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La storia vera del rastrellamento del ghetto ebraico a Roma e il finto Morbo K ideato per salvare gli ebrei

Il 16 ottobre 1943 avvenne il rastrellamento degli ebrei dal Ghetto e da altre zone di Roma. Per salvare delle vite, i medici dell’ospedale Fatebenefratelli falsificarono le cartelle mediche di decine di persone e inventarono il Morbo K, un virus letale contagioso.
A cura di Francesco Esposito
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Un momento del rastrellamento degli ebrei al Ghetto di Roma
Un momento del rastrellamento degli ebrei al Ghetto di Roma

In occasione del Giorno della Memoria, in cui a in tutto il mondo si ricordano le vittime della Shoah e di tutte le persecuzioni nazi-fasciste durante la Seconda Guerra Mondiale, la sera di martedì 27 e mercoledì 28 gennaio 2026 Rai1 trasmette la fiction Morbo K – Chi salva una vita, salva il mondo intero. Lo sceneggiato è ispirato alla vera storia dell'equipe medica dell'ospedale Fatebenefratelli che inventò una malattia altamente contagiosa per salvare decine di ebrei dal rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943.

Nella fiction, però, non compare colui che è considerato il vero inventore del Morbo K, ovvero il primario dell'ospedale dell'Isola Tiberina Giovanni Borromeo.

Cosa è successo veramente durante il rastrellamento del ghetto ebraico

A partire dall'armistizio dell'8 settembre 1943 fra il Regno d'Italia e gli Alleati, Roma fu occupata dall'esercito tedesco. Il regime nazista impose anche qui i suoi piani di sterminio del popolo ebraico e subito Herbert Kappler, tenente colonnello delle SS e comandante della Gestapo nella Capitale, fu istruito in merito.

Il 26 dello stesso mese convocò i capi della comunità romana promettendo loro che, in cambio di 50 chilogrammi d'oro da consegnare entro 36 ore, avrebbe risparmiato gli ebrei della città. La mattina successiva iniziò la raccolta, che terminò il successivo 28 settembre. Il carico fu immediatamente spedito a Berlino, ma la promessa di Kappler si rivelò falsa.

Il 14 ottobre avvenne il saccheggio delle biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico. Nell'occasione vennero portati via anche gli elenchi, con relativi indirizzi, dei membri della comunità. Nella raccolta d'informazioni, gli ufficiali nazisti furono aiutati dai funzionari della polizia fascista italiana e dai registri del censimento degli ebrei effettuato dal regime fra il 1938 e il 1939.

Il rastrellamento del Ghetto, dove viveva la maggior parte della comunità ebraica romana, iniziò all'alba di sabato 16 ottobre, un giorno festivo. Vennero impiegati un centinaio di uomini della polizia tedesca, i quali prima bloccarono le vie di accesso e di fuga e poi radunarono gli abitanti isolato per isolato. Non furono coinvolti attivamente, per volere di Kappler, fascisti italiani. Bambini, anziani, malati e invalidi vennero sbattuti in strada senza alcun tipo di preavviso, tanto che molti vennero prelevati ancora in abiti da notte. A nulla servirono le implorazioni e le grida.

Inizialmente, furono radunate 1259 persone, che poi scesero a 1007 dopo la liberazione di stranieri, figli di matrimoni misti, "personale di casa ariano", come scrive Kappler in un rapporto. Questi vennero inviati al campo di concentramento di Auschwitz il lunedì 18 ottobre con un treno bestiame partito dalla stazione Tiburtina. Solo sedici tornarono indietro.

La finta malattia: il morbo K

Sin dalla firma dell'armistizio, l'ospedale Fatebenefratelli all'Isola Tiberina di Roma era diventato un "luogo sicuro" per chiunque volesse nascondersi dalle SS e dalla Gestapo nazista. La mattina del 16 ottobre 1943 alcuni residenti del vicino Ghetto trovarono rifugio nel nosocomio.

Il primario Giovanni Borromeo, antifascista che supportò attivamente la Resistenza, sapeva che le truppe tedesche sarebbero arrivata anche lì, così riunì tutti gli ebrei in un reparto e falsificò le loro cartelle cliniche. Da quel momento furono tutti affetti dal Morbo K, un virus altamente contagioso, che necessitava dell'isolamento completo e che, soprattuto, non esisteva.

Quando i nazisti arrivarono per setacciare l'ospedale, Borromeo li avvertì di quanto il morbo avrebbe potuto contagiarli e anche portarli alla morte. Questo li fece desistere dal loro intenti.

La storia di questa malattia che salvò delle vite è stata raccontata dal figlio di Giovanni Borromeo, Pietro, e dal medico ebreo Vittorio Emanuele Sacerdoti, che lavorava al Fatebenefratelli sotto falso nome.

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