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La rilevazione Istat sulla violenza di genere è un caso: interviste falsificate, risposte inventate

Le interviste inventate in relazione all’indagine sulla violenza contro le donne. L’Istat: “Da noi attente e puntuali verifiche”. Le lavoratrici: “Noi pagate pochissimo, abbiamo una dignità”.
A cura di Natascia Grbic
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Istat ha comminato una maxi multa alla società Csa Research perché una sua rilevatrice avrebbe falsificato i questionari relativi all’indagine sulla violenza di genere in Italia. Le irregolarità sono state segnalate e verificate, portando l’Istat a sanzionare pesantemente Csa Research, azienda che ha in appalto diverse rilevazioni dell'Istituto nazionale di statistica. La società ha respinto le accuse e presentato delle controdeduzioni che, secondo quanto appreso da Fanpage.it, non sono state ritenute sufficienti. E l’Istat avrebbe quindi deciso di mantenere la multa.

Si tratta di una situazione di estrema gravità: le indagini Istat sono uno dei capisaldi del nostro paese. L’Istituto nazionale di statistica si occupa di raccogliere dati su tutto il territorio al fine di capire come cambiano società, economia, cultura e popolazione: è un compito complesso e delicato che i suoi statistici svolgono sulle basi di rilevazioni, ossia interviste e questionari sottoposti dai rilevatori alla popolazione. Sono fondamentali perché consentono alle istituzioni di monitorare le politiche e pianificare interventi mirati. Se una parte dei dati viene inventata, il problema diventa serio, perché si compromette la credibilità di uno degli istituti alla base delle decisioni pubbliche e delle azioni del Paese.

L'indagine sulla violenza di genere: cosa è successo

Cosa è accaduto nel caso specifico? La criticità più rilevante dell’indagine sulla violenza di genere oggetto di multa riguarda la componente relativa alle donne straniere, i cui dati, a oggi, non sono ancora stati pubblicati. Nel novembre 2025 sono stati diffusi i risultati parziali, riferiti alle sole donne italiane: le interviste, svolte interamente per telefono, si erano infatti concluse senza problemi tra marzo e agosto dello stesso anno. Diversa è invece la situazione per le donne straniere, i cui dati non sono stati consegnati nel termine inizialmente previsto, a causa di numerose difficoltà segnalate dalle rilevatrici. A differenza di quanto avviene per le cittadine italiane, infatti, le donne straniere devono essere intervistate di persona, anche per superare eventuali barriere linguistiche e di comprensione che renderebbero inefficace il contatto telefonico. Da quanto emerso dalle verifiche effettuate da Istat una volta ricevuti i questionari, parte di queste interviste realizzate di persona sarebbero state però inventate. Almeno una rilevatrice avrebbe infatti finto di recarsi a casa di queste donne, compilando lei stessa le risposte alle domande. Si tratta di diversi questionari, che avrebbero così rischiato di falsare un intero campione. Istat ha fermato tutto, richiamando la società ed erogando una sanzione. Csa si è opposta, ma è improbabile che, data la gravità della situazione, la multa non vada a buon fine.

Lavoro sottopagato e a cottimo: il problema dei rilevatori

Come è potuta succedere una cosa del genere? La storia, in realtà, parte da lontano. Già nel 2024 ci eravamo occupati, proprio qui su Fanpage.it, della questione dei rilevatori pagati cifre molto basse per il loro lavoro. In passato questi lavoratori erano dipendenti Istat con contratto a progetto. Successivamente il servizio è stato esternalizzato e il compenso trasformato in pagamento a cottimo. Due anni fa l’appalto per le rilevazioni delle indagini di Forze di Lavoro e Spese dei Cittadini, che danno rispettivamente il tasso di occupazione e quello di povertà, è stato assegnato alla società Csa Research. E, già allora, tra i circa 400 rilevatori coinvolti, molti avevano rifiutato di firmare il contratto con l'azienda, ritenuto irricevibile per le retribuzioni troppo basse, giudicate non dignitose da sindacati e lavoratori. E sin dall’inizio si temeva che il taglio del 30% dei compensi potesse incidere sulla qualità delle rilevazioni.

Ore di interviste, tentativi a vuoto e centinaia di chilometri per pochi euro

Il compenso per ogni intervista svolta di persona? Ventotto euro lordi, pagati per la maggior parte con ritenuta d'acconto. Una cifra da cui, però, va sottratto il 20% di Iva, oltre alle spese di trasporto: molte rilevatrici si sono dovute spostare anche in comuni diversi, fino a 50 chilometri di distanza. Sopra i 30 chilometri era previsto un rimborso, ma non al di sotto. Non solo. Le interviste venivano retribuite esclusivamente se portate a termine. Questo significa che ogni tentativo andato a vuoto — una persona non trovata in casa, o che chiedeva di rimandare — non veniva pagato. Una rilevatrice ha raccontato di essere tornata quattro volte dalla stessa intervistata prima di riuscire a completare il colloquio. L’intervista è stata poi effettuata il mese successivo: tutti gli spostamenti precedenti, però, non sono stati riconosciuti né retribuiti.

