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Cosma Brussani: “Gestisco ansia e dipendenza dal sesso, ho sofferto di un disturbo dissociativo”

Fanpage.it intervista Cosma Brussani, noto sui social per i suoi video in cui doppia ironicamente personaggi con voci diverse. In questa intervista il 38enne romano parla del suo disturbo dissociativo, della gestione di ansia e dipendenza dal sesso, e dell’importanza di chiedere aiuto, infrangendo ogni tabù.
A cura di Ilaria Costabile
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Ammettere le proprie fragilità non è cosa facile, non tutti siamo in grado di guardarci allo specchio e fare i conti con la nostra emotività, finendo spesso col sottovalutare l'importanza che il benessere psicologico ha nella vita di tutti i giorni. Ma qualcuno che riesce a farlo c'è e lo racconta anche in maniera onesta, schietta. Cosma Brussani, l'uomo delle voci, come spesso lo hanno definito, (con il suo Marcelo Que Belo è diventato anche un'icona gay) da quasi 500mila follower su Instagram, sa perfettamente cosa significa essere sopraffatti dallo spaesamento, dall'angoscia, sa cosa vuol dire trascurare la propria salute mentale per paura, per vergogna, ma sa anche cosa si prova a venirne fuori, ad ammettere a se stessi di aver bisogno di aiuto, in una società che ci vuole tutti indistintamente resistenti.

In un viaggio che parte dal suo exploit sui social al libro "Voglio tornare a casa" il 38enne romano si racconta, senza filtri, addentrandosi nei meandri del suo disturbo dissociativo, delle sue paure, ma anche delle sue consapevolezze che con il tempo si sono radicate in maniera sempre più forte.

Cosma, volto conosciuto sui social, ma in realtà nasci come attore, doppiatore, se vogliamo performer. 

Nasco come attore, ma ho abbandonato molto presto. La realtà dei fatti è che io andavo ai provini e i casting mi dicevano "Cosma, smettila di tatuarti, diventerà un limite", ma io continuavo. Poi, ad un certo punto, hanno smesso anche di procurarmi i provini. Ma confesso che non era un lavoro che mi entusiasmava.

E il tuo lavoro di oggi ti entusiasma?

Mi diverto, però c’è una difficoltà ad evolversi. Il libro è un esempio eclatante. Appena fai una cosa che si scosta da quello che fai di solito, la gente non apprezza. O sono davvero in pochi a farlo. Se nasco come il tipo che fa le voci, devo fare le voci fino alla morte, per questo ho pubblicato il libro su Amazon perché le case editrici si aspettavano che facessi il libro sulle voci.

Fonte Instagram
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Un po' riduttivo pensare che siamo solo quello che mostriamo agli altri, non credi?

In realtà lo capisco, questo mercato funziona così, i contenuti un po’ più profondi e complicati annoiano. C’è quella nicchia di persone che li segue perché ti vuole bene o perché è realmente interessata a quell’argomento, altrimenti il nulla.

Quindi i social per te sono diventati uno strumento per esprimerti?

È l’unica modalità che ho. Mi vergognavo talmente tanto di apparire per come sono che queste voci sono nate per nascondermi, sono diventate uno scudo. Sono io, dico quello che penso, ma non sono io perché "sto recitando". È un mezzo per comunicare che fino adesso ha funzionato molto bene.

Da dove nasce questa esigenza comunicativa?

Volevo una mia dimensione. Sicuramente dietro c’è un bisogno d'approvazione o di stima fasulla, però normalmente non ci sarei riuscito. Pensavo non riuscirò mai a far interessare le persone a quello che faccio, quello che sono, perché neanche a me frega niente di quello che faccio e quello che sono. C'era bisogno di un misto di ironia, insieme al divertimento, perché mi diverto davvero tanto. Quando quello che fai è spontaneo, sincero, trasparente, funziona.

Con il tuo libro "Voglio tornare a casa" hai raccontato una parte di te inedita. Ci sono il dolore ma anche le tue consapevolezze. Quanto ti è costato emotivamente rielaborare questo vissuto e metterlo su carta?

Le persone mi dicono che sono coraggioso, ma non lo vedo questo coraggio. Questo libro l’ho vomitato, non è stata un’operazione commerciale, non c'è stato il bisogno di raccontare la mia esperienza, il motivo è solo aiutare le persone che stanno come sono stato io nei primi momenti. Sebbene abbia pianto ad ogni rilettura, perché sono andato a riaprire ferite sguazzandoci dentro, forse è stata la cosa più piacevole e soddisfacente che abbia mai fatto. Serviva, perché quando una persona vive questi episodi, soprattutto la dissociazione, pensa sempre di essere pazzo, si sente un alieno.

