Stefano Jurgens: “La tv sta morendo. Discovery ha sbagliato con Amadeus. Il pregio di Paolo Bonolis? L’umanità”

A 71 anni Stefano Jurgens osserva la televisione con lo sguardo di chi, per oltre mezzo secolo, ha contribuito a scriverla. Non quello del nostalgico, ma dell'autore che ha firmato programmi entrati nella storia come Il pranzo è servito, Fantastico, Tira e molla e La Corrida, lavorando al fianco, tra gli altri, di Corrado, Paolo Bonolis, Gerry Scotti e Amadeus, oltre ad aver scritto canzoni di enorme successo come Sei forte papà per Gianni Morandi.
Ed è forse questa lunga esperienza a consentirgli oggi di esprimere giudizi netti su una televisione che, secondo lui, ha smesso di innovare: "Penso proprio che la tv stia morendo. C'è una generazione che non guarda più la televisione e non legge i giornali, ma soltanto pezzetti di contenuti sugli smartphone". Non risparmia critiche nemmeno a Discovery colpevole, a suo giudizio, di "non aver ancora capito come realizzare programmi popolari in Italia", commentando anche l'esperienza di Amadeus al Nove. Difende invece Paolo Bonolis, definito "un saggio" e "una persona di una grande umanità", promuove lo "scugnizzo" Stefano De Martino e boccia l'intelligenza artificiale liquida ogni entusiasmo: "Non ha anima, forse la usa chi non sa scrivere".
In questa intervista a Fanpage.it Jurgens ripercorre gli anni della censura e dell’influenza politica in Rai, ricorda la “follia positiva” di Silvio Berlusconi, spiega perché acquistare format dall'estero ha impoverito la televisione italiana, riflette sul politicamente corretto che "non distingue più tra una battuta e un'offesa".
Lei ha scritto canzoni che hanno venduto milioni di copie e programmi che hanno fatto la storia della televisione. Ma se dovesse descrivere il suo lavoro in sintesi?
Un creativo fortunato.
La fortuna è importante?
Sicuramente. La fortuna, un po' di diplomazia e gli incontri giusti. In particolare all'inizio.
È cresciuto con un padre come Maurizio Jurgens, già autore televisivo, regista radiofonico, commediografo e sceneggiatore. È stato difficile costruirsi un'identità?
No, non l'ho mai vissuto come un peso, anzi, sono sempre stato molto orgoglioso di mio padre. Purtroppo ci ha lasciati a 53 anni e siamo rimasti soli io e altri due fratelli. È stato un padre a cui ero molto legato, che si è trasformato nel tempo in un mito. L'unico problema è questo cognome così difficile da pronunciare che ho ereditato da lui, per cui già dalla scuola mi chiamavano in tutti i modi tranne che in quello giusto.
Che cosa le ha insegnato suo padre e la sua generazione?
Ho avuto la fortuna, cominciando a 22 anni, quindi molto giovane, di incrociare i colleghi di mio padre, che erano già molto importanti. Ho lavorato con Amurri, Garinei e Giovannini, Vaime, Amendola, Corbucci e da ciascuno ho provato a rubare qualcosa. Erano creativi decisamente divertenti e scherzosi, oltre a essere umili nonostante la loro fama.
A 22 anni si ritrova a scrivere Sei forte papà, per Gianni Morandi, che venderà 8 milioni di copie. Avrebbe mai immaginato un tale successo?
È stata una sorpresa, perché da ragazzo, come facevano tanti in quell'epoca, mi divertivo a suonare con la chitarra le canzoni del tempo, dai Roxy Music all'Equipe 84. La band era piuttosto rudimentale, pensi che la batteria era stata costruita con le scatole del detersivo Dixan. Nonostante questo suonavamo nei ristoranti, anche se ci pagavano a crocchette e supplì. Poi ho incontrato il maestro Bruno Zambrini, compositore che aveva scritto evergreen come Non son degno di te o La fisarmonica, mentre il paroliere Franco Migliacci si era preso una pausa. Lui mi disse che dovevano consegnare un altro disco per la RCA e mi chiese di provare a scrivere una canzone, visto che mi sentiva sempre suonare la chitarra.

Una bella responsabilità.
Altroché! Mi diede una cassetta con la musica, anche se non avevo né arte né parte, e ci provai. Le prime versioni erano un disastro: mi strappò il foglio davanti più volte perché non erano all'altezza. Non capivo perché e non sapevo come fare, visto che non esisteva una scuola per scrivere canzoni. Poi mi inventai quel testo con gli animali e alla fine gli piacque così tanto che lo accettò e lo propose a Gianni Morandi.
