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Nuove regole urbanistiche a Roma, Veloccia: “Più tutele per villini e cinema, molte accuse sono infondate”

L’assessore all’Urbanistica, Maurizio Veloccia, a Fanpage.it difende le modifiche alle norme tecniche d’attuazione del piano regolatore di Roma: “Non ci facciamo governare dai privati, ma neppure fermare dai comitati del no”
Intervista a Maurizio Veloccia
Assessore all'Urbanistica di Roma Capitale
L'assessore capitolino all'Urbanistica, Maurizio Veloccia
L'assessore capitolino all'Urbanistica, Maurizio Veloccia

Il dibattito politico sulla trasformazione di Roma, sulle scelte urbanistiche della Giunta di Roberto Gualtieri, su cinema abbandonati ed aree da decine di migliaia di metri quadri da rigenerare, su verde e cemento, sembra essersi interrotto all'improvviso. L'amministrazione ha scoccato l'affondo decisivo con l'approvazione, la scorsa settimana, delle modifiche alle norme tecniche d'attuazione (Nta): una serie di regole che dicono come si può costruire nella cornice del Piano Regolatore Generale. La conclusione di un percorso, fatto di proposte, osservazioni di politica e associazioni, controdeduzioni, iniziato tre anni fa e la cui conclusione fa tirare un grosso sospiro di sollievo all'assessore all'Urbanistica, Maurizio Veloccia. "Noi diciamo che le regole servono, che servono a governare lo sviluppo, ma devono essere regole che funzionino, chiare, semplici e capaci di tutelare l'interesse pubblico, non di impedire la trasformazione". Così l'assessore risponde, parlando ai microfoni di Fanpage.it, alle critiche arrivate da sinistra (troppa libertà per investitori privati) e da destra (troppa poco libertà). "Se qualcuno pensa che il comitato del "no", che nasce praticamente per ogni opera pubblica o privata, debba avere lo stesso peso delle assemblee elettive, allora su questo la mia risposta è no", aggiunge.

Il sindaco Roberto Gualtieri e l'assessore Maurizio Veloccia dopo l'approvazione delle modifiche alle Nta in Assemblea Capitolina (Foto da Roma Capitale)
Il sindaco Roberto Gualtieri e l'assessore Maurizio Veloccia dopo l'approvazione delle modifiche alle Nta in Assemblea Capitolina (Foto da Roma Capitale)

Assessore, per introdurre l'argomento ai lettori, quali sono i tre aspetti di queste modifiche di cui va più fiero?

Il primo è che non sarà più possibile trasformare aree agricole in aree edificabili. Il Piano regolatore del 2008 è stato il primo piano regolatore di Roma che ha chiuso all'espansione della città, ha detto: I confini della città sono questi, la città non può più espandersi. Noi facciamo una cosa in più: impediamo che aree agricole possano essere trasformate in aree edificabili. Questo è accaduto in passato tante volte, in alcuni casi anche per scopi nobili, come realizzare case accessibili. Però noi riteniamo che questo sia un punto di principio. L'ultima volta ci provò Alemanno, nel 2012, cercando di trasformare duemila ettari di aree agricole in aree per costruire palazzi.

E poi?

Il secondo aspetto riguarda i novemila ettari, cioè novanta chilometri quadrati, delle aree nate nel secondo dopoguerra: tutte quelle periferie a cavallo del Grande Raccordo Anulare che il Piano regolatore definisce "città da ristrutturare". Qui il Piano regolatore prevedeva oltre duecento interventi di riqualificazione urbanistica, ma non ne è partito nemmeno uno. Abbiamo preso atto di questa distanza tra le previsioni e la loro attuazione e siamo intervenuti cercando di semplificare le procedure e favorire la ripartenza. Sono costruzioni che hanno una qualità edilizia pessima e rappresentano la principale fonte di inquinamento della città. Non sono le automobili, ma gli edifici, con impianti di riscaldamento obsoleti e una qualità costruttiva talmente scarsa da comportare enormi consumi energetici e idrici. Il terzo aspetto riguarda alcune innovazioni.

Che tipo di innovazioni?

Sul centro storico, ad esempio, proviamo a favorire la residenzialità attraverso la limitazione degli affitti brevi e dei cambi di destinazione d'uso, tramite specifici regolamenti. Inoltre innalziamo al 70% la quota di superfici che devono mantenere una destinazione culturale nei progetti di riconversione dei luoghi della cultura, come i cinema. Diamo così una risposta a chi sosteneva il modello del "cinema-supermercato", cioè l'idea che i cinema dismessi possano essere trasformati liberamente.

