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Studente transgender umiliato dalla prof a Roma: “Sarai sempre una ragazza, come dice il nome sul registro”

“Devi stare zitta, perché sei una ragazza”. Nessun pronome al maschile e umiliazioni costanti: questo è quanto si trova a vivere un alunno transgender al liceo Aristofane di Roma.
A cura di Beatrice Tominic
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Il liceo Aristofane di Roma.
Il liceo Aristofane di Roma.

"Sarai sempre una ragazza: lo dice il tuo nome sul registro elettronico". Questo è soltanto uno dei modi in cui una professoressa del liceo Aristofane di Roma si sarebbe rivolta a un ragazzino transgender al primo anno di liceo. Da mesi lo studente sta vivendo una situazione di disagio e umiliazione tanto che anche i suoi genitori stanno cercando di muoversi per aiutarlo, con mobilitazioni e una raccolta firme da presentare al prossimo Consiglio d'Istituto che ha raggiunto in breve tempo le 216 voci nell'elenco. "Al liceo Aristofane non è mai stata approvata la cosiddetta carriera Alias, che permette agli e alle studenti transgender di essere chiamati con il proprio nome di elezioni e di essere considerati in base al genere scelto – spiega la mamma del ragazzino a Fanpage.it – Questo crea una falla. E sta rovinando la vita a mio figlio".

A scuola, infatti, una delle professoresse più volte si starebbe rivolgendo al ragazzino umiliandolo: "Sta soffrendo ogni giorno, da mesi, per una professoressa che si rifiuta di usare i pronomi maschili e di chiamarlo con il nome che ha chiesto di utilizzare", sottolinea.

La situazione ha iniziato ad appesantirsi già dallo scorso ottobre, quando il giovane ha fatto coming out e ha chiesto di essere chiamato con un nome maschile a scuola. "Noi, la sua famiglia, gli siamo sempre stati accanto. Si tratta di un ragazzo fragile che sta affrontando un percorso psicologico ed è in cura con dei farmaci. Qualche giorno fa mi ha detto che, nonostante le difficoltà, è contento che stia succedendo tutto quest'anno: Se fosse successo lo scorso anno, senza il vostro appoggio, ci sarebbe uno studente trans in meno a Roma adesso, mi ha detto – spiega la mamma del ragazzo – Eppure sembra che nessuno ci faccia caso: da mesi vive di soprusi e umiliazioni. E non ne può più".

Una volta ricevuta la richiesta di essere chiamato con il nome di elezione, all'inizio non ci sono state risposte. "Sono stata convocata, ho parlato con la coordinatrice. Mi ha detto di inoltrare un'email da parte mia e del padre di mio figlio in cui ci mostravano a conoscenza della sua richiesta: mio figlio è ancora minorenne. La docente, inoltre, mi ha detto che per lei non c'erano problemi, ma che in consiglio di classe alcuni si erano opposti. Fra loro anche la professoressa che da mesi sta rendendo la sua vita un incubo".

La situazione, però, è peggiorata a partire dal mese di febbraio. "Mio figlio è entrato in classe con un adesivo della Palestina attaccato sul volto, per scherzare con i compagni. La professoressa gli ha detto che era strano. Da qui è partito un botta e risposta sul genere da adottare per parlare di lui e sul pronome, concluso con una scritta sulla lavagna: I diritti trans sono diritti umani, aveva scritto mio figlio. Poi i toni si sono alzati: lo studente le ha detto che doveva vergognarsi, che aveva rotto le scatole. Alcuni compagni di classe hanno detto che non sapevano dire chi urlasse di più fra i due. E lei gli ha messo una nota. Ma questo è stato soltanto il primo di una serie di episodi".

Più di una volta, infatti, la docente si è rifiutata di chiamarlo con il nome di elezione: "Ha continuato a chiamarlo utilizzando il nome sul registro, il dead name, quello assegnato alla nascita. E poi, in più di un'occasione, ha provato a metterlo in difficoltà – aggiunge, prima di precisare – Mio figlio è un ragazzo fragile: è seguito in un percorso psicologico e assume anche dei farmaci forti, che gli provocano irascibilità e stanchezza".

Fino a quando non è arrivata la sospensione. "È successo dopo l'ennesima discussione con la stessa professoressa. È stato sospeso per cinque giorni. Dopo essere stato zittito con una raffica di stai zitta, si alzato ed è uscito dalla classe, gridando un vaffanculo. Mio figlio è passato come un maleducato che si è permesso di trattare male una povera insegnante. Ma nessuno ha pensato a come si è sentito mio figlio per mesi e a come si sente ancora oggi – continua la mamma dell'alunno – Gli è stato chiesto di produrre una memoria difensiva e anche io ho scritto una lettera di sei pagine da indirizzare ai docenti dopo l'accaduto. Chiamato in presidenza a difendersi, mio figlio ha insistito sul fatto che non spettasse a lui chiedere scusa. La vittima sono io, sono io che subisco misgendering, ha detto. Peccato che chi stava raccogliendo le sue dichiarazioni non sapesse neanche cosa volesse dire. Come genitore, ho anche mandato un'email dicendo che offrivo io a mie spese una formazione per la scuola e per gli studenti in merito alle identità di genere. Ma non ho ricevuto neanche risposta".

L'umiliazione più grande, però, è avvenuta nel periodo in cui aveva le mestruazioni. "Una volta mi ha chiamato da scuola, gli serviva un cambio. Si era macchiato. Aveva chiesto alla docente di andare in bagno, ma lei si è categoricamente rifiutata. E mio figlio ne ha pagato le conseguenze. A molte persone può succedere, soprattutto a quell'età. Ma quando succede a un ragazzo transgender l'umiliazione raddoppia", continua ancora.

"Quando ho fatto presente questa situazione ai vertici della scuola, mi sono sentita dire che mio figlio deve avere pazienza. Che gli capiterà sempre nella vita. Ma non credo sia possibile che succeda ogni giorno, tutti i giorni nella scuola. All'interno di un'istituzione che, invece, dovrebbe proteggerlo".

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