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Andrea Salerno: “Nel frastuono della TV, La7 ha un suono che riconosci. Mentana? Spero resti con noi”

Alla sua decima stagione da direttore di La7, Salerno fa un bilancio in questa intervista a Fanpage: “Rete di sinistra? Siamo liberi e diamo fastidio a tutti”. Sullo smantellamento di Rai3: “La politica fa disastri ogni volta che decide di controllare la Rai”. Poi l’acquisizione di M, la serie su Mussolini: “Portarla sulla Tv generalista era un mio sogno”.
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Una stagione di ascolti record alle spalle, quasi un decennio alla guida di La7 e una rete trasformata in questi anni. Andrea Salerno traccia il bilancio di un canale che ha fatto dell'identità e del giornalismo d'approfondimento i suoi punti di forza, ponendosi come un'alternativa solida in un panorama televisivo complesso. Qualcuno la definisce una rete di opposizione, e quel qualcuno è un volto di punta come Mentana, ma in questa intervista a Fanpage il direttore respinge le etichette politiche: "La7 non nasce da una spartizione, ma da una professionalità cristallina". Lui che è cresciuto professionalmente a Rai3 parla anche dello stato di salute della rete ed esprime una dura critica sulla crisi del servizio pubblico: "La politica fa disastri in Rai quando decide di controllarla anziché delegare". Spazio poi ai palinsesti futuri: dal destino del direttore del Tg La7 al colpo dell'acquisizione dei diritti di M – Il figlio del secolo: "Il mio sogno era portarla sulla TV generalista. Scelta editoriale e non politica, discutere la propria storia è fondamentale".

Direttore, quest'anno festeggia il Suo decimo palinsesto alla guida di La7. Se dovesse fare un bilancio in poche parole, come lo definirebbe?

In realtà sono nove anni, il decimo anno scadrà a giugno prossimo. Sono stati anni molto intensi. La stagione del Covid è stata uno spartiacque: rimanere sempre accesi in quel frangente ci ha dato grande forza e credibilità. È stato un lavoro lento ma coerente, in cui abbiamo aggiunto un tassello alla volta per dare a La7 un’identità forte, riconoscibile e credibile sul piano giornalistico e dell'approfondimento. Negli ultimi tre anni c'è stata una crescita notevole, grazie agli innesti di Corrado Augias, Alessandro Barbero, Massimo Gramellini, l'arrivo di Saviano, Gratteri. Offriamo una televisione viva, percepita come libera. In un contesto televisivo complesso come quello italiano, il pubblico lo apprezza, ed è questo ciò che conta.

I risultati dell'ultima stagione sono stati impensabili, dal boom di Floris dopo il referendum alla forza di Gruber. Qual è stato, secondo Lei, il fattore di accelerazione che vi ha portato a questi livelli?

Il mondo sta vivendo una fase storico-politica complessa a cui non eravamo abituati, tra guerre vicine e stravolgimenti geopolitici. Una fetta importante di pubblico cerca strumenti per comprendere il presente. Anche un programma come quello di Aldo Cazzullo, pur non parlando di stretta attualità, aiuta a capire come è fatto il mondo di oggi e come sarà quello di domani. In un panorama televisivo frammentato tra OTT, TikTok e YouTube, la chiave del successo è rimanere coerenti e riconoscibili. Bisogna avere un suono distintivo e chiaro nel frastuono dell'informazione, altrimenti diventa tutto una grande pappa. È come se De Gregori facesse un album di canzoni napoletane:  non credo funzionerebbe. Inoltre, avere una direzione di rete, cosa che quasi nessun canale ha più, e una catena di comando corta con l'editore permette di fare scelte rapide e verticali, come chiudere l'accordo per la serie M il pomeriggio prima della presentazione dei palinsesti.

Aldo Cazzullo, Simona Ercolani e Andrea Salerno
Aldo Cazzullo, Simona Ercolani e Andrea Salerno

Questa visione sembra l'esatto opposto di ciò che la Rai non riesce più a fare come servizio pubblico. Ritiene che la sua sia un'azione speculare rispetto a ciò che il servizio pubblico ha smarrito?

Il servizio pubblico ha smarrito le sue coordinate tempo fa e spero che le ritrovi, perché tutti teniamo a una Rai forte. Io ci ho lavorato per più di dieci anni e abbiamo fatto cose di grande valore. Quasi tutti i conduttori di prima serata di La7, comprese Lilli Gruber e Enrico Mentana, hanno radici in Rai e siamo grati alla Rai del passato per averci dato quelle opportunità. L'identità è tutto: se la smarrisci, sparisci rapidamente perché oggi i cambiamenti sono velocissimi.

Il tema è ormai antico, ma come vede il rapporto con piattaforme come TikTok? Pensa che la TV generalista debba contrastarle o che sia possibile una convivenza?

I giovani guardano meno la TV generalista, ma su TikTok spesso fruiscono di spezzoni di programmi televisivi senza sapere da dove provengano. TikTok fa una concorrenza un po' sleale sui diritti, ed è un tema gigantesco. Ma la produzione di contenuti non cambierà mai; il problema è capire dove e come proporli. In autunno lanceremo la piattaforma La7 Play, un sistema digitale nuovo e potente per valorizzare la nostra library e proporre contenuti originali. Bisogna essere ovunque mantenendo però il proprio colore, il proprio suono e la qualità dei contenuti.