Nelle settimane precedenti abbiamo visto tanti dubbi da parte di associazioni e collettivi, come ad esempio Carte in Regola, sul possibile destino dei villini storici. Al tempo stesso il consigliere Di Stefano, di Noi Moderati, in aula ha attaccato queste norme sostenendo che siano state introdotte troppe limitazioni, che frenano la trasformazione anche del centro storico. Dove sta la verità? Ci sono troppe limitazioni o troppo poche?

C'è chi ritiene che l'unico modo per favorire lo sviluppo della città sia eliminare le regole e chi, invece, ritiene che, per un principio di precauzione, sia meglio tenere tutto fermo piuttosto che rischiare trasformazioni di bassa qualità. Noi, invece, proviamo a dire che esiste un'altra strada: quella di tentare di conciliare sviluppo e trasformazione, innovazione e tutela. Stiamo vivendo una stagione nella quale questi due estremi finiscono quasi per toccarsi. Il migliore alleato di chi vuole eliminare tutte le regole è proprio chi non vuole cambiare mai nulla, perché offre una leva fortissima a chi dice: "Siccome le regole sono troppe, sono rigide e non consentono di fare nulla, eliminiamole". E così arrivano le deroghe, i Piani casa e le leggi sulla semplificazione che, in realtà, spesso sono leggi sulla deregolamentazione. Sui villini il caso è lampante. Chi dice che i villini di Monteverde si possono demolire non sa che fino a ieri quei villini non avevano alcun tipo di tutela nel Piano regolatore. Non erano inseriti in alcuno strumento di tutela. Roma ha una sorta di catalogo degli immobili da proteggere, la Carta per la qualità, che è una peculiarità del Comune di Roma. Ebbene, in quella Carta quei mille villini non c'erano. Noi, invece, li stiamo inserendo.

La critica però è che la Carta per la qualità non impedisce comunque la demolizione e ricostruzione.

È vero, perché anche qui bisogna trovare un equilibrio. Se vogliamo aumentare le tutele, non possiamo però rendere ogni immobile completamente immodificabile. Intanto li inseriamo nella Carta, mentre fino a ieri erano fuori e si poteva fare praticamente quello che si voleva. Da oggi sono tutelati. Dopodiché non impediamo a priori qualsiasi trasformazione, ma la sottoponiamo a un controllo rigoroso. Nell'ipotesi remota di una proposta di demolizione, dovrà esprimersi in modo vincolante la Sovrintendenza Capitolina. Inoltre quella possibilità è ammessa solo in casi estremi, ad esempio quando ci sia stato un danno permanente o un crollo. Abbiamo immobili completamente abbandonati sui quali oggi non si riesce a intervenire proprio perché sono gravati da vincoli difficilissimi da modificare. Noi dobbiamo quindi fare due cose: aumentare il numero degli immobili da tutelare, ovviamente quelli che hanno caratteristiche tali da meritare una tutela, e allo stesso tempo consentire, in casi eccezionali e attraverso un procedimento rigoroso, che possano essere effettuati interventi.

In questa logica rientra anche la premialità di volumetria prevista per gli interventi di demolizione e ricostruzione?

Assolutamente sì. Se da una parte vogliamo impedire l'espansione della città e il consumo di nuovo suolo agricolo, dall'altra dobbiamo migliorare la qualità del patrimonio edilizio esistente. Migliorare la qualità degli edifici significa anche garantire la sostenibilità economica degli interventi, perché in molte parti della città oggi non si interviene proprio perché manca questa sostenibilità. Negli anni scorsi gli interventi di sostituzione edilizia sono stati realizzati soprattutto nel centro storico attraverso le deroghe, perché lì il ritorno economico rendeva conveniente investire. Ma questo è un paradosso: si finiva per favorire la qualità edilizia del centro storico e non quella delle periferie. Noi abbiamo ribaltato questo meccanismo. Abbiamo escluso le premialità dal centro storico e dall'intera città storica. Questa è la principale inversione rispetto alla legge regionale sulla rigenerazione urbana. La nostra emergenza sono i quartieri fuori dal centro. È lì che introduciamo un incentivo urbanistico per chi vuole riqualificare un patrimonio edilizio spesso molto degradato e fortemente inquinante. Roma è una città che, in gran parte dei suoi quartieri, ha una densità edilizia relativamente bassa. Avere una città un po' più compatta, invece di continuare a consumare nuovo suolo, è un obiettivo concreto.

Sul centro storico c'è una critica arrivata sia da alcuni consiglieri di opposizione sia da associazioni, e riguarda la possibilità di accorpare unità ai piani terra per realizzare esercizi commerciali fino a 500 metri quadrati nel tessuto medievale e fino a 1.000 metri quadrati negli altri tessuti del centro storico. Ci spiega perché era necessario questo aumento?

