Sono passati 77 anni dal 16 ottobre del 1943, giorno in cui avvenne la più grande deportazione della storia d'Italia. Circa 125o persone, di cui 207 bambini, furono portate via dal ghetto di Roma. E più di mille partirono e morirono poi nei campi di concentramento. Da lì torneranno solo in 16, di donne una: Settimia Spizzichino. Nell'edificio Casina dei Vallati al Portico d'Ottavia c'è ancora oggi una lapide in memoria di tutte le vittime.

La mattina del 16 ottobre 1943

Alle ore 5:30 del mattino i tedeschi danno alle famiglie ebree un biglietto. Non entrano sparando o cercando subito l’arresto, ma distribuiscono un avviso con scritte le modalità in cui avrebbero proceduto e l’occorrente necessario alle famiglie per il viaggio: viveri per 8 giorni, carta d’identità, bicchieri, denaro e gioielli.

Le persone coinvolte non sanno ciò a cui stanno andando incontro. Le informazioni non circolano come oggi, non è chiara la situazione. Non si attendono una fine tragica. La maggior parte non conosce la realtà atroce dei campi di concentramento, si pensa che siano campi di lavoro dove sono impiegati solo uomini. Proprio per questo motivo, il 16 ottobre del 1943, molti padri di famiglia che abitano al quartiere ebraico scappano, pensando che avrebbero preso solo loro, mentre donne e i bambini rimangono nelle case. E questo spiega perché quel giorno sono state deportate più donne e bambini che uomini (689 donne e 207 bambini contro 363 uomini).

Nessuno si aspettava il rastrellamento

La comunità ebraica era convinta che non sarebbe avvenuto alcun arresto, poiché 18 giorni prima erano stati consegnati ai tedeschi 50kg d’oro che avevano chiesto per non procedere alla deportazione di 200 ebrei. 50kg che alla fine della guerra furono rinvenuti nell’ufficio del gerarca nazista Kaltenbrunner (Direttore dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich), che rifiutò qualsiasi tipo di accordo e insistette per “l’immediata soluzione del problema ebraico”: ciò a testimonianza della adesione dissennata e incondizionata allo scopo disumano perseguito nazisti.

Chi fu a comando dell’operazione e come avvenne

A capo dell’operazione fu posto Theodor Dannecker. Giovane ufficiale nazista già responsabile della deportazione degli ebrei in Francia, Tracia e Macedonia, che decise di non avvalersi della collaborazione dei fascisti perché diffidava di loro. Di diverso avviso era Kappler, capo della polizia tedesca a Roma, che conosceva la situazione nella capitale e sapeva che la deportazione sarebbe stata più difficile rispetto a quella in altri paesi, dove invece la maggior parte degli ebrei era confinata nei ghetti.

Dannecker decide di impiegare solo forze di polizia tedesche a Roma, più 300 uomini appartenenti all’unità Seeling. Truppe che non erano specializzate, né preparate per una deportazione del genere. Facevano parte del servizio d’ordine e il loro compito era quello di sorvegliare gli edifici occupati dai nazisti. L’incompetenza di queste truppe emerge anche dalle esperienze di coloro che scamparono al rastrellamento: molti raccontano che suonarono ad una porta ma non a quella affianco.

L’ordine proveniente da Hitler era di arrestare 8000 ebrei, la comunità ebraica romana all’epoca contava infatti circa 10000 unità. E l'operazione, dal loro punto di vista, fu considerata un flop: tant’è che lo stesso Dannecker fu processato dal regime.

Nonostante non abbiano partecipato direttamente all’operazione, i fascisti si macchiarono in seguito di un crimine ben peggiore: denunciarono la presenza di ebrei per ottenere denaro. 5000 lire era il prezzo per un uomo, 2000 per le donne e 1500 per i bambini. I deportati finivano prima al campo di concentramento italiano di Fossoli, per poi essere destinati ad Auschwitz.

I diari delle persone che vissero quel giorno

Tra le pagine dei diari di chi visse quel giorno ci sono frasi che riportano alle fasi concitate di quella mattina. “[…] Quando i tedeschi bussavano per le case, non trovando gli uomini, si portavano via tutte le donne e i bambini. Erano scene strazianti a vedersi: donne che urlavano, bambini che piangevano, tedeschi che sbraitavano e sferravano calci per farli camminare. […] Tutte le vie di Portico d’Ottavia erano bloccate dai tedeschi, in modo che per quelli che abitavano nel centro non vi era via di scampo".