Lamberto Bava: “Fantaghirò amatissimo nell’Est Europa”. E sull’Inps: “Hanno chiesto soldi anche alle vedove”
C'è un'immagine che sembra racchiudere la storia del cinema italiano di genere: un bambino sotto il tavolo di una cucina, nel Dopoguerra, che ascolta il padre e il nonno parlare di obiettivi, trucchi ottici e invenzioni. Quel bambino è Lamberto Bava, il padre è Mario, il maestro del gotico italiano, e il nonno è Eugenio, pioniere degli effetti speciali all'Istituto Luce. Poi sono arrivati i set con Ruggero Deodato e Dario Argento, il successo mondiale di Dèmoni, la favola di Fantaghirò che ancora adesso ogni anno torna in tv, le convention in mezzo mondo dove i ragazzini con la maglietta “Demons” gli chiedono l'autografo.
Oggi, a 82 anni, dopo un trasloco che ha chiuso 50 anni di vita nella stessa casa, Bava guarda al cinema passato e presente senza nostalgia e senza sconti: la censura di allora e il politicamente corretto attuale, le serie streaming “fatte come a scuola” oltre che “ripetitive e inguardabili”, la paura in computer grafica “che non arriva”, fino alla battaglia passata inosservata di migliaia di lavoratori dello spettacolo con l'Inps.
Lei è figlio e nipote d'arte: suo nonno Eugenio e suo padre Mario hanno fatto la storia del cinema. È stato un pesa o un’opportunità?
Quando ho cominciato era un aspetto positivo, ma anche un handicap, perché sei sempre soggetto al giudizio. Potevano pensare: "Con un padre del genere, come può essere così incapace?". Almeno finché non ti costruisci una tua personalità, se ci riesci. Per questo nella mia vita, quando ho incontrato figli o nipoti di grandi, ho sempre cercato di dar loro una mano. Non è facile. Io non so perché, ma sono riuscito a tracciare la mia strada.
In casa vostra il cinema era vissuto più come arte o come lavoro?
Più che come arte o come lavoro, era vissuto come scoperta. Parliamo del Dopoguerra, io da sotto il tavolo della cucina sentivo mio padre e mio nonno parlare di cinema. Mio nonno era praticamente un inventore. Il primo “zoom”, all'Istituto Luce, l'aveva fatta lui, con una serie di carrelli che avvicinavano e allontanavano l’immagine. Erano dei pionieri.
Che padre è stato Mario Bava?
Mi faceva giocare a modo suo, mi dava dei grandi libri d'arte e mi faceva ricopiare tutti i quadri meravigliosi, quando da bambino magari avresti voluto leggere Topolino. Oppure prendeva la carta fotografica, la metteva al sole davanti a uno specchio, e dopo un po' l'ombra restava impressa sulla carta. Questi erano i giochi di casa Bava.
I suoi film quanto l’hanno influenzata?
Mio padre non è mai stato commerciale: faceva sempre pellicole che piacevano a lui, non pensava mai "devo fare un film che piaccia anche al pubblico". Era un pregio, ma anche un difetto. Io, diversamente da lui, a quello ho sempre pensato. E poi la critica non l'ha mai trattato bene, fino a pochi anni prima che morisse. Li tengo ancora certi articoli.
A lei invece com'è andata con la critica?
Ho usufruito del contrario della cattiveria che avevano riservato a mio padre. Quando ho fatto il mio primo film, Macabro, ho avuto critiche molto buone, qualcuno arrivò a paragonarlo filosoficamente a Bataille, che in seguito sono andato a leggermi. Poi, da Dèmoni in avanti, sono cominciate anche le critiche cattivelle, quelle che non ti fanno piacere. Si era già ribaltata l'idea sull'horror.
Crescere tra horror e fantasy segna anche la personalità di un bambino?
L'horror per me sono i film che mi fece vedere mio padre a 13-14 anni. Lui leggeva tutto e prima dei film mi passava da leggere sempre tante cose. Ho cominciato ad apprezzare l'horror, il fantasy, il thriller, la fantascienza per passione mia, più che per quello che mi ha spinto a fare lui. Forse l’unica conseguenza è che un film comico non riuscirei a farlo, anche se la risata ha dei tempi, come la paura. Se sbagli il tempo, non fai ridere e non fai paura.
Ha imparato il mestiere sul set. Cosa non si impara in una scuola di cinema?