Un successo inaspettato in giovane età può far girare la testa?
Per carattere non me la sono mai montata. Io sono una persona normale, nei limiti della normalità per chi fa questo lavoro. Non mi riconosco nel termine "maestro", che usa qualcuno quando si rivolge a me. Sono rimasto sempre uguale. Continuo a pagare Equitalia e c'è da dire che farlo costantemente nel tempo ti permette di tenere i piedi per terra.
Dai suoi ricordi, come da quelli di altri della sua generazione, sembra emergere un'Italia più ottimista, leggera, con una grande speranza nel futuro. Sono caratteristiche che abbiamo perso?
Secondo me sì. Negli ultimi anni, in tutti i lavori, ci si prende troppo sul serio. In fondo tutti noi che frequentiamo il mondo dello spettacolo e ci manteniamo con questo mestiere siamo dei graziati, a cominciare dai conduttori famosi. Anche se si parla spesso di "periodo difficile", io lo sento dire da quando sono nato. Il nostro compito non è altro che quello di far sorridere le persone, cominciando a sorridere noi stessi e di noi stessi.
Con Paolo Bonolis ha condiviso una parte importante di carriera. Le sue qualità sono la velocità di pensiero e la cultura. Ci sono altri aspetti che la colpiscono?
Per me il tratto distintivo di Paolo Bonolis è l'umanità. Al di là di quello che tutti possono vedere in tv, lui è una persona generosa e con un grande senso dell'amicizia. A volte è stato criticato perché avrebbe "insultato" qualche concorrente, ma non è così. Lui gioca e scherza e se qualcuno assiste alle registrazioni se ne può rendere conto. Spesso i concorrenti, alla fine delle puntate, lo abbracciano e lui non si è mai negato. Paolo è diverso dai classici conduttori del passato. E poi ha una grande cultura, conosce un sacco di cose belle.
Negli ultimi tempi, caratterizzati dal politicamente corretto, è più difficile per chi ha un certo modo di scherzare?
Le generazioni cambiano e cambia la sensibilità. Se pensiamo al grande Raimondo Vianello, giocava utilizzando anche il black humor. Oggi, con questi telefonini, si incazzano tutti per qualunque cosa dici. Più che mai in televisione bisogna stare attentissimi perché la gente non riesce più a distinguere tra una battuta e un'offesa. Non so come mai siano tutti così arrabbiati. Forse perché fa caldo, mancano i soldi e il lavoro, ci sono sempre più guerre oppure perché, anche se non lo ammettono, vorrebbero esserci loro in tv.

Alcuni sostengono che Bonolis avrebbe potuto dedicarsi più a programmi come Il senso della vita, privilegiando la cultura, rispetto a show più pop come Ciao Darwin. È un rimpianto?
Non credo, ma con programmi come Il senso della vita ha dimostrato di essere una persona profonda. Lo si può constatare anche in contesti più leggeri, da quello che dice e da come lo dice. Io lo considero un saggio. E tutti lo vorrebbero come amico, molte anche come marito. Sa distinguere tra i momenti in cui è giusto scherzare e quando non è il caso. Anche tra di noi ci prendiamo in giro, ma cerchiamo di non prendere per il culo la gente.
Ma perché Il senso della vita non torna?
Purtroppo, lavorando per la televisione commerciale bisogna ammettere che i format che puntano alla profondità rendono meno in termini di raccolta pubblicitaria rispetto a quelli più leggeri. Oppure rischiano di essere mandati in onda a tarda notte. Sono difficili da far accettare.
Lei ha lavorato con Amadeus, prima dell'esplosione sanremese. La sua esperienza al Nove non è andata secondo le attese. Che cosa gli consiglierebbe oggi: tornare in Rai, rimanere al Nove oppure ricostruirsi partendo dalla radio, come in passato?
Molti sono nati dalla radio, da Gerry Scotti ad Amadeus fino a Fiorello. Lo conosco bene ed è divertente. A volte spacca un po' il pubblico, ma è andato molto bene con la musica, come a Sanremo, e il mio consiglio è quello di provare a continuare a stare in ambito musicale. Non so poi se in Rai, al Nove o altrove, perché quelle sono decisioni politico-contrattuali di cui ho sempre capito poco. Quando ha scelto di andare al Nove ho approvato la sua decisione. Una rete nuova come Discovery poteva dargli grande spazio, ma evidentemente non ha ancora l'esperienza necessaria per fare bene la televisione in Italia. In America funziona, ma da noi forse non hanno ancora capito come realizzare programmi popolari.
