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Agamennone come Trump: l’Odissea di Nolan trasforma Troia in un atto d’accusa contro la guerra

Le discussioni sull’adattamento all’opera di Omero o sull’estetica garantita dalle telecamere IMAX rischiano di lasciare in secondo piano la provocazione radicale del film: mettere in discussione il racconto con cui l’Occidente ha costruito la propria identità in chiave antibellicista. Il cavallo di Troia smette così di essere un colpo di genio e diventa il primo compromesso con un potere disposto a tutto pur di vincere. In fondo, a ben vedere, che differenze ci sono fra Trump e Agamennone?
Foto generata con AI
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Per settimane si continuerà a discutere se Christopher Nolan abbia tradito Omero, sacrificato la spettacolarità alla riflessione o l'IMAX sia l'unico modo per vedere l’Odissea. Eppure, a scavare un po’ più a fondo, il punto del film sembra essere altrove. La vera operazione di Nolan non è di ricostruire il mito di Troia, ma di ribaltarlo. Per secoli l'inganno del cavallo è stato raccontato come il colpo di genio che fonda la superiorità dell'Occidente: l'intelligenza che sconfigge la forza, la civiltà che prevale sui barbari. Nella sua pellicola, invece, quello stesso gesto diventa una ferita. Il peccato originale da cui tutto discende.

L'Ulisse di Nolan non appare come un eroe soddisfatto della propria astuzia. È un uomo che inizia a chiedersi se la sua intelligenza non sia stata messa al servizio di un potere incapace di produrre pace, ma perfettamente in grado di perpetuare se stesso. Non è un caso che il film torni più volte sull'idea di aver agito «contro la legge di Zeus». Non è soltanto un riferimento religioso: è il momento in cui Ulisse comprende che la sua astuzia è servita a violare un ordine morale superiore. Il cavallo di Troia smette così di essere un colpo di genio e diventa il primo compromesso con un potere disposto a tutto pur di vincere. È questo lo spostamento decisivo: non cambia il mito, cambia il modo in cui siamo invitati a guardarlo.

Agamennone, mai identificabile, smette di essere un re dell'età del bronzo per trasformarsi nella rappresentazione eterna del potere. Non importa come sia vestito o quale volto abbia, potrebbe appartenere a qualsiasi epoca storica. Da Donald Trump a Vladimir Putin fino a Xi Jinping, la domanda resta identica: quante persone continuano a mettere il proprio ingegno al servizio di meccanismi che promettono sicurezza, e quindi pace, ma invece consegnano alle persone nuove guerre? Per questo Agamennone non è più un personaggio storico e diventa un archetipo: ogni epoca ha il suo Agamennone e ogni Agamennone trova sempre qualcuno disposto a mettere il proprio ingegno al servizio del suo potere.

In questa prospettiva il cavallo di Troia non è un espediente utilizzato a fin di bene, ma una delle infinite giustificazioni costruite per legittimare un conflitto: le presunte armi chimiche di Saddam Hussein come casus belli per l'invasione dell'Iraq, gli attentati dell'11 settembre trasformati nella premessa per la guerra in Afghanistan, Gheddafi passato da interlocutore dell'Occidente a nemico da abbattere, fino ai più recenti bombardamenti di Trump sul programma nucleare iraniano. Storie e epoche diverse, la stessa dinamica: il potere costruisce un racconto per convincere i popoli che la guerra sia inevitabile.

Non è un caso che nel film i greci vengano definiti «i popoli del mare», una sorta di antesignani dei pirati, quando per secoli ci siamo identificati con loro come portatori di civiltà. Nolan ribalta il punto di vista: osservati da chi subisce l'invasione, non sono più gli eroi che fondano l'Occidente, ma conquistatori che impongono il proprio ordine. Persino l'assenza di Achille acquista un senso. L'eroe quasi immortale appartiene ancora al regno del mito. Ulisse, invece, è profondamente umano, sbaglia, dubita, si pente, è critico verso se stesso e la società. È lui il personaggio con cui Nolan parla al presente in chiave antibellicista.

Per questo le polemiche sull'aderenza filologica all’opera o sulla necessità dell'IMAX per notare ogni dettaglio sono feticismi (utili alla promozione, più che alla comprensione). La maggior parte del pubblico vedrà il film in una sala tradizionale, in streaming o, quando sarà, persino sullo schermo di uno smartphone, così come in pochi ricordano davvero, dopo gli studi scolastici, ogni sottigliezza di un’opera di 12mila versi dell’epoca (4-500 pagine odierne). E quello che resterà, se resterà qualcosa, non sarà un tramonto in più sullo sfondo o l’amarezza di un dialogo tagliato, ma l'idea scomoda che il mito con cui l'Occidente ha raccontato la propria nascita non è un trionfo da celebrare, ma una responsabilità da mettere in discussione.

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Giornalista, piacentino, inizia nella sua città con La Cronaca, passa a La Libertà e Radio Sound prima di "espatriare" dalla provincia grazie a Rolling Stone, Fanpage, Mowmag, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Linkiesta e altre testate. Se gli chiedono "che lavoro fai?" risponde: "Guardo, ascolto e scrivo. Tutti qui". È milanista, anche quando il Milan perde.
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