C’è poi il tema della durata: un’intervista può richiedere dai 45 minuti fino a due o tre ore. Si tratta di un lavoro lungo e complesso, a fronte di un guadagno netto alla fine molto basso, non considerato congruo da nessuna delle donne con cui ho parlato.

"Non volevamo rinunciare, ma abbiamo una dignità": la testimonianza di una rilevatrice

“Il contratto prevedeva clausole molto stringenti: la formazione che abbiamo avuto a Roma prima dell’inizio dell’indagine non sarebbe stata pagata se non al raggiungimento di una certa quota di questionari somministrati, e le interviste non sarebbero state pagate se non si raggiungeva una determinata soglia – spiega a Fanpage.it una rilevatrice -. Era una soglia  alta, soprattutto perché, una volta andate sul campo, ci siamo accorte che non era materialmente raggiungibile. Era prevista una scadenza: entro quel termine bisognava lavorare su un certo numero di nominativi e completare un minimo di interviste per ottenere il pagamento della formazione. Questo è stato il primo grande problema”. Nonostante questo, nessuna voleva rinunciare. “Ci siamo sentite parte di qualcosa di grande, di bello. Per questo, nonostante la paga inadeguata, non volevamo mollare e portare a termine il compito”.

Una volta cominciate le rilevazioni sul territorio però, sono sorti i problemi. “È accaduto di frequente che mi abbiano fatto tornare più volte, facendomi fare centinaia di chilometri al mese, per poi decidere di non concedere l’intervista. E, in questi casi, noi non veniamo pagate dall’azienda. E abbiamo così buttato senza nemmeno un rimborso spese benzina, chilometraggio, usura dell’auto, autostrada e tempo". Un’altra criticità ha riguardato le residenze delle donne straniere, che in molti casi non coincidevano con quelle indicate negli elenchi assegnati alle rilevatrici. Un problema tutt’altro che marginale, che ha comportato una notevole perdita di tempo e numerosi spostamenti non retribuiti per le lavoratrici. "La presenza era necessaria anche per superare le barriere linguistiche e utilizzare materiali tradotti. Tuttavia, le anagrafi comunali non erano sempre aggiornate e molte persone straniere non comunicano i propri spostamenti. A questo si aggiungeva, in diversi casi, una scarsa disponibilità a farsi trovare o a collaborare. Ogni nominativo poteva avere fino a cinque sostituti, con un conseguente aumento significativo del carico di lavoro. Inoltre, spesso i comuni indicati non coincidevano con quelli di effettiva residenza, rendendo necessari spostamenti anche molto lunghi. Non solo: anche in assenza di risposta non era possibile registrare un rifiuto immediato, ma era necessario tornare più volte. Questo significava percorrere anche 40-50 chilometri ripetutamente per la stessa persona". Tutto ciò ha generato un accumulo di difficoltà organizzative ed economiche, al punto che molte rilevatrici hanno deciso di abbandonare. "Inizialmente il pagamento era vincolato al raggiungimento di una quota molto elevata, ma dopo alcuni mesi, anche a fronte dei numerosi abbandoni, è stato introdotto un sistema di retribuzione mensile. Resta però un problema sostanziale: venivano riconosciute solo le interviste concluse. Questo significa che, in un mese in cui si sostenevano spese ma non si riusciva a completare alcuna intervista, non veniva rimborsato nulla".

In corso d’opera sono emerse molte altre problematiche. “A un certo punto, ad esempio, ci siamo trovate senza materiale per lavorare. Si trattava soprattutto di cartoline di contatto, una sorta di biglietti da visita da lasciare alle famiglie. Quando hanno smesso di fornircele, ci è stato inviato un file da stampare a nostre spese. Anche in questo caso, il sistema dei rimborsi non era chiaro. Io, per esempio, in un mese ho speso circa quaranta euro in copisteria, ma non avendo completato interviste non ho potuto chiedere alcun rimborso. Lo stesso valeva per le spese di viaggio: poteva capitare di trascorrere un’intera giornata fuori senza riuscire a concludere neanche un’intervista, perché spesso le famiglie non si trovavano o non erano disponibili. Anche i rapporti con i comuni erano complessi: alcuni collaboravano, altri no, e in certi casi non fornivano nemmeno una lettera di presentazione. Io avevo circa 140 nominativi assegnati, ma credo di aver portato a termine forse una quarantina di interviste. Il pagamento era legato esclusivamente a quelle concluse, non ai tentativi né agli spostamenti. Di fatto, si lavorava senza alcuna certezza di ottenere un compenso”.

