video suggerito
video suggerito

Pino Strabioli e il Premio Strega: “Condurlo è un privilegio. Oggi in Rai non ho più riferimenti, mi manca Costanzo”

A Fanpage.it Pino Strabioli, che l’8 luglio condurrà il Premio Strega, rivela: “Mi metto lo smoking e faccio il padrone di casa del premio più prestigioso che abbiamo in Italia, ringrazio Rai Cultura perché non era scontato”. Ma c’è incertezza sui palinsesti: “A me non mi ha chiamato nessuno”. E sul caso Mari-Murgia non si tira indietro: “Sto con la posizione della Fondazione, Mari è un grande scrittore, ma se ha detto quelle cose preferisco leggerlo che ascoltarlo”.
Immagine

Il prossimo 8 luglio Pino Strabioli sarà il padrone di casa del Premio Strega: la quinta volta per lui, ma la prima in una cornice nuova. Per gli ottant'anni il premio lascia lo storico giardino di Villa Giulia e si sposta in Campidoglio, con una serata che Strabioli condurrà in coppia con la pianista Gloria Campaner. "Mi metto lo smoking e faccio il padrone di casa del premio più prestigioso che abbiamo in Italia", racconta a Fanpage.it. "Ringrazio Rai Cultura, che me l'ha confermato: non era scontato".

Perché se lo Strega è una certezza, il resto del suo futuro in viale Mazzini lo è molto meno. A cinque giorni dalla presentazione dei palinsesti Rai, Strabioli ha scoperto dai giornali che Il Caffè, il programma che conduceva con Greta Mauro, non è stato confermato: "L'ho appreso da Giuseppe Candela, come tanti altri. A me non mi ha chiamato nessuno". Strabioli lo dice senza polemica, sottolineando il fatto di essere arrivato in una stagione della vita dove vive tutto con maggiore leggerezza e distacco. Stessa cosa per le voci che lo accostano a Domenica In: "Leggo il mio nome da spettatore, come fosse quello di un altro. Ma se Mara mi chiama, io vado".

E poi c'è la polemica che gli aleggerà sul palco. Sul caso delle frasi attribuite a Michele Mari su Michela Murgia, Strabioli non si nasconde ma non emette sentenze: si dice in linea con il resoconto di Teresa Ciabatti e con la decisione e le parole della Fondazione Bellonci, difende il valore letterario dello scrittore ma poi affonda con garbo: "Se ha detto quelle cose, preferirei più leggerlo che ascoltarlo". In mezzo, una stagione che lo ha reso inaspettatamente pop grazie a The Unknown, tra i ragazzini che lo chiamano "StraBro" e una nuova, divertita riconciliazione con se stesso.

Anche quest'anno sei il volto Rai del Premio Strega. Quali sono le sensazioni quest'anno?

Sì, è la quinta volta che lo conduco. La prima proprio dieci anni fa, alla 70ª edizione, l'anno in cui vinse Albinati. Poi l'ho condotto da solo, poi con Geppi Cucciari e quest'anno lo Strega lascia lo storico posto, quel meraviglioso luogo che è Villa Giulia, il Museo Etrusco, per trasferirsi in Campidoglio per i suoi ottant'anni. E non sarò solo: c'è Gloria Campaner.

Gloria Campaner sarà al tuo fianco, ma immagino che avrete pensato già a qualche momento al pianoforte.  

Certo, suonerà anche il piano. Un po' come l'anno scorso, quando sperimentammo – fu mia l'idea – Filippo Timi alla lettura degli incipit dei finalisti con i musicisti a supporto. Però, questa volta è proprio una co-conduzione con lei.

La sfida di aprire a tutti un mondo che è una nicchia per pochi. Cosa significa oggi raccontare il Premio Strega a un pubblico generalista? 

La risposta è proprio nella domanda: quella fascetta gialla che abbraccerà il libro vincitore cambia davvero il destino di quel libro. È un po' come Sanremo, il Premio Strega, però della letteratura. E poi il linguaggio: a me piace molto condurlo perché mi metto sempre dalla parte del lettore, non del divulgatore o dell'intellettuale conoscitore di quello scrittore. Mi metto, come ho sempre cercato di fare nei miei programmi, alla scoperta di chi ho di fronte. Poi la bellezza dello Strega è che in fondo è una gara. Se ne parla per settimane: chi ha avuto più voti durante la serata della dozzina, che da dodici sono diventati cinque, poi sei, perché deve esserci sempre una casa editrice più piccola rispetto ai colossi. Quest'anno i finalisti sono sei. E c'è la famosa lavagna, che io trovo una cosa bellissima: ogni volta mi emoziona. È nell'immaginario anche dei non lettori, perché c'è lo spoglio, la lavagna e la ragazza che segna col gesso. Parliamo di una cosa che non esiste più neanche nelle scuole. Lo Strega ha il privilegio di essere l'unica realtà dove c'è ancora la lavagna con il gesso, e questo mi piace moltissimo: anche nell'immaginario si torna un po' bambini. E poi è bello vedere muoversi tutto il mondo editoriale e quello degli intellettuali. Ormai nello Strega c'è anche un po' di gossip, spuntano le foto di come sono vestiti.

