Liste d’attesa nel Lazio, il 61% rinuncia alle cure: “Chi può ricorre al privato”
Un cittadino del Lazio su due ha fatto ricorso alla sanità privata e più del 40 per cento di chi si è rivolto al pubblico ha aspettato oltre sei mesi per ottenere la visita o la prestazione richiesta. Ma c'è anche chi ha rinunciato a visite ed esami proprio a causa delle liste d'attesa. Chi può permetterselo ha dovuto ricorrere al privato o all'intramoenia per evitare lunghissime attese. Quasi il 60 per cento sente pesare "abbastanza" la spesa sanitaria sul proprio bilancio familiare.
Sono numeri che raccontano una sanità laziale sempre più a due velocità: da una parte la corsa al privato, per chi può permetterselo. Dall'altra le attese infinite oppure, nella peggiore delle ipotesi, la rinuncia a curarsi per evitare una spesa difficile da sostenere in famiglia. Questa realtà emerge da un report della Cgil Lazio, effettuato analizzando le 2.405 risposte di altrettanti cittadini residenti nel Lazio. Il sindacato sottolinea che «ha risposto chi ha scelto liberamente di farlo, senza alcuna procedura di campionamento statistico della popolazione residente nel Lazio. Chi ha risposto è verosimilmente più coinvolto sul tema. Il campione non è rappresentativo della popolazione del Lazio per età, genere, territorio e condizione occupazionale».
«Quello che emerge è che ormai nel Lazio il ricorso all'intramoenia e al privato è la norma», spiega a Fanpage.it Natale Di Cola, segretario generale della Cgil Lazio. E proprio questo, secondo il sindacalista, produce una delle conseguenze più gravi: «Le persone che non possono aspettare per curarsi, chi può, e questo è un grande discrimine, o ricorre al privato. Chi invece non può rinuncia alle cure e quindi temo che un tema che è un diritto costituzionale, come il diritto alla salute, debba essere rinunciato dalle persone per ragioni economiche. Mi sento di dire che è la cosa più grave».
Liste d'attesa e sanità privata nel Lazio, chi può paga per curarsi
Tuttavia, le risposte dei cittadini fanno emergere un disagio diffuso. Soltanto il 35,7 per cento di chi ha risposto al questionario Cgil è riuscito a passare dal servizio pubblico per prenotare una visita specialistica oppure un esame diagnostico. Il 48,4 per cento ha dovuto ricorrere al privato oppure all'intramoenia. Il 12 per cento ha utilizzato un’assicurazione sanitaria privata e il 3,8 per cento ha rinunciato del tutto.
Il 42 per cento tra coloro che si sono rivolti alla sanità pubblica ha atteso oltre sei mesi per effettuare una visita o un esame diagnostico. Il 61 per cento del campione ha rinunciato spesso o sempre a una visita per le liste d'attesa troppo lunghe.
D'altro canto, il 95 per cento ha pagato per "saltare la fila". Solo il 2,8 per cento non lo ha mai fatto. Insomma, il ricorso al privato è diventato la norma e sul bilancio familiare si fa sentire: per l'85 per cento la spesa sanitaria pesa abbastanza o molto sui cittadini. Solo l'1 per cento dichiara che non pesa per niente.
Medici di famiglia e Case di Comunità: «Manca ancora l'integrazione»
Interessante anche il dato sui medici di famiglia. Si tratta dell'area, spiega la Cgil, in cui «il quadro complessivo, pur non privo di criticità, risulta relativamente più tenuto rispetto alla specialistica». Sulle nuove Case di Comunità, invece, dal report Cgil emerge una sostanziale disinformazione. I cittadini non conoscono i servizi che offrono e spesso non ne conoscono neanche l'esistenza.
Spiega ancora Di Cola a Fanpage.it: «Purtroppo non si è ancora riusciti a fare quella integrazione che è il vero cuore della riforma tra la medicina di base e le Case di Comunità. Fino a quando all'interno delle Case di Comunità non ci saranno anche le cure primarie, cioè quelle che vengono fatte dai medici di medicina generale, sarà difficile per i cittadini riscontrarle come il luogo della cura. Manca ancora questo passaggio».
Il problema, spiega il segretario della Cgil Lazio, è anche legato al rapporto tra medici di medicina generale e Servizio sanitario: «Nel nostro Paese, purtroppo, i medici di medicina generale non sono dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale e quindi l'integrazione non può essere automatica».
