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Federico Quaranta racconta a Fanpage l’aggressione: “Ho reagito d’istinto, volevano l’orologio che fu di mio padre”

Federico Quaranta racconta a Fanpage.it l’aggressione a Milano: “Volevano l’orologio che fu di mio padre, ho reagito d’istinto. Sono ragazzi perduti, vittime del nichilismo”. Poi la sua stagione in Rai tra Vista Mare, pronto a partire e Il Provinciale.
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"Sto bene, paura e dolore passano rapidi, quello che resta è il pensiero". Federico Quaranta risponde così, a Fanpage.it, sull'aggressione subita a Milano intorno alle 19.30, nei pressi della stazione, in zona via Benedetto Marcello. Tre ragazzi volevano l'orologio del padre, un Omega a cui è legato per la storia che porta con sé, non per il prezzo. Lui ha reagito d'istinto, qualcuno si è avvicinato e i tre sono scappati.

Ma il conduttore genovese non si ferma al fatto di cronaca. In questa conversazione allarga il campo: dagli occhi di quei ragazzi "senza identità" alla frattura di una città che rischia di smettere di essere comunità, fino a un mestiere che negli anni lo ha portato dall'altra parte dell'Italia, quella dei borghi e delle botteghe. Perché Quaranta – tra Vista Mare che riparte su Rai 1 il 19 luglio, Il Provinciale in access prime time su Rai 3 dal 7 settembre e Linea Verde – è diventato uno dei volti della linea Rai sul racconto del territorio. Gli abbiamo chiesto dell'aggressione, delle periferie e della "narra-nazione" targata viale Mazzini.

Federico, partiamo da quello che è successo. Ci ricostruisci la vicenda e, soprattutto, come stai adesso?

Sto bene, paura e dolore passano rapidi, quello che resta è il pensiero. È successo tutto in pochi secondi. Alle 19.30 circa, nei pressi di via Benedetto Marcello, a due isolati dalla stazione. Tre ragazzi volevano l'orologio che fu di mio padre. Un Omega che per me valeva il tempo che ha attraversato, non il suo prezzo. Hanno cercato di strapparmelo, desideravano anche le mie borse. Io ho reagito, alcune persone si sono avvicinate e loro sono scappati. La cosa che mi ha colpito di più, però, non è stata la violenza. È stato lo sguardo. Ragazzi perduti, ma con una rabbia enorme, sproporzionata, una mancanza totale di valori e vittime del nichilismo. Anime senza identità, senza alcuna dignità, schiave di orrendi stereotipi. Vuote nell'essere ricoperte di brand per apparire.

Hai scritto di aver reagito. A mente fredda, è stato un errore o rifaresti la stessa cosa? Cosa ti è passato per la testa in quel secondo?

Razionalmente direi a chiunque di non reagire. Io, però, non ho avuto il tempo di essere razionale. Ho avuto una reazione istintiva. Quell'orologio era di mio padre. Non rappresentava un bene materiale. Rappresentava una parte della mia storia. Lo rifarei? Spero di non dovermelo più chiedere. Perché quando accadono certe cose non scegli davvero. Reagisce la parte più profonda di te. Poi arriva la ragione, che spesso è molto più intelligente dell'istinto.

Milano è una città insicura?

Milano resta una città straordinaria. Sarebbe ingiusto definirla soltanto attraverso la cronaca nera. Però sarebbe altrettanto sbagliato negare che esista un problema. Il punto è capire quale. Se riduciamo tutto alla sicurezza, ai controlli e alle telecamere, raccontiamo solo l'ultimo fotogramma del film. Io continuo a pensare che il problema sia precedente. Quando una parte della società cresce senza sentirsi parte della società, la città smette lentamente di essere una comunità e diventa una somma di mondi che si incrociano senza riconoscersi e spesso si scontrano. E allora cresce la tensione sociale e la paura. Ma cresce anche la rabbia.

Tu racconti l'Italia bella, quella dei borghi e dei mestieri antichi. Cosa ha da dire, quella tv lì, alle periferie e alla "rabbia sociale" che hai descritto?

Ha moltissimo da dire. Perché io non ho mai raccontato i borghi come cartoline. Li racconto come luoghi dove esiste ancora una parola quasi dimenticata: comunità. Dove il fornaio conosce il nome di chi entra. Dove il falegname sa per chi sta costruendo un tavolo. Dove esistono ancora relazioni prima ancora che servizi. Non è nostalgia. È antropologia. Le periferie non hanno bisogno di essere compatite. Hanno bisogno di essere ricucite. Perché la povertà economica è un problema. Ma quella relazionale, quella educativa e quella culturale, spesso è ancora più devastante.

Vista Mare. Ormai sei un veterano del programma che torna, insieme a Diletta Acanfora. Cosa dobbiamo aspettarci?

Con Vista Mare continuo a fare quello che mi piace fare da sempre. Usare un paesaggio per raccontare le persone. Il mare, in fondo, è soltanto l'inizio del racconto. Poi arrivano i pescatori, gli artigiani, i cuochi, gli archeologi, gli scienziati, chi vive quei luoghi ogni giorno. Con Diletta si è creato un equilibrio molto naturale. Credo che il pubblico lo percepisca. E questo, in televisione, vale tantissimo.

Federico Quaranta e Diletta Acanfora in "Vista Mare".
Federico Quaranta e Diletta Acanfora in "Vista Mare".

Ad Ancona la Rai ha presentato una stagione all'insegna della "narra-nazione". Tu, tra Vista Mare, Linea Verde e Il Provinciale, ne sei uno dei volti simbolo. Ti sta comodo o ti sta stretto?

Mi sta comoda una sola cosa. L'idea che il servizio pubblico debba raccontare il Paese. Se poi qualcuno decide di chiamarlo "narra-nazione", a me va bene. Io continuo a fare quello che ho sempre fatto. Cerco storie. È conoscere la propria terra. Perché si difende soltanto ciò che si conosce. E si ama soltanto ciò che si è imparato a guardare davvero.

Il Provinciale torna dal 7 settembre in access prime time su Rai 3. È una scommessa quasi temeraria. Quali sono le aspettative?

L'access prime time è uno degli spazi più competitivi della televisione. Lo sappiamo tutti. Per questo la vivo come una sfida bellissima. Per anni abbiamo raccontato un'Italia che spesso non trovava spazio nei grandi racconti televisivi. Ora quella stessa narrazione entra nella fascia più importante della giornata. Io non penso agli ascolti come a un'ossessione. Penso alla responsabilità. Se anche una sola persona, guardando Il Provinciale, decidesse di fermarsi in un piccolo paese invece di attraversarlo soltanto, di entrare in una bottega, di ascoltare un anziano, di capire una tradizione, allora avremmo già fatto qualcosa di utile. Perché il futuro dell'Italia, ne sono convinto, non si costruisce soltanto nelle metropoli. Si costruisce anche nei luoghi che abbiamo smesso di guardare e vivere.

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