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Jerry Calà compie 75 anni: “Sono ancora un ragazzo. Fuori dai circoletti del cinema, i critici con me si sono scusati”

In questa intervista a Fanpage.it, Jerry Calà ripercorre i suoi 55 anni di carriera nel giorno in cui ne compie 75, parla dei ” circoletti” del cinema italiano, della sua rivincita e dei critici come Aldo Grasso che gli chiesero scusa. L’attore racconta perché rifiuta tutti i reality, difende la comicità degli anni Ottanta nell’epoca del “politicamente corretto”, rivendica l’amicizia con Mara Venier dopo il loro grande amore e svela il sogno di essere diretto al cinema dal figlio Johnny.
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Oggi, domenica 28 giugno, compie 75 anni. Jerry Calà guarda ai suoi 55 anni di carriera senza rimpianti e con una convinzione: "Sono sempre stato un cane sciolto". A Fanpage.it racconta di non aver mai avuto un agente cinematografico e attribuisce anche a questa scelta il fatto di essere rimasto fuori dai "circoli e circoletti" del cinema italiano. Ma ricorda con orgoglio la rivincita conquistata con “Diario di un vizio” di Marco Ferreri, quando al Festival di Berlino ricevette gli applausi della critica che fino a quel momento lo aveva “bistrattato”.

Ci tiene poi a rivalutare anche una comicità che, secondo lui, oggi sarebbe molto più difficile realizzare: “Allora eravamo più liberi di scherzare su tutto”. E non rinnega neppure il tormentone “Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi”, che definisce “una gabbia trasformata in libertà”. Ci spiega inoltre perché ha sempre rifiutato i reality (“fa parte della mia linea editoriale”), ricorda con affetto Tommaso Labranca e racconta il rapporto con Mara Venier, “un grandissimo amore” che si è trasformato in “una meravigliosa amicizia”. Infine, guarda avanti: il sogno nel cassetto, oggi, è tornare al cinema diretto dal figlio Johnny.

Oggi festeggi 75 anni. Lascio a te il commento.

È un momento da dimenticare (ride). Ogni tanto mi chiedo se sia vero, e purtroppo è vero. Non me li sento ma ci sono. Soprattutto se mi volto indietro e penso a tutto quello che ho fatto e a tutte le persone che ho conosciuto. Vabbè dai, sono un ragazzo di 75 anni.

Infatti festeggerai anche i 55 anni di carriera. Come definiresti il tuo percorso artistico?

Mi sembra una parabola artistica abbastanza buona. In particolare perché ho raggiunto una linea costante, che secondo me, per una carriera lunga, è molto importante. A volte le parabole possono essere velocemente ascendenti e poi altrettanto discendenti. Invece io ho raggiunto una certa popolarità e negli anni, tra cinema, tv, musica e altri progetti vedo che la risposta del pubblico è sempre ottima, da sold out come dicono oggi. Posso dirmi più che soddisfatto.

Confermo che anche gli spettacoli musicali sono sempre sold out, ho assistito alcune volte al tuo show fisso nel piacentino, che ormai è diventato un appuntamento cult.

Al King Disco Club di Castel San Giovanni il 25 dicembre! Pensa che sono quasi 30 anni che facciamo quello spettacolo e non abbiamo mai sbagliato un colpo.

Dopo tutto quello che hai fatto, cosa è rimasto di quel bambino nato a Catania e poi costretto a trasferirsi prima a Milano e poi a Verona per il lavoro del padre?

Il fanciullino, come lo definiva il poeta Giovanni Pascoli, c’è sempre in me. Altrimenti non potrei continuare, alla mia età, a portare avanti questo lavoro. Ancora mi emoziono come un bambino e ancora mi diverto a giocare stando sul palco o sul set. La fortuna di fare questo lavoro è poter continuare a giocare a qualunque età. Quindi quel bambino è rimasto e spero che rimarrà sempre. Senza di lui credo che mi sarei già ritirato a vita privata da tempo.

A un certo punto ti sei iscritto a Lettere Antiche all'Università di Bologna, anche se poi hai mollato gli studi. In quel periodo i tuoi piani erano lontani dallo spettacolo?