Prima dei grandi presentatori a Discovery avrebbero dovuto puntare su autori esperti?
Ormai c'è questa moda di realizzare tutto con format acquistati all'estero e questo diventa un problema. Perché l'autore, alla fine, si ritrova a fare solo un adattamento di qualcosa di già esistente e ideato chissà dove nel mondo. Non basta che in America o in Ungheria abbia funzionato: ogni Paese ha il suo pubblico. In più ti impongono di rispettare delle regole, per cui è molto difficile metterci mano e poi riuscire a tirarne fuori un prodotto di qualità.
C'è mai stato un format che ha rifiutato di "adattare"?
No, si figuri se io dico di no. Mai dire di no al lavoro! Ma la verità è che ho avuto, anche qui, la fortuna di essere sempre impegnato su progetti che mi piacevano. Ho fatto vent'anni con Corrado, altri vent'anni con Bonolis, in particolare con programmi in onda quotidianamente. Per cui non ho avuto molto tempo per dedicarmi ad altri format, salvo qualche eccezione.
Con la nuova edizione de La Corrida ha collaborato con Gerry Scotti. A lui, dopo una carriera lunghissima e di successo, manca solo la conduzione di Sanremo?
La Ferrari è una grande macchina, ma dipende da chi è alla guida e fa la differenza. Gerry Scotti, se riuscisse a condurre un Sanremo con delle novità, potrebbe uscirne molto bene. Però bisogna anche essere direttori artistici a Sanremo, quindi conoscere la musica attuale, non solo quella del passato. Potrebbe farlo, ma dipende se a Mediaset sono d'accordo.
Nel 2027 la responsabilità di Sanremo sarà a carico di Stefano De Martino. Un peso troppo grande per un quasi esordiente oppure ha le capacità per farlo?
Non lo conosco personalmente, ma quando lo vedo in tv mi sembra bravo e un simpatico scugnizzo. Facendo con continuità questo lavoro si acquista esperienza. A me piace, perché è un napoletano alla Massimo Ranieri: canta, balla e presenta. Per ora funziona.
A proposito di format italiani, Il pranzo è servito, con Corrado, è stato ideato da lei.
Sì, è un format italiano. Ma allora si facevano in casa, come Tira e molla. Poi si è scatenata la furia di acquistare format dall'estero, solo che non sempre si coniugano con il pubblico.
Cosa manca di professionisti come Corrado oggi?
Intanto la faccia. Perché è importante che un conduttore abbia una faccia che spacca lo schermo, che entri nelle case e si faccia apprezzare da più persone possibile. Corrado poi era umile ed elegante, si vestiva sempre con la cravatta, come usava al tempo. In più era dotato di un'ironia speciale. Quando lavorava alla radio, per tanti anni, ha dovuto annunciare "Il Gazzettino di Roma" e lui, invece, lo pronunciava sempre come "Il cazzettino di Roma". Gli ascoltatori, naturalmente, scoppiavano a ridere, mentre i dirigenti della Rai lo chiamavano per chiedergli conto di quella modifica. E lui ha sempre finto che fosse un errore di pronuncia. Quando abbiamo lavorato a La Corrida aveva rispetto per tutti i concorrenti, anche se poi le esibizioni erano davvero improbabili. Le persone le ha trattate sempre con educazione.
Ha lavorato anche a Fantastico, ai Telegatti, a Domenica In e Buona Domenica. È solo una questione di format dall'estero oppure ci sono altri limiti nella tv di oggi?
Ci sono dei contratti che obbligano le aziende a prendere format da altre aziende. Per questo non c'è spazio per le novità. Se vai con un'idea dai direttori di rete, ti rispondono che devono fare per dieci anni La ruota della fortuna e per vent'anni hanno il contratto con una serie di conduttori che hanno già dei format: i palinsesti sono tutti pieni. Quindi c'è proprio l'impossibilità di esprimere qualcosa di differente. Senza contare la questione dei budget, che oggi sono molto più limitati rispetto al passato. Alla fine viene fuori una televisione che si basa sulle chiacchiere, dove chiunque va in onda a parlare di qualcosa con scarsi risultati.

