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Depsa: “Scrissi l’addio di Corrado alla Tv, morì poco dopo. A Costanzo davo un calcio nel sedere a settimana”

Intervista a Salvatore De Pasquale, lo storico autore e paroliere che ha lavorato al fianco di Baudo, Costanzo e Mike Bongiorno. Un viaggio nel mondo della televisione, con uno sguardo critico su cosa manca oggi e che potrebbe fare la differenza.
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Salvatore De Pasquale, meglio noto come Depsa, è uno di quegli autori che la televisione l'ha scritta, l'ha immaginata e l'ha vissuta come pochi. Da musicista e paroliere, portano la sua firma canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana come Champagne di Peppino Di Capri, è poi passato al piccolo schermo lavorando al fianco dei grandi: Corrado, Pippo Baudo, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno, Maria De Filippi. La televisione di oggi, però, sembra essersi spenta: "Se rischiano, lo fanno male" dice in questa intervista dove ripercorre la sua carriera gettando uno sguardo, critico, su come è cambiato un mezzo che, oggi più che mai, sembra non riesca ad rinnovarsi se non pescando dal passato.

Com'è la televisione oggi? 

Sembra non sia cambiato nulla da trent'anni a questa parte. Quest'anno ero in classifica senza volerlo. C'erano tutti programmi televisivi fatti da me. Scherzi a Parte l'ho proposto nel 1991, ma è praticamente la stessa trasmissione. Di C'è Posta per Te ho curato la prima edizione, abbiamo anche vinto il Telegatto e il programma va ancora in onda. Probabilmente c'è paura di rischiare, non credo manchino le idee. Oppure, se rischiano, rischiano male. Ci sono cose vecchie in giro.

Cosa hanno di speciale quei programmi che ancora resistono a distanza di trent'anni?

Erano programmi avanti rispetto al tempo presente. C'è Posta per Te possiamo considerarlo uno spin off di Stranamore, di cui ho fatto la versione italiana, che è stata quella più venduta da Endemol negli altri paesi. Pensare che Scherzi a parte nemmeno volevano farlo.

E poi, che è successo?

Era partito come un esperimento su Italia1, fu interrotto perché andava troppo bene. La pubblicità su Italia1 la vendevano a costi più bassi, non gli conveniva. E ci persi anche! Avevo un contratto a puntate e con meno puntate in onda fui pagato meno.

A proposito di ritorni, La Ruota della Fortuna è lo show più visto della tv, ed è un paradosso. 

La Ruota Fortuna è stata rifatta da Dio, c'è una scenografia fantastica, la musica dal vivo, ci lavora un team di professionisti. Ma anche qui è una cosa di trent'anni fa, la faceva Mike Bongiorno negli Anni Novanta. Come dire…

Decine di programmi portano la sua firma, come si scrive un programma che funziona? Da dove parte l'idea?

Cerco sempre di non ripetere quello che è stato fatto dagli altri, da una parte rischi ma dall'altra fai la differenza. Devi cercare di fare cose originali, guardarti attorno, essere curioso. Sicuramente adesso eviterei di fare un programma con degli opinionisti.

Che le hanno fatto gli opinionisti?

Ormai è un altro mestiere. Opinionisti che passano da una parte all'altra perdendo credibilità, non se ne può più. Non c'è una gara in tv in cui non ci sono tre tipi dietro una scrivania che dicono scemenze o cose sagge, mi sembra un voler puntare in basso, piuttosto che puntare in alto. Questo vuol dire approfittarsi del pubblico, non è un caso se oggi si parla non più di "milioni di telespettatori" ma di share.

Se non ci sono i milioni di telespettatori di una volta, oggi chi la guarda la tv? 

Il problema grosso della televisione italiana è che comanda lo share non più il gusto. L'Auditel ha peggiorato le cose, lo avevamo capito già con Paolo Villaggio quando lavoravamo insieme.

Racconti.

Era uno dei primi programmi che ho fatto in televisione, si chiamava Che piacere averti qui, scritto insieme a Terzoli e Vaime. Venne fuori quest'Auditel, fu accettato da Rai e Finivest, ormai faceva legge. Era condotto da Paolo Villaggio su Italia1 e ci rendemmo conto che secondo l'Auditel il programma aveva meno successo di quanto pensassimo. Allora Paolo, che era un genio, capì che un programma contava in base a quante persone lo guardavano e disse "Facciamo un esperimento". In una puntata si fece fare un'iniezione in diretta e disse: "Volete vedere che qua non cambia nessuno?"

E alla fine, come andò?

Arrivò l'infermiere, lui si abbassò i pantaloni e si fece fare questa siringa, facendola durare più del dovuto. Da lì capimmo che l'Auditel non era legato necessariamente a qualcosa di bello. Colpisce qualcosa che è diverso, ti incuriosisce, anche se è una roba brutta.