Da qui una delle proposte della Cgil: «Il superamento di questa rigidità. La Cgil ha presentato una legge di iniziativa popolare proprio sui temi della salute che ha tre cardini fondamentali. Il primo è aumentare il finanziamento, portando ai livelli europei almeno il 7 per cento della spesa del Pil. La seconda è investire sulle risorse umane e quindi assunzione di personale e, ovviamente, anche il miglioramento delle strutture. La terza è che ci sia un superamento del convenzionamento, e cioè che da ora in poi ci possa essere la possibilità che i medici di medicina generale siano dipendenti del Servizio Sanitario Regionale, proprio per costruire questa integrazione fra tutti gli ambiti della sanità».
Cgil: «Servono più assunzioni e salari più alti»
Tra le criticità indicate dalla Cgil c'è poi la carenza di personale. «La prima cosa che ci dicono le persone è che serve sempre più personale, che è una battaglia storica che noi stiamo conducendo, perché se tu hai più personale nelle strutture pubbliche, ovviamente rimuovi le condizioni che portano verso il privato e cioè si fanno più prestazioni, si abbattono le liste d'attesa e quindi c'è meno privato».
Il Lazio, spiega Di Cola, «ha una carenza cronica dovuta al commissariamento degli anni 2010. Adesso sono cinque anni che si stanno facendo tante assunzioni, questo va riconosciuto, e stanno producendo un lieve aumento, però siamo ancora lontani dal fabbisogno. Noi avevamo stimato tre anni fa che servivano almeno 15.000 nuove assunzioni per arrivare agli standard. E noi confidiamo che la Regione, che adesso è uscita dal piano di rientro, su questo debba accelerare per raggiungere questo standard».
Ma per la Cgil non basta assumere. «Bisogna affrontare altri due gravi problemi. Uno è aumentare i salari perché le lavoratrici e i lavoratori dei settori del Servizio Sanitario Pubblico sono i peggio pagati d'Europa e svolgono un'attività importantissima e quindi bisogna trovare il modo di aumentare i salari di questi professionisti. È evidente che se tu aumenti i salari eviti anche la fuga, perché rendi quel posto di lavoro attrattivo».
L'altro tema è quello delle esternalizzazioni: «Bisogna superare le esternalizzazioni e procedere alle internalizzazioni, perché nelle esternalizzazioni in tanti casi c'è lo sfruttamento, i contratti pirata, i contratti, diciamo, che producono un pagamento inferiore».
Per Di Cola, la strada per affrontare il problema delle liste d'attesa passa quindi da tre interventi. «Uno è quello quindi di assumere, che è la via maestra per abbattere le liste d'attesa. La seconda è quella di riempire di contenuti le Case di Comunità. Su quello noi non abbiamo più tempo da perdere, perché il PNRR è finito. Quella sarà la chiave di volta su cui daremo il giudizio complessivo».
Di Cola: «La Regione Lazio dia un segnale vero sulle liste d'attesa»
Sul ruolo della Regione e del governo nazionale, Di Cola preferisce rinviare il giudizio complessivo: «Il giudizio su Rocca noi lo daremo alla fine di questa legislatura, e questa è un'iniziativa importante dove noi ci siamo confrontati con le cittadine e i cittadini, ma noi stiamo facendo una battaglia perché il governo cambi passo». Secondo il segretario della Cgil Lazio, «la madre delle battaglie a livello nazionale» resta il finanziamento del Servizio sanitario, perché «il Fondo Sanitario è quello che guida le scelte della sanità a livello regionale». E aggiunge: «Abbiamo ancora un anno in cui ci aspettiamo che la Regione sulla sanità, sulle liste d'attesa, dia un segnale vero, perché come è evidente ancora non ci sono risultati concreti».
E infine, sottolinea a Fanpage.it, bisogna «fare in modo che i soldi dei cittadini non vadano ai privati. Nel senso che ci sia una diminuzione dell'esternalizzazione, della privatizzazione della sanità, e aggiungo anche una qualità del lavoro nella sanità, perché è un paradosso che con la sanità privata si arricchiscono gli imprenditori che fanno lauti profitti, ma quei lavoratori hanno dei contratti di lavoro che sono il 30% più bassi di quelli della sanità pubblica. Quindi c'è il paradosso che i privati fanno i profitti e i lavoratori stanno in condizioni peggiori».