E tu cosa hai pensato alla comparsa delle prime manifestazioni di malessere?

Quando ho avuto il primo sintomo, anche se poi il primissimo l’ho avuto a 11 anni, avevo 20 anni. Mi trovavo davanti casa mia e non la riconoscevo, ho pensato di avere un tumore al cervello, non poteva esserci altra spiegazione. Per questo ho ritenuto fosse utile una sorta di manuale, l’ho scritto per rassicurare le persone, per dire "questa cosa è normale, esiste, ha un nome e ne soffrono milioni di individui". La cosa più terribile, infatti, è sentirsi isolato e completamente perso. È devastante.

Se dovessi spiegare ad una persona che si trova davanti ad un disturbo dissociativo, senza sapere di cosa si tratta, come lo descriveresti? Cosa senti, quali sono le tue sensazioni?

Ogni sintomo è iper soggettivo, ne ho sentite di ogni, gente che non capisce più l'italiano, che si guarda in terza persona da fuori, che vede veramente i mostri. Io ci sono andato vicino. Inizia tutto con una sensazione di dejavù, il mio cervello viene bombardato da immagini sconnesse, una dietro l’altra, senza alcun senso, e io non so capire se sono pezzi di sogni, ricordi reali, cose che sto inventando, mi sento spaesato, come se stessi entrando in un incubo, con una sensazione di oppressione, di morte imminente. E questo è, è un incubo ad occhi aperti.

Quindi era come se ogni volta uscissi fuori da te stesso.

La dissociazione ti stacca dalla realtà, non in modo positivo e purtroppo è un meccanismo del cervello che ha una sua utilità. Spesso si verifica anche in chi ha subito abusi, cosa che fortunatamente non mi riguarda, perché i traumi vissuti nell’infanzia sono talmente forti, talmente impossibili da metabolizzare, che il cervello per venirti incontro e aiutarti prende la tua mente e la manda da un’altra parte. Così le emozioni negative non ti penetrano. Purtroppo funziona un po’ troppo bene.

E hai capito perché si sono verificati questi episodi?

Quando il cervello innesca un meccanismo lo registra e lo ripropone all'infinito, anche se a te quella cosa non serve più. Sono sempre stato ipersensibile, quindi nel mio caso, ogni volta che qualcosa tocca o sfiora minimamente un determinato tasto dolente, si innesca la dissociazione. Ed è così che esci con gli amici, sei in famiglia, vai al parco, inizi a viaggiare e ricomincia l’incubo. Devi rieducare la mente, facendogli capire che quel meccanismo non ti serve più, però bisogna capire che il cervello non lavora mai contro di te, ma lo fa in maniera disfunzionale.

Dopo l'episodio di dissociazione più forte, quando ancora non sapevi cosa fosse, hai deciso di andare in terapia. In che modo ti ha aiutato a sradicare questi automatismi, a controllarli?

La terapia è essenziale, non sarei mai potuto giungere a tali conclusioni senza. Sono andato in terapia due volte, la prima a vent’anni, quando ho avuto i sintomi a cui è seguita l’ansia cronica, gli attacchi di panico, ma la prima psicoterapeuta non mi ha parlato di un disturbo dissociativo. Mi ha insegnato a tenere a bada questi stati di agitazione. Ma l’ansia è lo starnuto di una polmonite, se ti soffi il naso non curi il vero problema che c’è nell’organismo. Dopo altre conseguenze del problema, tra le quali una dipendenza dal sesso che è stata devastante, mi si è presentata un'ansia letale, 24 ore su 24, e sono tornato in terapia. Ho cambiato terapeuta e lei mi ha parlato del disturbo dissociativo. Lì mi è stato detto che avrei dovuto rieducare il cervello, fargli capire che questo meccanismo di difesa non mi serviva più.

Quanto tempo c'è voluto per trovare un centro, un equilibrio?

Molto e ancora non è finita. La terapia è fondamentale per capire la radice. L’ansia, la dissociazione non vengono contro di te, il cervello le mette in moto per dirti che c’è qualcosa che non va che devi risolvere o c’è qualcosa che non stai facendo e che va fatta. Ho letto una cosa interessante, che l’attacco di panico è un insieme di vita repressa che esplode, proprio perché la tua mente non ne può più del tuo reprimerla, del tuo evitare, anche l’evitamento è una cosa classica dell’ansia. Ma il punto, qui, è un altro.

