Antonio Cornacchione: “Mi hanno scartato per il trentennale di Zelig. La parodia su Berlusconi? Ispirata da Fede”

Tra i protagonisti indiscussi dell’epoca d’oro di “Zelig”, a tal punto da possedere uno dei tormentoni più potenti del programma. Sì perché il “Povero Silvio” di Antonio Cornacchione non ha solo segnato una certa epoca della satira, ma ha anche delineato l’ultima fase del ‘berlusconismo’, esauritasi con la caduta del Cavaliere nel novembre del 2011.
“Quella parodia fu ispirata involontariamente da Emilio Fede”, racconta l’attore a Fanpage.it. “Mi imbattei in un suo commento post-elettorale e scattò la scintilla. Continuava a sottolineare che Silvio si era sacrificato, che l’aveva fatto per noi. Io ci aggiunsi un po’ di vittimismo, abbinato alle lacrime e alla finta commozione”.
Un exploit che nel caso di Cornacchione arrivò dopo una lunghissima gavetta e strade ricche di bivi. Nato nel 1959 a Montefalcone nel Sannio, si trasferì all’età di un anno in Lombardia: “I miei sono sempre rimasti là, spostandosi tra Pavia, Cormano, il lago Maggiore e Milano, dove approdammo attorno al 1970, subito dopo la strage di Piazza Fontana. Era una città molto diversa da quella che è oggi e si respirava un clima particolarmente pesante”.
Diplomatosi ragioniere, la prima occupazione seria fu nientemeno che alla Olivetti: “Firmai un contratto a tempo indeterminato. Ero in amministrazione, curavo i contratti di noleggio delle macchine da scrivere. Rimasi otto anni e quell’esperienza mi tornò utile nella scrittura dello spettacolo ‘D.E.O. ex machina’, dove parlavo dei mitici anni cinquanta e sessanta, dominati da Adriano Olivetti e dal grande ingegnere cinese Mario Tchou, che lui assunse senza preclusioni, a dimostrazione che il multiculturalismo funziona quando ci sono persone del genere”.
La passione per il teatro arrivò in quel periodo: “La sera cominciai a frequentare dei corsi al Teatro Arsenale con il maestro Raul Manso e, gradualmente, il teatro e il cabaret entrarono in maniera continuativa nella mia vita. Fino a quando non debuttai allo Zelig”.
Bazzicò anche nel mondo dei fumetti.
Sì. Feci lo sceneggiatore di alcune storie di Topolino e Tiramolla. Avvenne prima del mio ingresso alla Olivetti e mollai perché fui costretto a scegliere. In quegli anni Milano era creativa, se volevi tentare una strada ti veniva data l’opportunità.
Nel 1992 sbarcò in tv a “Su la testa”.
Il programma era di Gino e Michele e, fortunatamente, allo Zelig mi fecero fare il provino per la trasmissione. Conobbi Cochi Ponzoni, che per me rappresentava il top del cabaret, e ritrovai tanti colleghi con cui avevo condiviso il palco, da Paolo Rossi a Marina Massironi, passando per Bebo Storti, Maurizio Milani e Gianni Palladino. Fu un bel debutto.
La trasmissione le regalò la notorietà.
Fu un bel salto, indiscutibilmente. Da un giorno all’altro cambiò tutto. In un primo momento non fu facile gestire le telecamere. Ero molto imbranato e timido e non sempre capivo dove bisognava guardare e quando si doveva iniziare a parlare.
Contestualmente Costanzo la volle al “Maurizio Costanzo Show”.
Dal Parioli passò mezzo mondo, conobbi molti personaggi che sarebbero diventati famosi. Costanzo ci lasciava liberi, non c’era il controllo dei testi. Ti convocava prima della puntata e ti dava indicazioni, del tipo ‘parlate quando ve lo dico io’ o ‘state tranquilli’. Una volta nel suo ufficio incrociai pure la De Filippi e un cane lupo. Tutti e tre nella penombra (ride, ndr). Maurizio comandava benissimo lo spettacolo, anche se registrava tendeva a non fermarsi, realizzava delle finte dirette.
Nel 1997 esordì a “Zelig”, stavolta in televisione. Trovò differenze rispetto al teatro?
Per noi non c’era distinzione, quando apparii per la prima volta in trasmissione per me cambiò poco, sinceramente. Ricordo che portai un pezzo sul caro affitti a Milano e sulla mania delle persone per i cani. Temi ancora adesso attualissimi.
Ad un certo punto nel monologo si inserì Antonella Elia.
Era in prima fila e prese la parola. Si risentì per alcune mie affermazioni e mi interruppe. Non fu una roba concordata. Dalla sua reazione compresi che il pezzo funzionava e andava a toccare un argomento sensibile. Del resto, la satira deve suscitare emozioni. È da sempre divisiva e non deve necessariamente cercare il consenso di chi è satireggiato.