Perché al liceo Classico le uniche materie dove andavo veramente bene erano greco e latino, in entrambe con la media dell’8. Poi andavo maluccio nelle altre, ma evidentemente c’era una predisposizione. Quando ci fu da scegliere un indirizzo universitario decisi per Lettere Antiche, forse pensavo, inconsciamente, che anche un professore ha una platea alla quale rivolgersi e per la quale esibisce nelle sue lezioni.

Hai detto: «La comicità nasce da una situazione tragica: uno cade su una buccia di banana e si fa male. A noi comici tocca la fatica di ribaltare la tragedia in commedia, la battuta per noi è un'ossessione. Forse è per questo che ci viene facile interpretare ruoli drammatici, abbiamo uno sforzo in meno da fare. Gli attori drammatici, invece, devono fare uno sforzo in più». Però i comici nel cinema d’autore sono sempre bistrattati.

Tutti i più bravi attori comici hanno dimostrato di essere anche dei fantastici attori drammatici. Lo sosteneva anche un maestro come Marco Ferreri, che mi scelse per un film premiato al Festival di Berlino. È una teoria che trova riscontro nel mondo del cinema.

Quel film era “Diario di un vizio”, che ti valse il Premio del Gotha della Critica italiana come miglior attore al Festival di Berlino nel 1993. Una rivincita?

Assolutamente sì, perché prima la critica non mi trattava benissimo quando uscivano le commedie. Entrare nel salone del Festival di Berlino e vedere tutti che mi applaudono, compreso il Gotha della Critica italiana, è stata una bellissima rivincita.

È vero che i critici italiani, tra i quali Lietta Tornabuoni e Aldo Grasso, ti hanno invitato a cena per scusarsi di come ti avevano giudicato fino ad allora?

È tutto vero! Quel premio è stata una sorpresa e in seguito ho ricevuto l’invito a cena dei critici, che ho trovato schierati a tavola, si sono alzati, mi hanno applaudito e chiesto scusa per avermi bistrattato nei precedenti film.

Premiato al taormina film fest
Premiato al taormina film fest

Un’altra sorpresa devono essere state le parole che ti risolse Werner Herzog, che hai raccontato così: Una delle mie più grandi soddisfazioni, quando un uomo mi ferma dicendomi: Un giorno potrai raccontare a tuo figlio di aver fatto un film così’. Poi si toglie il cappello e mi stringe la mano: Piacere, Werner Herzog”.

Una medaglia al valore artistico. All’inizio non sapevo chi fosse quel signore, poi si avvicinò l’ufficio stampa e mi spiegò che era Herzog. È stata una grandissima soddisfazione.

Dopo quel premio, però, non ti arrivano molte chiamate da registi impegnati, tanto che accetti di girare Abbronzatissimi 2 e Marco Ferreri ti dice: “L'attore è come una prostituta e deve accettare ogni ruolo indipendentemente dal genere”. Come mai?

Non so bene il perché, effettivamente mi aspettavo di svoltare verso il cinema drammatico o su ruoli diversi a quelli che avevo interpretato precedentemente. Non arrivando grandi offerte, così tornai nella commedia, salvo il bel ruolo che mi offrì Pupi Avati nel film Sposi, dove interpretato un presentatore fallito, molto dura come parte. Ma sai, il cinema è composto di circoli e circoletti chiusi, soprattutto nell’ambito del cinema d’autore.

Oggi, rispetto al passato, sono diversi gli attori che ammettono l’esistenza del cosiddetto “circoletto” nel cinema italiano. È stato il classico segreto di pulcinella?

Sì, infatti da qualche tempo è venuto fuori. Forse perché io non ho mai fatto parte di nessun circoletto, sono sempre stato un cane sciolto. A testimonianza di questo posso rivelare che non ho mai avuto un agente cinematografico, probabilmente anche per questo non ho avuto gli agganci giusti e mi sarei dovuto appoggiare a qualche agente importante. Ma è andata bene così. Credo che nel cinema farò ancora qualcosa, sto lavorando a progetti importanti.