Ovvero?

Il discorso fondamentale è quello delle parti. La parte infantile è essenziale in queste dinamiche, perché anche se metaforicamente, c’è davvero un bambino dentro di noi che vuole delle cose e spinge per averle, rispetto all’adulto che vuole l’opposto. È lui che fa comparire l’ansia e i sintomi, per impedirti di esporti al mondo perché ha paura. L’ansia non andrebbe ignorata e repressa, l’ansia va accolta, va ascoltata, anche se è difficile.

È da qui che parte l'abitudine di nascondere i propri stati d'animo, ignorarli fa pensare che non esistano. Ma non è così. 

Sì, inizia tutto con un’opinione negativa che costruisci dentro di te, da quella ne nascono mille altre che non possono prescindere da quella iniziale. È tutto un faccio schifo, sono brutto, sono sbagliato, sono diverso e via dicendo.

Dicevi che l'attacco di panico e anche l'ansia sono il segnale di un qualcosa che si è voluto rimuovere. Cos'è che hai voluto reprimere, anche inconsciamente, di te stesso?

Ho un aneddoto molto chiaro a riguardo. Ero con la mia terapeuta e le raccontavo dei miei sintomi fasulli, perché per molte persone l’ansia fa emergere sintomi non reali, purché ti costringano a stare a casa ed evitare il mondo. Non riuscivo a viaggiare ero limitatissimo e parlando dell'areo, lei mi chiese se avessi paura della morte. Le dico di sì, che temevo di stare male, di morire e lei mi disse: "Credo che tu abbia molta più paura della vita". Ho represso la vita in ogni sua forma, adesso ci sto anche ricascando, ma sarei vissuto confinato in casa, perché l’ansia ti mangia, più eviti di esporti a qualsiasi cosa, più il perimetro si restringe.

Tra l'altro è un fenomeno che dopo la pandemia è sempre più frequente tra i ragazzi, non vogliono uscire, trovano nelle quattro mura domestiche l'unico mondo accettabile.

La pandemia ha peggiorato a livelli terrificanti tutto questo. Se a me fosse successo da adolescente, non so come ne sarei uscito. Con tutto questo bombardamento di odio, di nulla, di vuoto, di applaudire il niente.

Ma d'altronde il contesto in cui viviamo, che spesso impone dei modelli, non può non influenzare il nostro benessere psicologico. 

Assolutamente sì, soprattutto per gli adolescenti. Ad esempio io, essendo molto sensibile e non avendo una mente adulta e razionale, associavo la sensibilità alla debolezza e questa cosa andava nascosta, non a caso mi sono tatuato metà corpo per creare questa apparenza fasulla di aggressività, per farmi scudo. Poi capisci troppo tardi che essere sensibili è una ricchezza sconfinata, che va coltivata e non nascosta, solamente che a quell’età questi meccanismi sono letali. Ero anonimo, una persona totalmente insignificante, pur di non sembrare sbagliato e diverso stavo zitto, non parlavo, non avevo opinioni.

Fonte Instagram
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Nel libro dici "Che vergogna essere così schifosamente deboli", quando hai accettato e hai imparato ad accogliere davvero le tue fragilità?

Ritorna il discorso della parte infantile, perché lì è racchiusa la sensibilità, quel mondo di innocenza, di debolezza positiva che è vulnerabilità. Quando smetti di combatterla e la accogli, tiri fuori una forza che non avevi idea di possedere. Chi soffre di disturbi d'ansia, panico li combatte e riesce a vincerli, conquista una forza smisurata e anche un’autostima incrollabile. Può sembrare banale, ma abbracciando quello che si è realmente si scopre di avere un potere enorme, ed è una cosa che non si cancella più, cementi una stima nei tuoi confronti che non può più scomparire.

Quando hai iniziato a parlare del tuo malessere, hai temuto che gli altri nutrissero dei pregiudizi nei tuoi confronti?

Più che il pregiudizio degli altri, è sempre quello che tu hai verso te stesso che ti limita. Il problema è che la gente non può capire queste cose se non le prova, non perché siano stupidi, ma perché sono cose talmente eteree. Mi sono sentito dire 90mila volte le stesse frasi "sei bello, sei bravo, non ti manca niente, non devi stare male", non riescono a capire l’incubo, è una cosa surreale, un film dell’orrore che si materializza. Il punto è come ti senti tu, se sei fortunato e trovi persone che ti ascoltano, ti sentirai sempre la persona nel gruppo che è malata, che non può andare alle feste perché gli viene l'ansia, alcuni pensano che menti, dissimuli. Ma parlarne, ad ogni modo, esorcizza, il demone perde potenza.

