
Annalisa ha aperto i David di Donatello 2026 con Bang Bang di Nancy Sinatra ed è sembrato che il cinema fosse da sempre casa sua. Padrona assoluta della scena.
Annalisa ha costruito qualcosa di raro: un'esibizione fa desiderare di andare oltre, di guardare la serata. Di desiderarla. Bang Bang è un pezzo che è già musica da film prima ancora di esserne associato a uno.
C'è tensione, c'è narrativa, c'è il gusto di un crescendo che finisce con naturalezza nel suo Esibizionista. La transizione non è stata un cambio di numero, è stata una progressione drammaturgica. Roba da vera performer.
Annalisa, su un palco davanti alla platea del cinema italiano, ha fatto in quattro minuti quello che certi film non riescono a fare in due ore: creare un'atmosfera, trascinarti dentro, farti dimenticare dove sei.
Absolute cinema. Nel senso letterale. Cinematografica come poche. L'unico problema è che quell'esibizione poi è finita. Ed entra Flavio Insinna. E con lui entra il registro delle cose che chi ha frequentato le cerimonie della Rai degli ultimi venti, trent'anni, conosce bene. La serata si allinea, si raddrizza, riprende la postura ufficiale.
Non è colpa di Insinna. È la natura della bestia. I David di Donatello sono una cerimonia di rappresentanza, con tutto ciò che comporta: discorsi, ringraziamenti, pause protocollari, il tono da evento pubblico che non può permettersi di sbagliare registro.
Il contrasto con quello che aveva aperto la serata, però, è stridente. Annalisa aveva alzato l'asticella a un'altezza in cui la serata non aveva alcuna intenzione di stare. E forse non poteva.
Resta la sequenza. Resta il fatto che per qualche minuto, in prima serata su Rai 1, qualcuno ha fatto qualcosa che sembrava cinema. In un programma che il cinema avrebbe dovuto celebrarlo, non il contrario.