Poi ci arriveremo. Intanto immagino sia una soddisfazione anche constatare che film allora considerati leggeri o di serie B, oggi sono diventati iconici e citati da tanti giovani, da “I fichissimi” a “Sapore di mare” fino a “Yuppies”.

È qualcosa di incredibile, e fa piacere, che dopo più di 40 anni i giovani oggi apprezzino ancora così tanto quelle pellicole. Qualche anno fa hanno persino premiato “Vacanze di Natale” al Festival di Venezia e lo hanno fatto uscire di nuovo al cinema, come “Sapore di mare”. Ho avuto la fortuna di partecipare a film che sono diventati dei cult. Forse perché i ragazzi di oggi un po’ continuano a trovarli in programmazione in televisione e un po’ capiscono che erano più divertenti delle commedie attuali, a me fanno ancora più ridere.

Cos’è che li rendeva così speciali?

È probabile che dipenda dal fatto che non esisteva il “politicamente corretto”, per cui noi potevamo essere più liberi di scherzare su tutto senza ritegno. Oggi la nuova sensibilità dice che non va più fatto. Cosa vuoi, ogni tempo ha i suoi modi di comportarsi e di ridere. Allora andava così, infatti nessuno innescava delle polemiche o si offendeva. Però fa pensare che, ancora oggi, quell’ironia faccia più ridere i giovani rispetto a quello che viene prodotto oggi. Paradossalmente in passato eravamo più trasgressivi, è questo che li diverte. Non a caso ai miei spettacoli musicali ritrovo ogni giorno ragazzi che sanno quelle battute a memoria.

Non ti sei fatto mancare neanche l’esperienza da regista. “Chicken Park” all'epoca divise pubblico e critica, mentre oggi è un altro film di culto, e con “Ragazzi della notte”, nonostante appena quaranta copie, l’incasso fu di quasi un miliardo di Lire.

Sì, poi ne ho fatti in tutto sei o sette di film da regista. Non hanno mai sbancato il botteghino, però sono delle pellicole carine. “Vita smeralda” è uno dei miei film migliori, che contiene anche una critica di costume. Sembra una storia leggera, ma non è così. Tanto è vero che, dopo pochi mesi dall’uscita del film, scoppiò il caso di Vallettopoli. A volte anche un comico può essere profetico. Ho sempre cercato di realizzare degli instant movies, cioè che fotografassero la realtà di volta in volta. In “Ragazzi della notte” andavo contro la demonizzazione delle discoteche, perché gli davano la colpa di ogni male, quando invece i problemi dei ragazzi non sorgono la notte ma cominciano all’alba e a partire dalla scuola.

Persino gli slogan a effetto che hai coniato sono diventati delle fotografie della società. In “Vita Smeralda” c'è una frase tormentone che sembra concepita da un filosofo esistenzialista: “L'estate non è una stagione, ma uno stato d'animo”.

È una frase con cui chiudo spesso i miei attuali spettacoli, e alla gente piace ancora molto. Oppure con un elogio della leggerezza. Dico: “Non è vero, come sostiene qualche intellettuale da strapazzo, che la leggerezza equivale alla superficialità. La leggerezza è la profondità della gioia”. Essere un po’ leggeri è un bisogno umano utile per staccare da tutti i problemi della quotidianità. Soprattutto oggi, con tutti questi problemi, ne servirebbe di più.

Oppure “Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!”. Ma hai mai pensato che questo tipo di tormentoni avrebbero potuto oscurare il resto della sua carriera?

Questi tormentoni sono una gabbia, ma a volte queste gabbie si trasformano in forme di libertà grazie alla popolarità. Proprio in questi giorni sono in rotazione in tutte le radio nazionali per mia pubblicità di una nota compagnia automobilistica che ha scelto di nuovo come slogan “Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!”. Cosa dovrei fare, dirgli di no? Io non rinnego niente di quello che ho creato, sono frasi che fanno parte della mia storia.

C’è invece qualcosa che hai sempre rifiutato, si tratta di talent e reality. Come mai?