Facciamo un passo indietro, prima di diventare un autore televisivo, Salvatore De Pasquale nasce come autore musicale. 

La mia è una storia stranissima. Amavo la musica, fin da bambino pur di suonare andavo a casa della mia vicina a Portici che aveva il pianoforte. Mio padre voleva che studiassi, mi prendessi il famoso pezzo di carta, ma aveva capito che ero portato per la creatività e mi comprò una clavietta (la diamonica ndr.), il mio primo strumento. A 14 anni ebbi il primo pianoforte, scassato, finché non mi fu dato un pianoforte vero da mia zia. Senza che nessuno mi insegnasse nulla ho iniziato a scrivere musica e canzoni.

E Peppino Di Capri, quando l'ha incontrato?

Avevo poco più di 16 anni quando iniziai la collaborazione con lui, fui spinto dai miei amici. Feci sentire una canzone al tipo che lo seguiva, poi ho scoperto che era suo cognato, gli piacque tantissimo. Dal disco per l'estate del 1972 al 2018 ho scritto 54 canzoni per Peppino Di Capri. A lui devo il mio pseudonimo, Depsa, disse "Salvatore De Pasquale è troppo meridionale". Siamo i primi razzisti di noi stessi.

Peppino Di Capri e Salvatore De Pasquale "Depsa"
Peppino Di Capri e Salvatore De Pasquale "Depsa"

Champagne, come è nata?

Peppino doveva presentare la canzone tra il 26 dicembre e il 6 gennaio, mi serviva un titolo che richiamasse il Capodanno. Avevo scritto su un foglio "una coppa di champagne" e poi mi dissero "ma solo champagne è bellissimo". È rimasto così.

54 canzoni per Peppino Di Capri, ma se ne contano centinaia nella sua carriera, diverse partecipazioni a Sanremo: una vittoria e tre volte sul podio. Una delle critiche più frequenti in relazione ai brani di oggi è che "non hanno la forza di restare". Cosa è cambiato? Come si scrive una canzone che resta?

È cambiato tutto. Non c'è una regola, sarebbe facile, c'è qualcosa di misterioso, di mistico. La differenza sostanziale, e parlo da produttore discografico quale sono stato, è che prima avere un disco era un obiettivo enorme, ancor di più il 45 giri e il 33 giri. Farne uno significava spendere 4-5 milioni di lire, circa 2500 euro di adesso. Dovevi trovare qualcuno che credesse in te davvero tanto per incidere un disco. Con le nuove attrezzature, internet, l'intelligenza artificiale, stasera posso mettere in circolazione una cosa che ho scritto. Questo significa che nella quantità la qualità si perde.

Eppure, con tutti i talent che popolano la tv, sembra che di talenti ce ne siano a bizzeffe. Può mai essere così?

Quello che vediamo in televisione non è una vera ricerca del talento, è solo un pretesto. Sono programmi televisivi. Le due cose sono diverse. L'obiettivo di un programma è fare ascolto. Qualcuno bravo ci deve essere per forza, così una volta fuori può avere successo, magari momentaneo, perché altrimenti il talent nessuno lo guarda. Ma di queste persone il 5% va avanti, l'altro 95% avrà bisogno di un supporto a vita, perché si troverà in una realtà falsa. Vivono per 5-6 mesi, un anno, una realtà non vera. Arrivano in finale, cantano, anche su palchi importanti, ma questo dura finché non finisce il talent. Vengono distrutti da un meccanismo per cui l'anno successivo sono già sostituiti.

Parlando di palchi importanti: Sanremo. È stato co-autore dell'edizione di Pippo Baudo nel 2002, cosa avevano i suoi Festival che quelli di oggi non hanno?

Pippo Baudo era un uomo di spettacolo, presuntuoso, ma con una grossa intuizione. Non era un presentatore e basta. È stato il primo vero direttore artistico perché non si limitava a seguire quello che dicevano gli autori, il primo autore di sé stesso era lui. Si è fatto dare la pubblicità, si è fatto dare dalla Rai più potere decisionale trasformando lo spettacolo, anche se già ci aveva provato Claudio Cecchetto nell'80. Lui ha trasformato un programma musicale in un evento, in un varietà. Però così capisci quanto è importante la canzone e quanto tutto il resto. A Sanremo viene fuori il provincialismo degli italiani, per una settimana non si parla d'altro, ma anche le settimane prima e quelle subito dopo. È diventata una consuetudine.

Pippo Baudo e Depsa
Pippo Baudo e Depsa

Restando in tema, Stefano De Martino conduttore. Come lo vede?