Le criticità delle interviste domiciliari

C’è poi un’ulteriore criticità emersa nel corso delle rilevazioni svolte di persona. In diversi casi, le rilevatrici si sono trovate a entrare in abitazioni in cui gli uomini si rifiutavano di allontanarsi, non solo da casa ma anche dalla stanza in cui si stava svolgendo l’intervista. In queste situazioni, secondo quanto previsto dalla metodologia di lavoro, avrebbero dovuto interrompere l’attività e andare via. E così è accaduto più volte: le lavoratrici hanno lasciato abitazioni in cui le donne apparivano chiaramente in condizioni di vulnerabilità, senza poter intervenire. In altri casi, sono state le stesse intervistate a chiedere di rispondere alle domande solo in presenza del marito, del compagno, del figlio maschio o della suocera, che di fatto controllavano quanto veniva dichiarato. “Mi sono trovata in varie occasioni in situazioni che mi hanno provocato non solo molto disagio, ma mi hanno anche fatto sentire in pericolo — racconta una rilevatrice —. Tutto questo si sarebbe potuto evitare se, considerata la delicatezza dell’indagine, si fosse deciso fin dall’inizio di convocare le donne in sedi diverse dalle loro abitazioni, senza informare i partner, permettendo loro di parlare in luoghi neutri, protetti e al riparo da orecchie indiscrete. Si poteva gestire meglio”.

Accanto a queste criticità, non sono mancati però anche momenti di forte solidarietà. “Durante le interviste — racconta un’altra lavoratrice — capitava che le madri chiamassero le figlie accanto a sé per farle ascoltare. Era evidente che lo facessero per trasmettere loro che certi comportamenti sono inaccettabili e costituiscono violenza”. In altre occasioni, sono state le stesse rilevatrici a cercare di offrire un aiuto alle donne intervistate: “Mentre ponevamo le domande, con apparente casualità, ricordavamo più volte che il numero antiviolenza è il 1522, in modo che potessero memorizzarlo e utilizzarlo in caso di bisogno”.

L'abbandono dell'indagine da parte delle rilevatrici

Molte rilevatrici, in questo contesto complicato, hanno deciso di abbandonare. Le difficoltà nel portare a termine le interviste erano aggravate anche da un clima di tensione con l’azienda, che sollecitava a concluderle nel minor tempo possibile. Le lavoratrici con cui abbiamo parlato spiegano di non aver mai falsificato i dati dei questionari. “Abbiamo un codice etico molto serio – mi hanno spiegato -, per cui non faremmo mai una cosa del genere. Tanto che quando per noi le condizioni sono diventate irricevibili, abbiamo deciso di lasciare stare e metterci a fare altro”. Secondo quanto appreso da Fanpage.it, i dubbi riguardo le interviste inventate sono emersi dopo che diversi questionari presentavano dati totalmente discordanti rispetto al resto delle rilevazioni. Una discordanza così evidente da costringere l’Istat a richiamare Csa e a comminare una sanzione, ancora in fase di valutazione.

Istat: "Organizzazione del lavoro responsabilità dell'appaltatore"

Abbiamo contattato l’Istat per chiedere chiarimenti sulla vicenda e per sapere se le criticità emerse nel corso dell’indagine fossero state risolte. L’Istituto nazionale di statistica ha risposto che "il contratto relativo all’indagine cui si fa riferimento si è concluso il 31 gennaio 2026. E non sono in corso ulteriori attività di rilevazione nell’ambito di quel contratto. Riguardo all'ipotesi di presunte irregolarità, Istat ha svolto, come fa sempre, attente e puntuali verifiche in merito alla corretta esecuzione del servizio e, in caso di difformità rispetto a quanto stabilito dal contratto, ha formalizzato specifiche osservazioni, alle quali l’appaltatore ha presentato controdeduzioni. Il relativo procedimento è in via di definizione. Infine, riguardo alle condizioni di lavoro denunciate da alcune rilevatrici, Istat conferma il suo presidio rigoroso di verifica della qualità delle rilevazioni con controlli di conformità e strumenti contrattuali di tutela con tutti i soggetti appaltatori di servizio. L’organizzazione del lavoro dei collaboratori dell’appaltatore rientra solo ed esclusivamente nella responsabilità del medesimo. Eventuali criticità vengono verificate e valutate nelle sedi previste dal contratto e dalla normativa applicabile". A oggi, Csa Research continua a collaborare con Istat. L'azienda ha all'attivo numerose rilevazioni per conto dell'ente, tra cui una vinta a febbraio per delle interviste telefoniche. Le condizioni di lavoro dei rilevatori e delle rilevatrici, però, sono sempre le stesse.

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