Flotilla di terra, 10 attivisti fermati in Libia: cosa sappiamo dei due italiani in attesa di giudizio a Bengasi

Due attivisti italiani, il trentatreenne pugliese Domenico Centrone e la piemontese Dina Alberizia, si trovano in stato di arresto a Bengasi, dove in queste ore è prevista la loro comparizione davanti a un giudice libico. I due connazionali fanno parte di un gruppo di dieci cooperanti internazionali del Global Sumud Land Convoy (carovana umanitaria, nata come prosecuzione via terra della Global Sumud Flotilla) fermati dalle milizie fedeli al generale Khalifa Haftar. Secondo fonti locali, le autorità della Cirenaica intendono processare i volontari con l'accusa di ingresso non autorizzato in una zona militare, trattandoli di fatto alla stregua di migranti clandestini in vista di una probabile espulsione. La vicenda ha subito attivato i canali diplomatici: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato l'avvio di un'interlocuzione con Bengasi, auspicando che il tribunale "disponga il prima possibile il loro allontanamento dal Paese per consentirne il rapido rientro in Italia".
Il blocco a Sirte e l'ultimo segnale prima del silenzio
Il fermo è scattato nel pomeriggio di domenica 24 maggio nei pressi di Sirte, dove si sono interrotti bruscamente i contatti con la delegazione. Intorno alle 14:30 l'intero convoglio umanitario (composto da circa duecento persone con sette ambulanze e dieci camion di aiuti) si era mosso verso il checkpoint della città per rivendicare il proprio diritto di transito. Ad attenderli sul varco c'erano circa quaranta miliziani della 604esima brigata, affiliata ad Haftar, che avevano schierato cecchini e veicoli armati con mitragliatrici. Per evitare tensioni e cercare una mediazione pacifica, una delegazione ristretta di dieci persone a bordo di due auto e un'ambulanza ha deciso di oltrepassare la linea di sicurezza "5+5" per presentare i propri documenti e interloquire direttamente con i militari. L'ultimo segnale radio è arrivato alle 15:22, quando i volontari hanno riferito che stavano per essere "trasferiti su tre furgoni bianchi"; contemporaneamente, un ultimo video trasmesso sui social da Centrone ha catturato il suono delle sirene prima del silenzio definitivo. Insieme ai due italiani sono stati "trasferiti" a Bengasi cittadini statunitensi, spagnoli, polacchi, portoghesi, uruguaiani e tunisini, tra cui due medici argentini. A poche centinaia di metri dal checkpoint, il resto della carovana è rimasto invece bloccato in un clima di forte apprensione, monitorato a distanza dai team legali e dai referenti sul posto, come l'italiana Sara Suriano, che ha confermato l'immediata attivazione dei consolati e dei ministeri competenti.
Il nodo dei visti regolari negati dalle forze di Haftar
La decisione dei delegati di avanzare disarmati per difendere la missione umanitaria è arrivata dopo giorni di stallo geopolitico, specchio della profonda frammentazione della Libia. Il convoglio era partito dalle settimane precedenti dalla Mauritania con l'obiettivo di attraversare il Nord Africa, superare l'Egitto e raggiungere il valico di Rafah per consegnare aiuti urgenti e moduli abitativi alla popolazione della Striscia di Gaza. Tutti i trecento partecipanti, provenienti da 28 nazioni diverse, viaggiavano con visti regolari rilasciati a Tripoli dal Governo di Unità Nazionale (GUN), l'unico esecutivo legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite.
L'ostacolo principale si è concretizzato però alle porte della Cirenaica. Questa regione è posta sotto il controllo militare, mai ufficialmente riconosciuto a livello internazionale, delle Forze Armate Arabe Libiche (LAAF) guidate dal generale Khalifa Haftar. Le milizie di Haftar, che gestiscono la linea di sicurezza "5+5" nei pressi di Sirte come se fosse una frontiera internazionale e non una linea di demarcazione interna, hanno imposto un veto arbitrario al transito del convoglio, disconoscendo di fatto i permessi legali emessi da Tripoli.
Per cinque giorni i mezzi sono quindi rimasti bloccati in un campo provvisorio a dieci chilometri dal confine interno di Sirte. Le autorità orientali avevano proposto di confiscare l'intero carico di aiuti affinché venisse gestito dalle strutture locali; una richiesta fermamente respinta dai responsabili della missione per garantire l'integrità dei beni e la certezza che arrivassero a destinazione a Gaza. Anche i tentativi di mediazione formale condotti da una rappresentanza ristretta e supportati dalla Mezzaluna Rossa locale erano stati respinti con durezza dagli ufficiali sul campo. Di fronte al fallimento dei canali burocratici, gli attivisti hanno così scelto di agire alla luce del sole facendo appello ai principi del diritto umanitario internazionale per giustificare la propria azione pacifica.
La denuncia della Flotilla: "Un atto intimidatorio senza basi legali"
La Global Sumud Flotilla ha immediatamente denunciato l'arresto, definendolo un "atto intimidatorio privo di qualsiasi fondamento giuridico, contro civili disarmati impegnati in una missione di solidarietà internazionale". L'arresto si inserisce "in una serie di casi di mancato coordinamento da parte delle autorità della Libia orientale", si legge in una nota. "Prima dell'ingresso della delegazione il convoglio aveva tentato per due volte di avviare negoziati formali: il primo tentativo era stato accolto con calore e con la promessa di un incontro successivo che non si è mai concretizzato; il secondo si è concluso con un ufficiale militare che ha intimato ai delegati del convoglio di andarsene immediatamente. Quando i canali ufficiali e le procedure riconosciute a livello internazionale si sono rivelati inefficaci, il convoglio si è diretto verso il valico per tentare negoziati diretti in assoluta buona fede".