Ci sono stati dei momenti in cui ti sei identificato col tuo malessere, pensando "io sono quella roba lì"?

Volendo o no all’inizio lo fai, credo che sia un passaggio automatico, sono quello del gruppo che sta male, sono quello che non può fare niente, poi questa diventa quasi una particolarità, vieni visto come quello che ha il disturbo dissociativo, però più la esponi, meglio è. Mi sono identificato, ma tuttora mi identifico spesso, mi è capitato anche di rimorchiare parlando di queste cose (ride ndr.)

E come funziona il rimorchio in questo caso? 

Parlare di queste cose ad una persona fa capire che hai una sensibilità e un’intelligenza emotiva e può renderti interessante. Se il tema finisce nella conversazione mi guardano con altri occhi, non voglio fare pena, non ne parlo come la vittima che ha subito un dramma, ma per dire che ho vissuto cose che mi hanno fatto crescere, quindi ho una maturità emotiva e sono uomo. Questo può essere attraente.

Cosa significa per te stare bene?

Stare bene significa non essere vittima di questi limiti enormi, quasi non uscivo di casa. Non posso dire di essere fuori da tutti i meccanismi patologici, perché oltre ad essere una persona molto pigra, non appena sto bene smetto di impegnarmi, mentre è fondamentale continuare ad esporsi alle paure. Questa è la regola: più ti esponi alle cose che ti danno l’ansia, più l’ansia si indebolisce fino a sparire. Sto bene nel senso che non dissocio più, se c’è un’avvisaglia dura mezzo secondo e poi basta finisce lì.

Cosa temevi di più?

Avevo il terrore di viaggiare, l’ignoto, la perdita di controllo era impensabile. Mi sono sforzato, ho fatto viaggi, preso treni, aerei, finché realmente il cervello ha registrato il fatto che non ci fosse una vera minaccia. Un'altra sfera in cui ho un grosso problema è legata alle donne, non mi espongo con le donne, preferirei fare un viaggio in areo di 36 ore, piuttosto che parlare con una sconosciuta sotto casa mia, mi devasta.

Hai un problema a rapportarti con le donne, ma hai una dipendenza dal sesso. Non sono due cose che vanno in controtendenza?

Eh no, perché grazie a Dio esiste Instagram, Tinder, Bumble qualsiasi cosa. Sfruttando il mio essere semi conosciuto, se ti scrivo e mi stimi, perché già sai chi sono, ti chiedo di uscire e mi dici sì, allora ho già la conferma che mi serve e dal vivo sono rilassatissimo. Ma se  sono in palestra vedo una ragazza che potrebbe piacermi, non mi avvicinerò mai. Si innescherebbe il terrore della vergogna, dell’umiliazione, della derisione, dell’essere brutto, la dismorfofobia, quindi io dipendo dall’unica cosa che temo più di ogni altra, perché le donne per me sono la vita, ma purtroppo io non riesco ad avvicinarmi. Non ce la faccio.

Definisci meglio il termine "dipendente". 

Poco prima di tornare in terapia è stata una cosa malata, la terapeuta mi ha insegnato ad uscire da questa dipendenza. Il sesso mi interessava collateralmente, quello che cercavo era una parvenza di affetto. Avere una compagnia e stare attaccato ad una sconosciuta, anche se il giorno dopo non l’avrei mai più rivista, era un contatto fisico con una persona. Quando sono solo e sento il vuoto, ho imparato a non cercare le donne, a vivere il vuoto, la solitudine, a soffrire. Una volta compreso che non muori e puoi sopravvivere, riuscirai a distinguere il fatto di dover fare sesso con le persone per riempimento, dal piacere di farlo con una persona che realmente ti interessa.

Molti pensano di potersi "salvare da soli", cosa senti di voler dire a chi non vuole cedere all'idea di farsi aiutare?

Mi è capitato di parlare con persone che sono assolutamente contrarie, che stanno male e non vogliono saperne di andare da uno psicologo. Ognuno ha i suoi tempi e i suoi modi, ma questi malesseri non si possono comprendere razionalmente da soli, ci vuole una guida che ti porti per mano nei meandri del tuo inconscio. La vergogna di chiedere aiuto è stupida, l’orgoglio in questo campo non ha senso, sono stato sempre felice di iniziare terapie perché non vedevo l’ora di stare bene. Posso assicurare alle persone che soffrono di questi disturbi che c’è una soluzione, si può fare, però l’aiuto è essenziale.

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