Io sono un autodidatta, ho imparato andando sul set, non sono mai andato a scuola. A parte che c’era solo il Centro Sperimentale ai miei tempi. Poi ho insegnato in un paio di scuole, in particolare su come passare dalla scrittura all'immagine, che è l'aspetto più importante: hai una sceneggiatura in mano, come la visualizzi? Ha dei tempi e dei modi. Per me nel cinema gli elementi più importanti sono l'immagine e la musica. Le parole, meno ce ne sono e più sono contento. I film dove parlano tanto mi disturbano.
E ha attraversato anche una stagione che oggi sembra lontanissima: il cinema "cannibale" di Ruggero Deodato.
Rimpiango le serate insieme, perché Ruggero come amico era una persona incredibile. Sono stato aiuto regista in Ultimo mondo cannibale e su Cannibal Holocaust ho fatto una settimana. Però ecco, il mondo dei cannibali non è che mi abbia mai affascinato tanto.
Su quei film ci furono polemiche enormi, anche per l'uso degli animali.
Anche mentre giravamo. Io sono sempre stato un amico degli animali. Sono uno che se vede un cane malato per strada si ferma e cerca di portarlo dal veterinario, uno che evita di pestare le formiche. Ma lì in Malesia c'era un approccio diverso, faceva parte della cultura. Ricordo un ristorante dove si mangiavano tigri e serpenti. E un altro, dove io non sono mai andato, con le scimmie di cui mangiavano il cervello. A me queste cose facevano orrore. Però in Vietnam sono passato per una strada con le insegne al neon dei ristoranti di carne di cane. Oggi spero che certe cose non esistano più, ma può darsi che esistano ancora.
Da quell'esperienza nacque anche un suo film.
Blastfighter nacque leggendo un articolo del National Geographic: raccontava di ranger americani che ammazzavano gli animali per rivenderli agli asiatici. Mi colpì quell'idea e ne feci un film. Ma lì siamo già negli anni Ottanta.
Dagli anni Settanta a oggi c'è più censura e più politicamente corretto?
Per me è quasi il contrario, per certi versi. Per i miei film, allora, c'erano più divieti. Ricordo che con Dario Argento produttore andammo in commissione censura tre o quattro volte, nel corso degli anni, per cercare di far togliere il divieto ai 18 anni a un film, sennò non poteva passare in televisione. Il presidente della commissione ci disse: "Per portarlo ai 14, dai tagli da fare diventa un documentario". Mi veniva da ridere. Oggi la censura su certe cose è più blanda, ma c'è il timore delle critiche, dei social. Io comunque certi limiti li ho sempre avuti: nei film i bambini ci sono, ma non vengono seviziati. Non li ho mai usati per cose del genere.
Ultimamente ha detto: "Fanno più paura i morti di Gaza dei miei mostri".
Io la penso così. Lì parliamo di tanti bambini, anche se io non faccio differenza tra bambini e grandi. Ma i bambini dovrebbero crescere, perché devono morire? E forse è anche per questa violenza che vediamo ogni giorno sui cellulari e sui computer che l'horror ha un po' perso la sua forza. Abbiamo l'orrore davanti agli occhi tutti i giorni.
Che horror preferisce, da spettatore?
Sono sempre stato più amante dell'aldilà che dello splatter, anche se nei miei film ne ho fatto parecchio: i fantasmi, gli spiriti, gli spettri, gli "apporti" mi hanno sempre affascinato. Però oggi, al cinema, se non calchi la mano quasi non esci.
Ha mai avuto esperienze dirette con il soprannaturale?
Mai! So che c'era un mio zio, che non ho mai conosciuto, appassionato di queste cose come si usava tra Ottocento e primi del Novecento. A me è andata sempre bene, anzi le dico una che mi fa ridere. Una volta al mare, con amici, in una casa antica, qualcuno propone una seduta spiritica. Io ero di sopra e a un certo punto vedo passare il gatto: l'ho preso e l'ho lanciato sul tavolo. È stato l'unico "apporto" della serata, e ha terrorizzato tutti (ride, ndr).
Il suo primo film, Macabro, fu prodotto da Pupi Avati. Che persona è dietro al grande regista?
Una persona di grande intelligenza e di grande cultura. E soprattutto, nel suo cinema, è forse l'unico che ha coltivato un terrore, una paura strettamente italiana. I suoi film sono ambientati tra Bologna e la Romagna, dove uno pensa al prosciutto e al Lambrusco, non alla paura. Ha ribaltato un'immagine, e di questo gli do merito. Con Antonio Avati, che era stato mio secondo aiuto, avevamo anche scritto un paio di sceneggiature che poi non si sono mai fatte. Cambiando casa le ho ritrovate: quelle fatte e quelle non fatte. Sono in pareggio.
