La morte dell'ultras Fabrizio Piscitelli a Roma

La vendetta di Demce e degli altri dopo l’omicidio di Diabolik: “Ho la guerra in testa”

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Fabrizio Piscitelli e Elvis Demce
Dopo l’omicidio di Fabrizio Piscitelli è partita una faida nel narcotraffico romano: agguati, piani di morte e vendette ricostruiti dall’Antimafia della procura di Roma.

L’omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto ‘Diabolik', non ha chiuso la partita aperta nel sottobosco del narcotraffico romano come forse pensavano i suoi mandanti. Dopo il colpo alla nuca esploso il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti, che uccide il capo degli Irriducibili della Curva Nord laziale, parte una catena di ritorsioni contro gli uomini ritenuti responsabili dell’agguato. A muoversi sono quelli rimasti fedeli a Piscitelli e chi punta a conquistare uno spazio di primo piano nel ‘mondo di sotto'. A ricostruire questa sequenza è l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma nell’ambito dell’indagine della Direzione distrettuale antimafia sul delitto.

Il provvedimento non si concentra soltanto sui presunti mandanti dell’omicidio Piscitelli, ma ripercorre anche la faida che si apre dopo la sua morte. Da una parte c’è il gruppo di Giuseppe Molisso e Leandro Bennato; dall’altra la fazione albanese legata a Diabolik, guidata secondo gli inquirenti da Elvis Demce.

Il primo agguato contro Leandro Bennato

Il primo colpo della vendetta arriva tre mesi dopo l’esecuzione al Parco degli Acquedotti. La sera del 14 novembre 2019, in via di Boccea, due uomini a bordo di uno scooter affiancano l’automobile di Leandro Bennato, appena uscito di casa, e sparano quattro colpi con un’arma di piccolo calibro.

Due proiettili raggiungono Bennato all’addome e alla schiena mentre prova a scendere dall’auto per scappare, ma gli provocano soltanto ferite superficiali. Tempo dopo è lo stesso Bennato, parlando con Molisso e Raul Esteban Calderon – a lungo considerato il killer di Diabolik e poi assolto in appello – a commentare gli errori commessi dai sicari: "Lì devi tirare il primo. Devi andare a segno. Non puoi sbagliare il primo, il primo mi deve far accasciare".

A collegare in modo esplicito l’agguato alla vendetta per Piscitelli è Enrico Bennato, fratello di Leandro e con diverse condanne alle spalle: "A mio fratello lo volevano ammazzare, la banda di Diabolik con tutti quelli ci volevano ammazzare a noi". Il ferimento alimenta ulteriormente lo scontro, ma offre anche agli investigatori un elemento importante. Le forze dell’ordine sequestrano i due telefoni di Bennato e dall’analisi di uno dei dispositivi emerge un collegamento con la cella telefonica di viale Lemonia proprio nel giorno in cui Piscitelli viene ucciso.

Demce esce dal carcere "con la guerra in testa"

In un primo momento i sospetti di Bennato e Molisso si concentrano su Fabrizio Fabietti, socio in affari di Piscitelli. A frenare la loro reazione interviene però Michele Senese, che punta ad abbassare la tensione accumulata nei mesi precedenti.

Intanto, il 13 aprile 2020, Elvis Demce esce dal carcere "con la guerra in testa", come scrive lui stesso in un messaggio sulla piattaforma criptata SkyEcc. Secondo gli inquirenti è lui a prendere le redini della fazione albanese legata a Piscitelli dopo la morte del suo padrino criminale. "O facciamo noi la strada nostra o voglio prendere altri dieci ergastoli, almeno non ci penso più", scrive una volta tornato libero.

Il giovane albanese interpreta l’uccisione di Piscitelli non soltanto come l’eliminazione di una figura decisiva per la sua crescita nel narcotraffico, ma anche come una violazione delle regole del mondo criminale. Diabolik viene colpito alle spalle, con un proiettile alla nuca, mentre è seduto su una panchina. Una "infamità" alla quale Demce contrappone il proprio modo di affrontare i nemici: "Io le orecchie non le calo e sparo in testa davanti".

Secondo l’accusa, il suo progetto va oltre l’eliminazione di un singolo responsabile: l’obiettivo diventa colpire i vertici del gruppo rivale e imporre la propria fazione negli equilibri del narcotraffico romano. Per farlo, però, servono uomini pronti a seguirlo.