Un "cafonalino" per parlare col linguaggio di Dagospia.

Sì, è un aspetto doppio che mi diverte, mi piace. Mi metto lo smoking – non essendo io un frequentatore di prime serate o di programmi di grandi ascolti, in quel caso mi metto lo smoking – e faccio il padrone di casa del premio più prestigioso che abbiamo in Italia. Mi piace molto, e ringrazio davvero Rai Cultura che me l'ha confermato: non era scontato.

Quest'anno non ti manca neanche la polemica enorme sullo sfondo. Che idea ti sei fatto del caso Mari-Ciabatti?

La polemica c'è. In quel pulmino io, però, non c'ero. Mi rifaccio alla dichiarazione che ha fatto Teresa Ciabatti proprio ieri: ha detto solo che c'è stata una discussione accesa tra loro. E la stessa dichiarazione della Fondazione, di Petrocchi, mi sembra assolutamente corretta e giusta. Secondo me Michele Mari, con I convitati di pietra, resta un grande scrittore e quello è un grande libro. Continuo a pensarlo come un grande scrittore. Se ha detto quelle cose su quel pulmino, come ci sono state riportate, allora preferirei leggerlo che ascoltarlo. Senza dubbio la polemica c'è. Bisogna vedere quanto penalizzerà Mari, chissà.

Non voglio rischiare il Sangiuliano bis, ma ti chiedo se li hai letti tutti e sei i libri.

Mi manca solo Elena Rui. Lo metto in lettura questa settimana.

È stata una stagione interessante per te, tutte le tue stagioni hanno sempre qualcosa di particolare. Quest'anno, però, sei diventato pop con The Unknown. Ci racconti di questa vertigine di essere riconosciuto dai ragazzini a 62 anni? 

Proprio stamattina, mentre passeggiavo col cane, un signore del quartiere mi ha detto: "Sei stato una scoperta", perché mi vede sempre in giro col giornale, col libretto o col cane. E poi mi ha visto fare quello che ho fatto nel reality. Quando sono venuto a Napoli a fare uno spettacolo con due pianisti bravissimi a Villa Pignatelli, "Mozart versus Rossini", roba molto colta, dei ragazzetti mi hanno chiamato "bro". Perché in The Unknown c'era Cristian, il napoletano, mi chiamava "bro" e poi "StraBro": soltanto a Napoli si possono coniare cose meravigliose. Ho vissuto questo momento da "StraBro", ma se lo stanno già dimenticando.

Ma no, sei diventato popolare!

Non parlerei di popolarità, però è cresciuta la simpatia nei miei confronti. Chi ha seguito il programma sento che mi trova proprio simpatico. Quando l'ho fatto non ero particolarmente entusiasta, però poi, rivedendomi – perché è andato in onda dopo un anno – mi sono divertito e mi sono pure piaciuto. Mi sono detto: "Ma guarda che sono un tipo simpatico, hanno ragione quelli che lo dicono". Mi sono piaciuto perché ero diretto, sincero, non ho filtrato nulla. È una cosa che cerco di fare in questa fase della vita: questo distacco da certi meccanismi, dal voler rappresentare per forza qualcosa. Mi è piaciuto molto farlo, e mi piacerebbe coltivare questa parte più cinica, ironica, graffiante — che però non è mai stata offensiva né invadente verso il pubblico o verso gli altri.

Prossimo reality? Grande Fratello? The 50? 

Non ci penso proprio. Non è che adesso vado a cavalcare questa mia parte trash. Quando hanno scritto "Pino Strabioli in The 50" ho chiamato degli amici e ho detto: "Ma che caspita è sto The 50?". Mai visto, non sapevo neanche cosa fosse. Mi ha fatto scoprire tutto un mondo televisivo che non contemplavo.

E l'Isola dei Famosi? L'ha fatta anche Busi.

Quella forse me la vedo, ma no, no, direi di no.

Andrai in onda l'8 luglio col Premio Strega, cioè cinque giorni dopo la presentazione dei palinsesti Rai. Il tuo nome rimbalza di qua e di là: ti aspetti qualcosa?

Posso essere sincerissimo: ho appreso da Giuseppe Candela mercoledì mattina, come tanti altri, che Il Caffè con Greta Mauro non è stato confermato. A me non mi ha chiamato nessuno. È vero che non ho ricevuto l'invito ai palinsesti, per cui lo davo un po' per scontato. L'azienda non mi ha detto "non si farà", ma a questo punto penso non si farà.

Ti spiace?