Se continua a rimanere con i piedi per terra, come sembra, lo vedo bene. Molto dipende da come riesce a gestirsi, se esagera si fa male come tutti quelli che esagerano. Si vede che ha delle intuizioni immediate, anche lui è autore di se stesso ed è importante, ci sono quelli a cui tu devi scrivere addirittura "buonasera". Ovviamente nel Festival verrà seguito, perché è una cosa troppo grande per darla in mano a un giovane talentuoso, ma è giusto che sia così.

Tra i conduttori con cui ha lavorato c'è Corrado. Nel suo libro (Ecco a voi la TV ndr.) lo definisce "il numero uno della tv". Cosa aveva Corrado che lo differenziava dagli altri?

Era un innovatore, pur essendo un tradizionalista. Una persona perbene e lo dimostrava anche in televisione, ma soprattutto lo era nel privato. Aveva il senso della misura, molta ironia. Non era un divo, camminava con una Peugeot 106, anche se aveva l'Audi, andava a mangiare insieme alle sarte, aveva un appartamento come quello che poteva avere un dirigente di banca, non un uomo della tv. Abbiamo iniziato a lavorare insieme veramente per qualche forza superiore. Mi chiese di fare la Corrida nel 97, non volevo farla, ma come potevo dire di no a Corrado?

Corrado alla Corrida, foto Getty Images
Corrado alla Corrida, foto Getty Images

E quindi fece la Corrida. 

Il programma lo aveva inventato il fratello, in radio. Era un talent di sfigati, ma di fatto era già una parodia, che grazie a Berlusconi divenne un programma televisivo. È stata una delle esperienze lavorative più belle, senza volerlo ho scritto il testamento spirituale di Corrado. Mancavano tre giorni alla finale, venne in ufficio da me e mi disse "Sei stato uno dei migliori autori che ho avuto, ma ho deciso di smettere di lavorare, vorrei salutare il pubblico con una poesia". E voleva rispondere ad Aldo Grasso, che scrisse che alla Corrida andavano "gli scemi del Paese". In mezz'ora, perché c'era una sintonia perfetta tra me e Corrado, l'ho scritto.

Il suo ultimo saluto al pubblico. 

Era un sonetto, Corrado lo lesse alla fine dell'ultima puntata, addirittura emozionandosi. Dopo un po' è morto, lui sapeva di essere malato. Mi ha fatto scrivere il suo testamento spirituale. È una cosa meravigliosa, non è un caso che mio figlio si chiami Corrado.

E Maurizio Costanzo, com'era a telecamere spente?

Aveva più rapporti di potere, politici, rispetto a Corrado. Aveva una grossa personalità. Il vero scopritore di talenti più che Baudo è stato Costanzo, aveva un grandissimo intuito e aveva anche qualche piccola scaramanzia.

Maurizio Costanzo a Buona Domenica
Maurizio Costanzo a Buona Domenica

Ovvero?

Alla prima puntata di Buona Domenica mi avvicino gli dico "merda" e gli do un calcio nel sedere girando la gamba. Il programma parte benissimo. La seconda puntata, di nuovo, merda col calcio, ogni volta che mi vedeva era diventato un rito, si metteva in modo tale che io potessi dargli un calcio. Dopo un po' mi chiamano dalla Rai e decido di andar via perché avevo voglia di cambiare, vado a salutare Maurizio per la prima puntata di Buona Domenica senza di me, per dargli il famoso calcio, lui mi guarda e fa: "Salvato', puoi venire tutte le domeniche? Io ti metto sotto contratto". Poi ho scoperto che avevo la fama di quello che portava bene.

Da Buona Domenica passiamo a Domenica In, ne ha scritte due con Mara Venier. È vero che non esiste la domenica pomeriggio senza di lei? Non la lasciano andare!

La Domenica In di adesso non c'entra niente con quella dell'inizio, era molto più articolata, più lunga. È stato il primo contenitore della storia della tv italiana che durava dalle due del pomeriggio alle sette di sera, c'era di tutto e di più dentro. Adesso sono solo interviste, che è la cosa che Mara sa fare meglio, ma manca tutto il contorno.

Il programma del cuore?

Ne sono almeno tre.

Prego. 

C'è un programma a cui sono molto legato, si chiamava La bella e la bestia, con Lucio Dalla e Sabrina Ferilli. È stato un grandissimo insegnamento per me, Dalla era un extraterrestre, era un artista puro, vero. Un altro programma a cui sono legato, per motivi personali, è Stranamore con Alberto Castagna.

Si possono sapere?

Durante il programma conosco una delle segretarie di produzione, era dipendente Mediaset, ed era sposata con un autore famoso. Anch'io ero sposato, ma lavorando sempre insieme è finita che ci siamo innamorati. Io ho lasciato mia moglie, lei suo marito, abbiamo avuto due figli e ci siamo sposati, nel 2014, prima che lei morisse. È stata una grandissima storia d'amore.

E il terzo?

Scherzi a Parte. Nessuno voleva farlo, poi la storia parla da sé.

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