Sanremo ha un problema gigantesco: lo show televisivo è sparito

Il Festival di Sanremo vive un momento di affanno. È un'asfissia che va oltre i numeri, travalica le statistiche ed entra nella sostanza. Una fatica che non è solo del palco, ma di tutti quelli che sono diventati spettatori fissi di una manifestazione che ormai si trascina in un successo assicurato dalla natura assoluta e incontrastabile dell'evento, indeciso su come reinventarsi. Più che una crisi, è una sazietà che sembra avere preso il sopravvento, come dopo un'abbuffata di meme che ci ha addomesticati a un modo interattivo di guardare il Festival, facendoci dimenticare cosa fosse prima di questa liberazione.
L'era d'oro di Amadeus, quando bastavano musica e meme
Per anni Sanremo è stato come un vecchio zio ingessato, sempre pronto a ripetere le stesse storie, con i suoi riti immodificabili, i suoi presentatori immobili nel tempo e la sua musica che pareva non aver più molto da dire. La stagione di Amadeus è coincisa con una ventata di freschezza, edizioni che hanno scosso il Festival, liberandolo definitivamente dalle ragnatele di un format troppo tradizionalista, in cui la musica pareva essere finita in fondo alle priorità a beneficio di una compensazione che era di proposta artistica: show televisivo, grandi ospiti internazionali. Amadeus, va sempre ricordato, portava a termine un lavoro di spicconamento e restauro iniziato da Conti e Baglioni. L'era digitale ha fatto il resto, travolgendo noi e pur Sanremo, in un crescendo di interazione social che ha dato alla manifestazione il respiro di cui sembrava aver bisogno.
Ma ora? Cosa succede adesso? Siamo arrivati al punto in cui quel respiro si è trasformato in un'iperventilazione, dove ogni anno è più difficile fare la differenza. Ci siamo abituati al meme, al “colpo di scena”. Il pubblico ha avuto la musica al centro ed è alla continua ricerca dell'imprevisto, l'effetto speciale. E allora il Festival è diventato il palcoscenico della ricerca affannosa del prossimo tormentone, un meccanismo che pare l'unico criterio di scrittura rimasto. Ma la verità è che più lo cerchiamo, il tormentone, meno lo troviamo. Perché se arriva spesso non basta, visto che ormai abbiamo il palato fine. Sorprenderci è difficile.
Ma la crisi non è colpa di Conti
In questo scenario, l'impostazione di Carlo Conti risulta una conseguenza, più che una causa. Il direttore artistico Pur avendo una grande esperienza, è sempre stato più orientato al pragmatismo, d'altronde la sua ossessione del "tempo" è forse il vero meme delle ultime due edizioni . Conti è un conduttore fortemente legato alla solidità del format, ama il palco, ma non è incline a slanci fantasiosi. La sua visione è quella di una “comfort zone” che funziona, ma che difetta in spregiudicatezza.
Attualmente Sanremo sembra vivere di rendita, più legato agli ascolti che alla ricerca di un nuovo linguaggio, una nuova narrazione. Funziona quando si fanno record, come lo scorso anno, non quando i numeri sono più timidi come in questa edizione. La verità è che Sanremo ha bisogno di un racconto. La stagione attuale chiede a chi lo guida di trovare qualcosa che non sia un ricorso all’anno precedente, ma una vera e propria evoluzione creativa.
La vera sfida di Sanremo ora è trovare un’idea che sia genuinamente innovativa. Il Festival è sempre stato un gioco di equilibri tra le sue componenti, musica e show televisivo. Gli ultimi anni ci hanno condotti a uno sbilanciamento legittimo verso il primo elemento, perché lo show si alimentava da solo sui nostri smartphone. Ora pare arrivato il momento di riequilibrare le cose.