Ma io le rovescerei la domanda: perché era necessario che il centro storico fosse l'unica parte della città ad avere un limite massimo di 250 metri quadrati per gli esercizi commerciali, come prevedeva il Piano regolatore? All'epoca si pensava che così si sarebbero tutelate le botteghe di vicinato: il panificio, il vinaio, l'alimentare di quartiere, il ciabattino, il barbiere. Basta però fare un giro nel centro storico per vedere che non è andata così. Quel limite ha favorito soltanto la riconversione dei locali che non avevano più mercato, perché si è persa la residenzialità. Così abbiamo solo negozi di souvenir, minimarket, attività di paccottiglia. Per tutelare davvero le botteghe storiche servono politiche attive: ridurre le tasse, prevedere incentivi economici. Se un negozio di souvenir guadagna dieci volte più di un barbiere, il limite dimensionale non serve a nulla. Anzi, finisce per abbassare la qualità del commercio. Riteniamo che un limite più alto possa favorire esercizi commerciali di migliore qualità, più grandi e capaci di offrire servizi anche ai residenti, non soltanto ai turisti. Se ci fosse, ad esempio, un alimentare un po' più grande, chi vive nel centro storico potrebbe fare la spesa lì invece di dover ricorrere esclusivamente ai minimarket. Anche questa mi sembra una critica poco fondata.

Per chiudere, volevo chiederle dei parcheggi, in particolare di quelli previsti per gli impianti sportivi. Ai nostri microfoni l'ex assessore Paolo Berdini ha sostenuto che il comma 9 dell'articolo 7, insieme all'articolo 87, favorirebbe di fatto il progetto dello stadio della Roma a Pietralata. Io aggiungo che il comma 9-bis potrebbe favorire anche il progetto della Lazio sul Flaminio. Non si sono abbassati troppo gli standard sui parcheggi, pur nella logica di impianti sempre più collegati al trasporto pubblico?

Questa è veramente una panzana, diciamola così. Mi sorprende che una persona informata e colta come Berdini possa utilizzare un argomento palesemente falso. Lo stadio della Roma non segue le prescrizioni del Piano regolatore, perché si basa sulla legge speciale sugli stadi, che opera in deroga al Piano regolatore. Lo stadio, infatti, in quell'area non potrebbe essere realizzato seguendo il Piano regolatore. Quindi non segue assolutamente le regole sui parcheggi previste dalle Norme tecniche di attuazione.

E allora a cosa serve quella norma?

Serve non allo stadio della Roma, ma a tutti gli altri impianti sportivi di quartiere e di periferia che, con le regole precedenti, non potevano essere realizzati o riqualificati. Quelle norme richiedevano centinaia, se non migliaia, di parcheggi che, soprattutto per gli impianti locali, rimarrebbero sostanzialmente vuoti, consumerebbero nuovo suolo, impermeabilizzerebbero il terreno e non servirebbero a nulla. Se non avessimo introdotto questa modifica, molti impianti sportivi di quartiere non si sarebbero potuti realizzare. Lo stadio della Roma, invece, si farebbe comunque perché, ripeto, segue una normativa speciale e va in deroga al Piano regolatore. Viene approvato attraverso una variante urbanistica prevista dalla legge nazionale.

Lo stesso vale anche per un eventuale futuro progetto della Lazio al Flaminio?

Sì. Anche quelle sono opere dichiarate di pubblico interesse e, in quanto tali, seguono la disciplina prevista dalla legge nazionale, che prevale sul Piano regolatore. Mi dispiace, perché ogni tanto, per alimentare una polemica, si cercano argomenti forti, ma in questo caso sono totalmente privi di fondamento.

Un'ultima domanda. Lei ha detto che per la trasformazione urbana "serve una pianificazione pubblica forte, capace di accompagnare il processo di rigenerazione della città". Molti comitati e associazioni sostengono invece che la linea dell'amministrazione sia quella di lasciare mano libera al mercato. Un argomento per convincere i lettori dell'approccio dell'amministrazione?

Con i fatti. A differenza di altre città, ogni intervento urbanistico realizzato a Roma ha alla base un piano attuativo. Questo significa che non basta una semplice Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, ndr) presentata dal privato: c'è un vero procedimento urbanistico che passa attraverso il voto delle assemblee elettive, le conferenze dei servizi e tutti gli strumenti previsti dalla pianificazione. Roma ha scelto di avere iter forse un po' più lunghi, ma che salvaguardano questo percorso pubblico, coinvolgendo gli organi democraticamente eletti. Non ci facciamo governare dai privati, ma non ci facciamo nemmeno fermare dai comitati del "no" che nascono per qualsiasi intervento.

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