa sorridere. E mi fa piacere, almeno si ricorda di quello che abbiamo fatto insieme. Sono stati anni stupendi. Ogni tanto mi capita di rivedere degli spezzoni delle nostre gag a Mai dire gol e mi fanno ancora morire dal ridere.

Negli ultimi 15 anni sembra aver preso il sopravvento nella comicità la stand-up comedy, tanto che si è aperto un dibattito con la scena precedente. È davvero una novità o in fondo c’è sempre stata e la chiamavamo in un altro modo?
Io guardo tutto, gli americani e gli italiani, ma come definiamo la stand-up? Io da sempre salgo su un palco da solo con un microfono cercando di far ridere. Puoi parlare di temi che urtano certe sensibilità, però mi sembra che sia sempre stata fatta. Per me è tutta stand-up comedy se un comico va su un palco con di fronte decine, centinaia o migliaia di persone e cerca di farle ridere con il suo stile. Walter Chiari e Felice Andreasi facevano stand-up.
C’è qualche stand-up comedian che apprezzi?
Sì, ce ne sono diversi. Ma siccome nessuno parla mai bene di me non ti dirò un nome neanche a morire.
Hai conosciuto bene già dagli inizi Daniele Luttazzi. Pensando alle vicende legate ai plagi delle battute di cui è stato accusato, che giudizio dai della sua storia?
Lo conosco da quando partecipavamo a La Zanzara d'Oro negli anni ‘90 e facevamo delle serate io, lui e Dario Vergassola. Mi è sempre piaciuto Luttazzi, ma prendere delle battute dai comici americani senza dichiararle mi ha deluso. Perché era uno che non aveva bisogno di queste scorciatoie per farsi apprezzare. Mi ha lasciato l’amaro in bocca, lo stimavo e lo stimo ancora. Siccome è passato un po’ di tempo, credo che possa essere perdonato.
Pochi giorni fa ricorrevano i tre anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi. L’hai conosciuto e c’è un episodio che ti ha fatto capire, più di altri, la sua personalità?
Sono stato a casa di Berlusconi nel periodo di Scherzi a parte con Teo Teocoli, un momento di grande successo della trasmissione. Mi mandò un’auto a prendermi per portarmi ad Arcore e ricordo che, all’arrivo, c’era un maggiordomo ad accogliermi. Quando entrai in casa mi ritrovai di fronte a Berlusconi che litigava al telefono con sua moglie Veronica Lario per decidere il colore delle tende da acquistare. Lui le voleva di un colore mentre lei di un altro. Dopo un quarto d’ora di discussione riuscì, anche sulle tende, ad avere ragione lui.
Avrebbe venduto il ghiaccio agli eschimesi.
Erano anni dove non era ancora entrato in politica, però ci stava lavorando perché era costretto a salvare le aziende fortemente indebitate. Berlusconi faceva dell’affabilità un segno distintivo. La sua strategia è sempre stata quella. Dentro avrebbe potuto avere qualunque rovello, ma all’esterno era sempre attentissimo al suo interlocutore. Era un grande imprenditore. A un certo punto, una cosa che mi ha sorpreso, è che mi disse: “Ho saputo che lei ha pubblicato con Garzanti, ma se avesse pubblicato con Mondadori avrebbe venduto di più”. Insomma, sapeva sempre tutto di te e alla fine pensava solo ai soldi.
Dopo aver compiuto 70 anni hai capito se la vita ha un senso?
Ho capito che è un non senso totale. Però sto facendo una serie di incontri che qualcosa in più mi hanno fatto capire. A Faenza con mia moglie, dopo l’alluvione, organizziamo “L’AperiGene”, interviste pubbliche a personaggi dello spettacolo. Ho notato che, se non ti attieni pedissequamente alla scaletta, succede costantemente qualcosa di bello e inaspettato. E affinché accada l’importante è ascoltare, prima ancora che domandare. Il prossimo mese avremo ospiti, dal 2 al 30 luglio, Angelo Branduardi, Paola Iezzi, Matteo Bassetti, Enzo Miccio e l'amico Enzo Iacchetti. Più che per intervistarli sarò lì per ascoltarli.