Entrò nel cast di “Casa Vianello”. Era il portiere del condominio in cui abitavano Sandra e Raimondo.
Ero parecchio agitato, ma mi calmai vedendo la loro tranquillità. La Mondaini e Vianello si divertivano prima, durante e dopo i ciak. Scherzavano in continuazione, dando prova di serenità. Erano dei maestri. Mi piacque molto girare con loro, le cose semplici funzionano sempre. Non facevano altro che portare la loro vita vera sul set.
Con Aldo, Giovanni e Giacomo condivise il successo di “Tel chi el telun”.
Facevo delle incursioni con dei miei pezzi, a cui si aggiunse la gag iniziale in cui davo loro un passaggio dopo che avevano subìto il furto dell’auto. Come con la Mondaini e Vianello trovai la tranquillità. C’era davvero un bel clima.
Ci racconta la storia della pistola ad acqua?
In vista dell’ultima uscita, mi feci procurare uno di quegli spruzzatori enormi. Entrai sul palco alle loro spalle, con tutto il pubblico che scoppiò a ridere. Aldo, Giovanni e Giacomo non capirono, ma poi Giovanni mi sgamò e mi ammonì: ‘Antonio, no! Abbiamo il microfono’. Quest’ordine mi paralizzò. Approfittarono dell’esitazione per disarmarmi e cominciarono loro a sparare acqua a me, che tra l’altro avevo il microfono! Fu un caos incredibile, scivolammo anche. Una scena meravigliosa.
Nel 2003 ecco “Povero Silvio”.
Il tormentone si autoalimentò rapidamente e prese piede. Stupì il fatto che prendessi in giro Berlusconi sui suoi canali. Ma non potevano dirmi niente, in fondo interpretavo un suo fan. Andai avanti per parecchio tempo. Credo che Silvio fosse al corrente di tutto. Non so se fosse contento o meno.
Quanto fu importante trovarsi di fianco una spalla come Claudio Bisio?
Lo stile di Bisio cambiò parecchio nel corso degli anni. All’inizio era il presentatore classico che introduceva il comico e usciva. Poi capirono che Claudio sarebbe stato molto più divertente se fosse rimasto durante lo sketch. A ‘Zelig’ i comici si dividevano tra quelli che restavano da soli e quelli che restavano con Bisio che – va detto – ha valorizzato molte esibizioni. Era un darsi reciproco. Pure quando fingeva di rovinarti la battuta in realtà ti aiutava.

Provavate molto?
No. Al massimo una volta. Si prendevano un po’ di misure e se c’era intesa si andava subito sul palco.
Grazie a “Povero Silvio” pubblicò due libri in serie.
Sono più che altro un ricordo di quella fase. Si prendevano blocchi televisivi e si trascrivevano. Io ci aggiunsi anche altri piccoli racconti inediti, che forse erano la parte più interessante dei volumi.
Battezzò “Che tempo che fa”. Come mai scelse di migrare da Fabio Fazio?
All’epoca il programma andava in onda tre sere a settimana ed era abbastanza impegnativo. Partimmo al 2% e lentamente crescemmo fino al 10% di share. Fu bello vedere il consenso crescere. Fu un progetto stimolante, col supporto dell’amico Marco Posani abbandonai il tormentone per virare più su un personaggio che era l’adoratore militante di Berlusconi che non voleva sentire ragioni. I pezzi non inglobavano la commozione e il finto pianto, erano più studiati e lavorati col gruppo autoriale.

Adriano Celentano la volle a “Rockpolitik”.
Quattro puntate, ascolti pazzeschi. Ero più che altro uno spettatore ammirato dalla grandezza dei big che si trovava di fronte. Le prove erano uno spettacolo nello spettacolo e conoscere Benigni fu un onore.
Confrontarsi con Celentano era complesso?
Con lui non provai mai, ci vedevamo direttamente in trasmissione. A malapena mi raccontava qualcosa. Il vero lavoro lo facevo con gli autori.
Nel 2007 si spalancarono le porte di Sanremo. L’Ariston ha sempre dato filo da torcere ai comici.
Mi salvai portando il mio repertorio su Berlusconi. Pippo Baudo era un uomo di spettacolo fantastico e mi lasciò ampia libertà. Non mi chiese niente.
La performance ricevette critiche feroci.
La gente rise, non ebbi problemi. Probabilmente non piacque la parte finale in cui strizzavo le palle ad un finto Prodi. Ma sul palco fui tranquillo, l’incoscienza mi salvò proprio in quella circostanza.