Settimane fa l'AD della Rai Rossi ha risposta a una frase di Mentana che definiva La7 "la vera anti-Meloni" per rivendicarlo come un successo della Rai. Lei cosa ha pensato? 

Non ho pensato nulla, ognuno dice ciò che vuole. Sono qui dal 2017 e siamo passati attraverso i governi Gentiloni, Conte, Draghi e Meloni: non abbiamo mai fatto sconti a nessuno e si sono lamentati tutti. Un giorno ci danno dei renziani, il giorno dopo, se la Gruber intervista Vannacci, diventiamo la TV di Vannacci. Noi facciamo solo domande con ottimi professionisti. Anzi, vorrei che la politica tornasse a confrontarsi davvero in TV. Ospiterei subito un confronto Schlein-Meloni, perché i cittadini si appassionerebbero di più ai temi e tornerebbero a votare.

Cosa risponde a chi definisce La7 una rete di sinistra?

È un'etichetta che non condivido. Il DNA di La7 è chiaro. Se il giornalismo libero significa essere di sinistra, allora sarà così, ma io non la vedo in modo dogmatico. Ricordo il "massacro" critico che Propaganda Live, e prima Gazebo, ha fatto alla sinistra italiana. La7 non nasce da una spartizione politica, ma da una professionalità cristallina.

Lei è cresciuto professionalmente a Rai3. Da spettatore, riconosce lo "smantellamento" di cui si parla spesso negli ultimi tempi?

Più che di Rai3, vedo lo smantellamento della Rai in generale quando figure come Fabio Fazio se ne vanno altrove. E non è una questione di destra o di sinistra: la politica fa disastri ogni volta che decide di controllare la Rai anziché delegarne la gestione. Anche la sinistra in passato ha chiuso programmi. La politica dovrebbe chiedere alla Rai un servizio pubblico forte, delegando però persone capaci e intellettualmente libere. Finché si cerca solo il controllo politico, il sistema non funziona.

Urbano Cairo ha parlato del rinnovo di Enrico Mentana, spiegando che non può essere solo sulla parola. Lei riesce a immaginare La7 senza di lui?

Mentana era qui prima di me e spero ci sarà ancora dopo. Ho grande stima di Enrico, sta discutendo con l’editore e sarebbe bello se rimanesse. Cairo ha espresso pubblicamente la sua stima e il desiderio di confermarlo, la questione è nelle loro mani e nelle scelte personali di Enrico.

Il direttore del Tg La7 Enrico Mentana
Il direttore del Tg La7 Enrico Mentana

L'acquisizione dei diritti della serie M – Il figlio del secolo è un colpo interessante. Cairo ha sottolineato i motivi strettamente commerciali della scelta. Lei la considera una scelta anche politica?

È una scelta prettamente editoriale. Portare M sulla TV generalista è un'operazione importante. È la serie più costosa e ricca prodotta in Italia, con la regia di Joe Wright, attori come Luca Marinelli e grandi sceneggiatori come Stefano Bises, con cui ho un rapporto di vecchia amicizia. Conoscevo il progetto fin dall'inizio, avendo letto il romanzo di Antonio Scurati, e il mio sogno era portarlo su La7. Ben venga il dibattito che ne deriverà: non poter discutere sulle cose è avvilente. Offrire gratuitamente al pubblico generalista una serie vista finora solo sul satellite è un'opportunità. Discutere della propria storia è fondamentale per capire il presente. Ringrazio Mattia Camagni di Sky con cui abbiamo chiuso l'accordo, che spero porterà altre collaborazioni.

Avete accennato al fatto che costruirete degli eventi collaterali attorno alla serie. Conferma che l'idea è di coinvolgere Corrado Augias?

Avendo chiuso l'accordo solo ieri è tutto in fase di costruzione. L'idea che mi piace è affidare l'introduzione e la chiosa delle puntate ad Augias, magari con degli ospiti, trasmettendo due episodi a serata per quattro grandi appuntamenti. Avendo i diritti per tre anni, ci sarà tempo e modo di valorizzarla.

Nelle scorse ore ai palinsesti sono emersi i nomi di Myrta Merlino per un eventuale ritorno e di Barbara D'Urso per La7d. Ci sono margini concreti per queste operazioni o si tratta solo di fantatelevisione da conferenza stampa?

Al momento mi sembrano solo un pour parler, non sono operazioni vicine. Sono profili molto diversi: Myrta è stata con noi per anni, Barbara D'Urso non è mai stata a La7. Al momento non se n'è parlato.

Per il Suo futuro personale si pone dei limiti temporali rispetto all'impegno nella rete? Se arrivasse una chiamata dal servizio pubblico per una ricostruzione, risponderebbe presente?

Non mi immagino nulla. Quando ho iniziato non pensavo di restare così a lungo, poi il lavoro è diventato appassionante. Guidare la rete durante il Covid è stato duro ma formativo. Qui mi trovo benissimo, sono in totale sintonia con l'editore che ringrazierò sempre. Quanto alla Rai, le campane del servizio pubblico hanno suonato spesso a vuoto (ride, ndr). Io sto bene dove sto: finché si può fare una televisione buona e libera come questa, il posto migliore è La7.

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