All'estero il suo cinema è celebrato forse più che in Italia.
Vado quattro, cinque, sei volte l'anno alle convention in tutto il mondo. L'anno scorso sono stato in Germania e due volte in Inghilterra: un mare di fan, più che da noi. E la cosa incredibile è che sono di tutte le età, molti giovanissimi, forse per i cofanetti in dvd. Vengono a farsi firmare le magliette con scritto "Demons". Nel 2014, a Fort Lauderdale, un'intera convention era dedicata ai Dèmoni. C'eravamo io, Claudio Simonetti, Sergio Stivaletti che aveva fatto gli effetti. E fa piacere anche il riconoscimento dei festival, a Sitges o a Locarno. In Italia invece ci sono solo piccoli festival.
Ha mai incontrato Quentin Tarantino, grande amante del cinema italiano?
Sì, qualche anno fa, era venuto a presentare un suo film e ci siamo incontrati. Mi ha raccontato a memoria il mio Blastfighter, che per lui era il mio film migliore. Sono rimasto di sasso: "Ma chi è questo che conosce così bene questo film?". E poi negli Stati Uniti ho conosciuto John Carpenter, che sapeva chi ero, e ho incontrato George Romero, che però non era già molto in forma, era amico di Dario Argento. Ancora oggi Tim Burton, nell'ultimo film, cita mio padre: "Andiamo a vedere un film di Mario Bava". È incredibile!
Oggi è diventato uno spettatore da piattaforme o va ancora in sala?
Vedo più film ai festival, perché lì trovi quello che sta uscendo. Da noi, soprattutto gli horror, escono al cinema e dopo cinque o sei giorni li hanno già tolti. Vai a guardare dove lo danno e non lo trovi più.
Le piattaforme?
Ne ho due o tre, ma cominciano a essere troppe. Qualcuna sparirà, visto che sono a pagamento. E torniamo al discorso della formazione: tutte queste serie, tranne quelle che fanno epoca, sono storie "fatte a scuola". Io che sono un tecnico, dopo la prima puntata so già come va avanti. Sono ripetitive e inguardabili, la qualità della maggior parte delle cose che guardi va sotto la suola delle scarpe. Mi piace invece la televisione generalista d'estate, trovi dei grandi film che hai visto trent'anni fa e puoi rivederli. Giorni fa ho rivisto Forrest Gump, l'avrò visto trenta volte, eppure ci sono film che alla trentunesima ti affascinano ancora, e poi arriverà la trentaduesima e la trentatreesima.
Il produttore Amedeo Pagani ci ha raccontato che Netflix gli mandò un vademecum per fare il film "di successo". È capitato anche a lei?
No, per fortuna non mi è capitato. Ma anch’io credo che sia sbagliato.
E dell'intelligenza artificiale e degli effetti digitali cosa pensa?
Per alcune cose va benissimo. Unire due inquadrature per avere dietro un ambiente dove non sei potuto andare, mi sta bene. Ma sulla paura ho i miei dubbi. La paura fatta in computer grafica difficilmente arriva e ti inchioda sulla sedia. Non ci credo, perché qualcosa di artificiale il cervello lo percepisce sempre. Gli attori "rifatti" con l'intelligenza artificiale li ho visti e il falso è evidente.
Una curiosità: come mai non ha diretto Dèmoni 3?
Perché Dèmoni 3 è diventato La Chiesa di Michele Soavi. Il produttore andò per le lunghe nel decidere di farlo, si perse un anno, quando dal primo al secondo film si era già in lavorazione con idee e persino le vendite. Avevo contratti firmati, dovevo fare altre cose.
Come mai l'Italia non sa valorizzare i propri maestri?
Una risposta l'ha data anche Dario Argento. I cicli sono cicli, e per varie ragioni possono finire. Il cinema di genere in Italia è finito quando è finito il Mifed, il Mercato internazionale del film e del documentario. I produttori italiani, a Milano, vendevano i film all'estero con una brochure contenente quattro righe di presentazione e i nomi di registi e attori. Quando il mercato mondiale si è spostato all'American Film Market di Los Angeles, quel business è morto e il cinema di genere in Italia si è affossato. E poi una volta, in qualsiasi genere, ci si salvava perché c'erano le idee, meno soldi e più voglia di realizzare qualcosa di originale. Anch'io ho fatto film con pochi soldi. Solo che i pochi soldi di allora, fino agli anni Novanta, non sono paragonabili ai budget attuali del cinema italiano.