L’asse con Costacurta e Vargiu

Demce comincia così a costruire una rete, di cui uno dei nodi è Matteo Costacurta, conosciuto come ‘San Pietro', ‘il Lungo', ‘il Principe' e ‘il Nazista', poi condannato a 14 anni per tentato omicidio. Demce lo indica come uno degli uomini centrali della squadra che sta formando: "Ho lo squadrone da mandare in giro a nome mio: San Pietro and co".

C’è poi Emanuele Vargiu, arrestato negli scorsi giorni, che si dichiara "a disposizione […] fino alla morte". Per l’accusa, il patto tra Demce, Costacurta e Vargiu punta direttamente agli uomini ritenuti responsabili dell’omicidio di Diabolik. Prima che il piano entri nella fase operativa, però, i due schieramenti continuano a studiarsi. Circolano messaggi, entrano in gioco intermediari e vengono raccolte informazioni negli ambienti criminali romani.

Il doppio gioco tra Demce e Molisso e il gruppo di "fascisti"

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Giuseppe Molisso capisce di essere uno dei principali obiettivi della vendetta. Nelle chat con Demce prova quindi ad allontanare da sé i sospetti per l’omicidio Piscitelli, sostenendo che Diabolik e Fabrizio Fabietti progettano per primi di colpire il suo gruppo. Demce, dall’altra parte, finge vicinanza per conquistare la sua fiducia e arriva anche "ad accusare assurdamente", come scrivono i pubblici ministeri, lo stesso Fabietti dell'omicidio.

Nel frattempo Molisso cerca di scoprire quali informazioni abbia raccolto il rivale e soprattutto chi siano gli uomini scelti per la ritorsione. La sua rete di conoscenze gli segnala la presenza di un gruppo "di fascisti" incaricato di ucciderlo. Le informazioni, però, non bastano a impedire agli avversari di arrivare alla fase esecutiva.

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A sinistra Giuseppe Molisso, a destra Leandro Bennato

La telecamera nascosta davanti alla villa di Molisso

La mattina dell’11 febbraio 2021 un commando si apposta vicino all’abitazione di Molisso, una villa a Grottaferrata. Secondo l’accusa, Demce affida a Costacurta, Vargiu e agli altri uomini coinvolti il compito di sorvegliare la casa e aspettare il momento giusto per entrare in azione. Alle 7 Costacurta piazza davanti al cancello uno scooter con una telecamera nascosta. Il dispositivo trasmette le immagini direttamente sui telefoni del gruppo, consentendo agli uomini appostati nelle vicinanze di controllare in tempo reale chi entra e chi esce dalla villa.

Intorno alle 8.50, però, succede qualcosa d'inaspettato. Poco prima dell’azione, davanti all’abitazione arrivano numerosi agenti di polizia per eseguire la confisca dell’immobile. L'agguato salta. "Si è salvato sto indegno", commenta Demce in tempo reale. "Non ci posso credere, mai visto uno con più c**o".

La vendetta arriva nel carcere di Rebibbia

Il fallimento dell’agguato contro Molisso non ferma la ritorsione per l’omicidio Piscitelli. Il 9 gennaio 2022 la vendetta entra nel carcere di Rebibbia, dove è detenuto Raul Esteban Calderon, alias Gustavo Musumeci, all’epoca considerato l’esecutore materiale dell’uccisione al Parco degli Acquedotti. Tre detenuti albanesi, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza legati alla fazione di Demce, lo aggrediscono nell’infermeria del carcere.

Fuori da Rebibbia, Costacurta continua intanto a lavorare a nuovi piani contro Molisso e gli uomini che gli restano vicini. La sua insistenza comincia però a preoccupare Vargiu, convinto che ormai troppe persone sappiano quello che stanno preparando. "Il Lungo sta infognato, non molla Molis (abbreviazione di Molisso, ndr)", scrive Vargiu, usando l’abbreviazione di Molisso. "Sta cosa che vuole fare (uccidere, ndr) il generale Molis la sanno tutti. E questa non è una buona cosa. Fidati, per me lo sa tutta Roma”.

La vendetta per la morte di Piscitelli esce così dalla cerchia dei suoi alleati più stretti. Produce un agguato armato, porta un commando davanti alla casa di Molisso e raggiunge in carcere l’uomo che in quel momento viene indicato come l’esecutore materiale dell’omicidio. Così la Mafia romana si è svelata da sola.

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