Assolutamente, rifiutare quel tipo di format fa parte della mia “linea editoriale”. E non transigo. Me li hanno offerti tutti e li ho rifiutati tutti. Per un artista come me, che è convinto di avere una bella carriera alle spalle, sarebbe solo rischioso mettersi alla mercé, non soltanto del pubblico ma di quelli che poi sono pronti a sollevare critiche e polemiche pretestuose. Guardiamo a quello che succede ogni giorno sui social, per carità. Ne faccio a meno.

Per caso vedi in giro un erede di Jerry Calà?

Devo ammettere che di eredi con le mie caratteristiche al momento non ne vedo, ma spero che saltino fuori. Per ora non saprei che nomi farti.

Effettivamente hai una collezione di momenti topici davvero lunga. Come la foto con Silvio Berlusconi che canta, con te e Umberto Smaila ad accompagnarlo. Spesso è pubblicata per descrivere gli anni Ottanta e l’ascesa del Cavaliere.

È un’immagine giosa no? Mi sembra piuttosto simbolica degli anni Ottanta. In quel momento Berlusconi non era ancora in politica, ma solo il presidente di Fininvest, per cui amava, oltre che cantare, contornarsi degli artisti che lavoravano nelle sue reti. Gli piaceva giocare. vedo anch’io che spesso la ripropongono quella foto, mi fa tornare a quella leggerezza.

Su Silvio Berlusconi, che hai conosciuto bene, c’è un episodio che hai condiviso con lui che secondo te lo descrive meglio di tutto quello che viene di solito raccontato?

Ne avrei tantissimi, ma uno che, se ci ripenso, mi fa ancora morire dal ridere è quello di quando era presidente del consiglio. Nell’epoca in cui ero scapolone, una sera stavo passeggiando dalle parti di Piazza Navona a Roma con una ragazza molto bella, una modella. Mentre camminiamo, d’un tratto, vediamo un’auto blu che arriva a tutta velocità e poi frena bruscamente. Dall’auto scende Silvio che mi urla: “Wè Jerry, tu stai con le belle ragazze e io a lavorare?”. E intorno tutta la gente stupita che scoppia a ridere. Questo era Berlusconi.

C’è un dettaglio che mi ha incuriosito della tua autobiografia, “Una vita da libidine”, cioè che sia stata scritta con Tommaso Labranca, grande intellettuale anticonformista.

Per la morte di Tommaso Labranca ho provato grandissimo dispiacere. Mentre lavoravamo al libro non sapevo fosse malato, l’ho capito dopo. Quando è venuto a mancare mi ha addolorato tantissimo. Labranca era un intellettuale fantastico. È riuscito a tirarmi fuori tutto, anzi aggiungendo spessore all’ironia della mia vita. È un libro che amo proprio grazie a lui.

Jerry Calà e Mara Venier amici oggi
Jerry Calà e Mara Venier amici oggi

Invece su Mara Venier hai già raccontato tutto, come anche lei, del vostro matrimonio. Ma se dovessi tratteggiare il vostro rapporto parleresti più d’amore o di amicizia?

È stato un grandissimo amore e poi siamo stati bravi entrambi a trasformarlo in una meravigliosa amicizia. Secondo me rappresentiamo un raro esempio. Ci siamo riusciti con alcuni accorgimenti intelligenti, ora la nostra amicizia continua ed è stupenda.

Mara ricorda spesso le tue scappatelle dopo il matrimonio, ti fa sorridere ascoltarle o sono episodi che vorresti dimenticare?

Ma no, vedo che lei si diverte a raccontare quelle mie bravatine e quindi mi diverto anch’io. Avevo 30 anni, ero un’altra persona. Non c’è assolutamente nessun problema.

Con il figlio Johnny
Con il figlio Johnny

Prima dicevi che stai lavorando per tornare ai film con un progetto importante. Per caso c’è di mezzo tuo figlio Johnny, che si è laureato in cinema?

Sì, e in questo momento mio figlio sta crescendo molto. Ha già realizzato due documentari, tra poco un altro, ed è un regista attentissimo e appassionatissimo. Il mio sogno è di essere diretto quanto prima nel suo debutto cinematografico. Ci lavoriamo, staremo a vedere.

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