L’attivista rapito Centrone: “Torturati in Libia, le Flotille continueranno finché Palestina sarà oppressa”

"Siamo molto stanchi, molto emozionati, provati, arrabbiati". Lo ha detto Domenico Centrone, attivista italiano della Flotilla di terra per Gaza che era stato arrestato in Libia a fine maggio e che solo ieri, 24 giugno, è tornato in Italia dopo la liberazione. Insieme a lui anche l'altra attivista italiana rapita, Leonarda Alberizia. In un video inviato a Fanpage.it per l'ultima puntata speciale di Scanner Live, che si è svolta al Monk di Roma, Centrone ha raccontato le prime sensazioni dopo il rientro a casa: "Tanta stanchezza", ma anche la rabbia di sapere che le istituzioni continuano a non intervenire per fermare l'oppressione del popolo palestinese.
"Fisicamente stiamo bene, psicologicamente siamo molto provati per quello che è successo", ha detto a Fanpage.it Centrone, tornato in Italia proprio nel giorno del suo compleanno. In Libia gli attivisti sono stati "isolati, per giorni non abbiamo avuto modo di poter parlare con nessuno, tantomeno con un console o con degli avvocati". Un atto che "psicologicamente può essere paragonato a tortura, sicuramente ci ha inflitto delle sofferenze molto grandi, per noi e anche per le persone che erano qui a casa, che lottavano per noi, che speravano per noi". Si tratta di "violazioni del diritto internazionale" che "non dimentichiamo".
"C'è anche tanta rabbia". Da una parte, è innegabile che le autorità italiane siano intervenute per facilitare la liberazione di Centrone e Alberizia, dopo un mese di prigionia: "Ne siamo consapevoli e ringraziamo per il lavoro diplomatico che c'è stato dietro la nostra liberazione, che è stato grande e incessante. Sappiamo che anche le istituzioni si sono adoperate per noi, però è importante chiarire un punto". Ovvero: "Noi siamo parte di un movimento" e "questo movimento esiste perché ci sono delle mancanze da parte delle istituzioni e da parte della politica".
Insomma, al di là del sollievo e della gioia per il ritorno in Italia resta il punto politico che ha spinto gli attivisti a unirsi alla Flotilla: "Noi cittadini e cittadine, noi parte del movimento, ci siamo adoperati, ci siamo uniti a questo convoglio perché volevamo sopperire a queste mancanze. Parliamo del non rispetto del diritto internazionale, specificamente dell'autodeterminazione del popolo palestinese".
La Flotilla di terra, che puntava a raggiungere Gaza a piedi ma è stata di fatto dispersa dalle operazioni militari delle autorità libiche, "è nata così: un convoglio non violento di cittadini e cittadine, di medici, assolutamente non armati, soltanto con i nostri passaporti. Siamo stati trattati invece come dei criminali, dei presunti terroristi, e questo non va dimenticato. Non va dimenticato che le istituzioni possono fare ancora ancora tanto per sopperire a queste mancanze. Fin quando le istituzioni non lo faranno, noi membri del movimento continueremo a a lottare. Continueremo ad organizzarci e saremo sempre di più".
La missione di terra "è stata faticosa, è stata dura", ma anche se gli attivisti sono appena tornati "possiamo già dire che è un punto di partenza, che nuove missioni ci saranno, che nuove persone si adopereranno in questo movimento o in altri movimenti – non solo per il supporto al popolo palestinese, ma a tutti i popoli oppressi da parte dell'entità sionista, del colonialismo, dell'imperialismo e di tutti i mali con i quali stiamo cercando di lottare".