Aldo Grasso non fu tenero con lei: “Cornacchione è una bella metafora di certa sinistra che vive in funzione di Berlusconi, che esiste perché si oppone a Berlusconi, che lotta per prendere di mira Berlusconi. Un niente per scivolare nel Bagaglino”.
Qualcuno può non gradire, fa parte del gioco. Grasso fece bene a scrivere quelle cose. Se non ci fosse stato Berlusconi non ci sarei stato io, ha ragione. Ma se non ci fossi stato io non ci sarebbe stato Grasso. Nel senso che non avrebbe avuto nulla da commentare. Lui stesso fa parte del circo.
“Vivere in funzione di Berlusconi”. L’osservazione, al di là di tutto, conteneva una sostanziale verità.
Tutto va legato al contesto. Grasso si chiedeva cosa avrei fatto se non ci fosse stato Berlusconi. Chi può saperlo? Quelli erano gli anni della spaccatura, dei pro-Silvio e degli anti-Silvio. In mezzo c’ero io. I comici si concentrano sulle figure offerte dall’attualità politica. Quando ero giovane c’era Andreotti e si sosteneva che senza di lui sarebbe finito tutto. Invece arrivò Craxi, poi Berlusconi. Ora c’è Trump. Grazie a Dio il materiale c’è sempre stato e temo che sempre ci sarà.
C’era quando Maurizio Crozza avviò la sua carriera da ‘one man show’.
Con lui feci ‘Crozza Italia’, agli albori. Impersonavo il dollaro americano in crisi. Un’idea bellissima, non mia ma di Guido Clericetti. Allora il programma prevedeva ospiti e duetti, mentre ora Maurizio fa tutto da solo. Sa fare il suo mestiere, mi piace guardarlo. Peccato solo che sia l’unico show di satura, dovrebbero essercene di più. La Rai non ne fa, Canale 5 nemmeno. Non rimane che lui.
Ci sarebbe “Zelig”. A proposito: perché ha disertato la celebrazione del trentennale?
Ero stato contattato, avevo scritto il mio pezzo. Poi mi hanno informato dicendomi che non erano interessati a monologhi satirici. Ma allora perché cercarmi?
Mi sta dicendo che l’hanno scartata?
Qualcuno, secondo me, è stato più realista del Re. Silvio Berlusconi una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta, però non penso che la famiglia fosse al corrente della questione.
Riproponeva la solita gag?
No, no, era diversa. Mi rivolgevo a Trump, alla Meloni, alla Santanchè. Citavo giusto una volta Marta Fascina, sottolineando come io piangessi molto prima di lei per Silvio, ma a me non è stato lasciato nulla in eredità!
Ci è rimasto male?
Ripeto: credo che qualcuno sia stato più realista del Re. Io alla fine sono lo stesso di vent’anni fa, con la differenza che non avrei parlato più di Berlusconi. Quella trovata funzionava quando era al comando, già non rendeva più nei suoi ultimi anni di vita. Detto ciò, il marchio ‘Zelig’ ormai è di Mediaset. Fossi in Gino, Michele e Giancarlo Bozzo lascerei a loro il brand e mi tufferei in una nuova avventura, tipo ‘L’altro Zelig’, tornando all’origine.
La appassiona la stand-up comedy?
Ci sono comici bravi. Ma mi pare che facciano le identiche cose che Paolo Rossi faceva secoli fa. Gli hanno solo cambiato nome.
Oggi cosa fa?
Attualmente sono a teatro con Pino Quartullo e Alessandra Faiella. Portiamo in scena ‘Basta poco’, uno spettacolo scritto da me e diretto da Marco Rampoldi, incentrato sui temi del fascismo e dell’antifascismo e collocato in un clima di case popolari, sfratti e lavoratrici ungheresi a cui non pago il Tfr. Inoltre, presto esordirò con un’altra mia commedia sul Me Too. Mi soffermerò sulle divisioni tra uomo e donna e su quanto queste siano funzionali e sollecitate dal potere stesso e racconterò quanto il potere in Italia sia camaleontico, licenzioso o repressivo. E nel frattempo aspetto.
Che cosa?
Una chiamata da Pupi Avati per riciclarmi come attore drammatico. Arrivato alla mia età… Però Pupi mi ha telefonato per dirmi che non lavorerebbe mai con me!
La televisione è un capitolo chiuso?
Non lo so, dipende dalla tv. Vediamo cosa succede, ma visto l’andazzo ne dubito. Nella mia carriera ho partecipato solo a programmi di grande successo. Chissà, forse sono stato troppo fortunato in passato. Sono garanzia di esiti positivi e Mediaset potrebbe considerarmi. Con tutto quello che ho fatto per loro! Sarebbe il minimo!