Come ti dicevo, anche questo fa parte di questo momento della mia vita in cui da una parte mi frega e dall'altra no. Mi metto quasi in una posizione di attesa: se le cose succedono, succedono; se non succedono, se ne parlerà in seguito.

Si parla anche di Domenica In. C'è qualcosa?

Sono tutte cose che leggo, ma anche in questo caso, sono cose che leggo e basta. Leggo il mio nome da spettatore, come fosse quello di un altro.

Quest'anno, però, sei riuscito a prenderti il tuo spazio nel contenitore della domenica. 

Lavorare con Mara mi diverte, con lei sto bene, ci conosciamo da tanto tempo. È uno spazio che mi è piaciuto fare ogni volta. Era un'idea che Mara mi aveva proposto qualche mese fa; poi mi ha chiamato per festeggiare questi 50 anni, ha funzionato, era una chiacchiera carina di dodici minuti sul repertorio e sulle canzoni. Come quando vado da Geppi Cucciari: mi diverto. Mi piacerebbe fare cose dove mi sento bene. Ai palinsesti comunque non sarò presente: il 3 sono a Fasano, per una cosa del circuito Puglia Culture, una showcase sul teatro — perché il teatro è l'altra parte della mia vita. Però ti ripeto: se Mara mi chiama, sono contento; se Di Liberatore mi chiama e mi offre una cosa, sono contento.

Non voglio farti commentare le "disgrazie" altrui, ma in settimana si è saputo di Via dei Matti numero 0, anche se poi c'è stata una smentita. Ci racconti cosa si prova in momenti come questo?

Guarda, io ho fatto Cominciamo bene Prima per dieci edizioni: era un programma che amavano in tanti, molti giovani hanno iniziato a fare teatro, ad appassionarsi al teatro. Dopo dieci anni arrivò Di Bella, me lo tolse e mise Agorà. Voglio dire, è normale cambiare. La storia di Via dei Matti, come si è evoluta, non la conosco. Ma se è vero che avevano offerto loro la prima serata…anch'io, da lì, feci tutti gli In Arte. Il problema, oggi, credo sia il confronto: è la cosa che più manca, anche in Rai. Il confronto con i dirigenti, con i direttori dai quali si andava, si parlava, si decideva insieme, si capiva. Poi che i programmi finiscano mi sembra abbastanza normale, a parte quelli storici come Domenica In, che sono inamovibili. Ma se è vero che avevano proposto loro la prima serata, io l'avrei fatta. Con Gino Castaldo avevamo fatto anche noi un programma simile in seconda serata, una serie abbastanza lunga. Ricordo tutti i programmi fatti con Maurizio Costanzo, che mi manca davvero tantissimo perché era il mio punto di riferimento. Ed è come se oggi, in Rai, io non avessi un punto di riferimento — parlo della mia situazione personale. Non ho una persona che chiamo, con cui mi confronto e capisco cosa sta succedendo o come mi posso muovere, non avendo io un agente importante.

Pino Strabioli con Maurizio Costanzo.
Pino Strabioli con Maurizio Costanzo.

Lui ti dava consigli?

Con Maurizio si progettava. Da quando mi mise accanto a lui in S'è fatta notte — prima c'era Enrico Vaime, capirai — mi ha fatto questo regalo. Poi ci siamo inventati cose insieme, perché per "Io li conoscevo bene" ero preparato su tutto quel ciclo dedicato a Walter Chiari, Carmelo Bene, Vittorio Gassman: le persone che lui conosceva. Poi, post Covid, Insonnia, perché di notte non si dorme. Maurizio mi manca proprio per il progetto. Certo, lui aveva la capacità di alzare il telefono e parlare con tutti, ma quello era Maurizio Costanzo. Da questo punto di vista, se mi chiedi cosa mi manca oggi: mi manca Maurizio Costanzo. Forse potrei chiedere un appuntamento a Maria, per vedere se è la stessa cosa. Magari, chissà.

S'è fatta notte è andato avanti per dieci anni. Tu l'hai accompagnato nelle ultime stagioni.

Almeno due edizioni di S'è fatta notte, poi Insonnia e Io li conoscevo bene. Prima che lui se ne andasse andai a casa sua, tipo una settimana prima: ho ancora in agenda la lista degli ospiti che avremmo voluto invitare nell'edizione successiva di S'è fatta notte. Era bellissimo con lui, perché le cose si costruivano. In Insonnia diceva "voglio le pecore", e allora con la scenografia trovammo queste pecore di pezza da disseminare in giro. In S'è fatta notte diceva "dobbiamo fare tipo Don Camillo e Peppone, facciamo i ruoli". Aveva una matrice teatrale, Maurizio, che riportava in televisione e faceva diventare televisiva. Ho molto goduto con lui, anche quando ho fatto piccole cose nel programma di Augias, dove avevo una rubrica, o con Piero Angela, quando l'ho accompagnato in palcoscenico a parlare di mare. Questi grandi vecchi mi mancano tanto.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views