Il Pd contro la riforma su Roma Capitale: divisioni e tensioni fra i dem dietro l’astensione alla Camera

Astensionismo costruttivo. Così è stata chiamata la linea del Partito Democratico sulla riforma costituzionale per concedere poteri speciali a Roma Capitale. Una mossa, non piaciuta alla premier Giorgia Meloni, che sarebbe il frutto di un compromesso politico fra la segreteria nazionale e il Campidoglio. L'obiettivo: evitare assist al governo e spaccature del partito. Ma, come appreso da Fanpage.it, dietro la linea attendista del Nazareno si nasconderebbe la volontà di "lasciar cadere" la cosa, almeno per questa legislatura.
Astensionismo costruttivo, il compromesso fra Nazareno e Campidoglio
"Continuiamo a parlarne e intanto facciamo una legge ordinaria per garantire risorse economiche a Roma", questa, in sintesi, la posizione espressa anche a Fanpage.it dal deputato Roberto Morassut. A parlarne pochi giorni prima era stato un'altro parlamentare, Claudio Mancini, uomo fidato del sindaco Roberto Gualtieri e punto di riferimento del Pd romano. La soluzione di astenersi durante la prima votazione del disegno di legge di modifica costituzionale che prevede di inserire Roma Capitale fra gli enti costitutivi della Repubblica (affianco a Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni) sarebbe stata presa, secondo quanto appreso da Fanpage.it, perché conveniente per tutti: al Nazareno, perché consente di prendere le distanze dalla destra, e a Gualtieri, perché non viene sconfessato pubblicamente su una legge di cui sente di aver bisogno.
Nel 2027 ci sarà la concomitanza delle elezioni amministrative di Roma e politiche. Per il primo cittadino arrivare alle urne con una legge che porta poteri, risorse e grande rilievo istituzionale sarebbe un colpaccio. Nel partito, però, ci sarebbe malcontento per l'autonomia con cui ha agito e si è rapportato al governo su questo tema fondamentale e una certa prudenza su come avvicinarsi alla grande sfida contro il centrodestra.
Le divisioni nel Partito Democratico
Sarebbero tre le principali linee di faglia all'interno dei dem. La prima è territoriale, con esponenti del Nord – in particolare lombardi – perplessi nel concedere uno statuto particolare a Roma. "Perché non Milano, Venezia, Vigevano…" si chiedono alcuni. C'è anche la memoria di quanto successo con il cosiddetto "Salva Milano", norma spinta dal sindaco Beppe Sala e frenata al Senato anche per l'inchiesta sull'urbanistica nel capoluogo meneghino.
Anche il blocco romano non è coeso. Una divisione che si innesta su quella storica fra "riformisti" e "massimalisti", con visioni molto differenti sul contenuto e sui risvolti della riforma. Se i primi sono convinti della necessità di una legge speciale per Roma e di un approccio bipartisan, i secondi temono che possa portare agli stessi errori fatti su Milano sul tema dell'urbanistica e che, quindi, sia il preambolo di un nuovo "Sacco di Roma", ovvero quella fase di incontrollata speculazione immobiliare che, negli anni Cinquanta e Settanta, ha trasformato radicalmente l'aspetto della città.
Non è un caso che i costruttori vedano di buon grado la riforma. E questo è uno dei motivi per cui Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sono contrari. In vista delle elezioni, il Pd deve procedere con molta cautela. Mostrarsi possibilista e aperto al confronto con il governo, porterebbe gli alleati a irrigidirsi sulle loro posizioni.
Frizioni anche nella maggioranza, ora la discussione si sposta al Senato
Divisioni simili ci sarebbero anche nella maggioranza. La Lega, che forse considera già compromessa la corsa al Campidoglio dell'anno prossimo, non ha grande interesse a spendersi per l'autonomia di Roma. Meloni, invece, vorrebbe andare avanti, per poter dire che la destra sostiene la Capitale mentre la sinistra è divisa e ideologica. Questo per spingere un proprio candidato. Ma chi? Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, sarebbe in pole position ma anche su questo nome ci sarebbero dubbi e divisioni.
Ora si passerà al Senato. Qui gli esponenti romani del Partito Democratico sono pochissimi, per cui è ancora più improbabile una virata rispetto alla linea dell'astensionismo costruttivo. Anzi, si potrebbe temporeggiare fino alle prossime elezioni e magari a un governo di centrosinistra. Tutto evitando strappi con il Campidoglio, anche perché i rapporti fra Gualtieri e la segretaria Elly Schlein non sono semplici, fra termovalorizzatore di Santa Palomba, equilibri interni e ambizioni future. Resta da capire se lo scontro salirà di livello.