Ci fa un esempio di budget low cost che le hanno offerto?
Con la scusa che non c'è più la pellicola, che puoi girare con la luce naturale e non più con quella artificiale, che non è la stessa cosa, e tutta un'altra serie di tagli, ti offrono budget per i quali ho dovuto dire di no. Parlo di 3-400mila euro. C'è anche gente che fa film con meno, ma non so poi dove li faccia vedere. Va molto il cinema amatoriale dedicato ai piccoli festival, ma che soddisfazione può darti se il tuo lavoro alla fine lo vedono trenta persone? Ci sono film che fanno il giro dei festival e per una serata ti puoi far chiamare regista, ma poi? Alcuni sono anche validi, perché l'idea ci può essere, ma senza il supporto di attori, giorni di ripresa e attrezzature non so davvero come possano competere sul mercato.
Il ministro Giuli ha tagliato i fondi pubblici al cinema parlando di sprechi.
Non è che al cinema "davi" dei soldi, perché i soldi ti tornavano maggiorati. Il cinema va, andava e andrà sempre sovvenzionato, almeno per far crescere dei giovani che diventeranno registi. Sennò è difficile. Meglio sovvenzionare il cinema che altre cose.
A proposito di soldi, c'è una vicenda che riguarda migliaia di lavoratori dello spettacolo e che l’ha coinvolta e ha per protagonista l’Inps.
Faccio parte di un gruppo di lavoratori dello spettacolo che l'Inps ha castigato: dopo dieci anni, e dopo che avevamo vinto delle cause, ci hanno ricalcolato le pensioni e abbiamo dovuto restituire grosse somme. Cornuti e mazziati. Parliamo di almeno tre-quattromila lavoratori: non solo registi o attori famosi, ma maestranze, montatori, truccatori, che ancora non sanno come restituire questi soldi. Hanno chiesto soldi indietro perfino a vedove di direttori della fotografia. Una cosa molto antipatica. Ci salverebbe solo una nuova legge, che è in programma, ma nessuno la farà mai: deve passare dalla finanziaria, e si figuri se mettono dei milioni per un gruppo di cineasti ottantenni o ultraottantenni. Non gliene importa niente. Come non gliene importa dei giovani, vedi i tagli di cui parlavamo.
Molti si stupiscono ancora che il regista di Dèmoni sia anche quello di Fantaghirò. Come nacque quell'avventura?
Ma in Fantaghirò ci sono molti elementi horror. Le favole che ti raccontavano da bambino avevano sempre l'orco o la strega, erano il primo rapporto dei bambini con la paura e con la cattiveria del mondo. Fa parte del mio mondo, anzi Fantaghirò l'ho voluta proprio pensando a questo. L'ho detto anche altre volte, il primo film che ho visto al cinema da piccolo credo sia stato Bambi, e mi hanno dovuto portare fuori in lacrime. Ho davvero pianto per ore quando la mamma di Bambi viene uccisa dai cacciatori. A quei tempi, nei film di Walt Disney, si ammazzavano le mamme dei cerbiatti. Oggi non credo lo farebbero più.
Fantaghirò intanto è diventato un evergreen.
Va in onda tutti gli anni. Quest'anno, il 31 dicembre, su Twentyseven hanno trasmesso tutti i Fantaghirò dalle 7 di sera alle 4 del mattino del primo gennaio. E c'è un pubblico. Mi capita spesso di trovare fan di Fantaghirò anche ai festival in Europa, soprattutto nei paesi dell'Est. In Repubblica Ceca, dove abbiamo girato molte puntate, è tra i programmi con l'audience, anche se è una parola orrenda, più alta che abbiano avuto.
Lamberto Bava ha ancora un sogno nel cassetto?
Guardi, la vedo dura alla mia età, anche per le patologie che uno si porta dietro negli anni. Però scrivere mi emoziona ancora: dare apporti, partecipare a sceneggiature, quello mi interessa sempre. Adesso, da qualche mese, scrivo poco. Ho appena cambiato casa dopo 50 anni e dal trasloco è venuto fuori un mondo che avevo dimenticato. Ho ritrovato oggetti, ricordi, tantissime immagini di famiglia. Ho tre figli e a loro non importa niente: "Questa era di nonno, ma io che ci faccio?", mi dicono. Dopo questo tuffo nel passato tornerò a scrivere.