Quanto influisce la politica sulla televisione?
La politica di solito dà una direzione, ma più in Rai che a Mediaset. Per cui nel servizio pubblico devono rispettare il funzionario e il governo che li ha messi lì. Quando ho cominciato in Rai c'era ancora la censura. Scrivevo le canzoni o i programmi e c'era un addetto a leggere tutto e a tagliare quello che non si poteva dire. Venendo da quella storia in Rai sono rimasti un po' bacchettoni.
Questa televisione rischia di essere inglobata dalle piattaforme digitali?
Penso proprio che la tv stia morendo. C'è una generazione nuova che ormai non guarda la televisione e non legge i giornali, ma guarda pezzetti di contenuti sugli smartphone. Per cui la tv è rimasta un mezzo per un pubblico anziano che ha persino difficoltà a cambiare canale. Con le piattaforme ci saranno sempre più modi nuovi di fare televisione. Anche se il nuovo è relativo, perché di nuovo vedo poco. Ma i mezzi cambiano e cambia il linguaggio.
Il format più popolare attualmente è il podcast, declinato in mille sfaccettature.
In fondo in tv si fanno già dei "podcast". Nei talk c'è gente che va lì e viene intervistata. La differenza la fanno il personaggio che si invita e il modo in cui lo si intervista. Ormai in tv che cosa vogliamo portare? Dopo i talk politici e il Grande Fratello ormai c'è il nulla.
Tornando alla musica, una delle novità degli ultimi anni è stata l'ingresso dei rapper nel circuito televisivo, da Sanremo ai talent come giudici. Rimangono fuori i trapper…
Sì, ma alla fine li mettono a fare programmi di musica. Non gli danno altre opportunità per metterli alla prova nella conduzione di qualcos'altro. E poi la musica dei trapper è complicata, senza una melodia. Può piacere il ritmo o una parola chiave, ma fischiettarla è difficile. Tanto è vero che molti apprezzano ancora le canzoni degli anni passati. Se poi lo dici ai più giovani ti danno del boomer, ma i trapper hanno pezzi che non sono per tutti.
C'è per caso un programma che vorrebbe ancora realizzare?
Fra quelli esistenti no. Penso più spesso, dopo aver sentito una canzone, che avrei voluto scriverla io. Mi piace cercare cose nuove, ma per ora rimangono nella mente perché c'è una certa difficoltà nel proporle a qualcuno. Pensi che quando è iniziato Fantastico, il titolo è nato perché avevo sentito il modo di descrivere un programma in Brasile. Così andai dal direttore di Rai 1: "Ho un titolo per fun varietà, è Fantastico". E lui: "Ah bene, qual è il titolo?". Io: "È Fantastico". Ci mise un po' a capire che Fantastico era il titolo, ma poi è andata a finire che il primo non me lo ha fatto fare. Però racchiudeva la bellezza di un sabato sera.
Da autore ha timore dell'arrivo dell'intelligenza artificiale per i più giovani?
Per il momento noi la usiamo pochissimo. Forse la usa chi non sa scrivere. L'intelligenza artificiale non ha anima, al massimo può essere utile per riassumere qualcosa, ma non è spiritosa. Mi sembra un mezzo, per ora, come una qualsiasi macchina.
C'è un programma che ha realizzato di cui va particolarmente fiero?
Il pranzo è servito e Tira e molla, che sono nati dalla necessità di mettere due die più grandi conduttori italiani nel miglior contesto possibile per esprimersi.
Il simbolo della tv in Italia, al di là delle polemiche, rimane Silvio Berlusconi?
Assolutamente, perché grazie a lui si sono aperte nuove strade. E ha rilanciato anche la pubblicità. In Rai prima riuscivamo a fare al massimo otto puntate di un programma, poi si è riusciti ad andare avanti anche per anni. Berlusconi era simpaticissimo e se ne intendeva moltissimo di televisione in modo del tutto naturale, un dono. Capiva cosa funzionava e cosa no.
E cos'altro?
Oltre alla politica, che non mi ha mai riguardato, l'ho conosciuto come un generoso che ha dato moltissimo lavoro a tanti. Venendo da Publitalia, a lui non piacevano le persone con la barba, perché diceva che non si entra con la barba non fatta in casa della gente. Si narra, come leggenda, che a qualcuno consigliò persino di rifarsi il naso. Aveva un grandissimo carisma ed era animato, almeno per la televisione, da una follia totalmente positiva.