
Basta raccontare ancora la favoletta del buon padre di famiglia. Di un padre che amava così tanto suo figlio da ammazzargli la madre. La motivazione che Carlomagno ha fornito nel corso dell’interrogatorio non regge, né da un punto di vista oggettivo, né sotto il profilo emotivo e di funzionamento. Non emergerebbe infatti e viene negato dai legali che seguono la famiglia di Federica, visto che lei non può più difendersi, che la donna volesse chiedere l’affidamento esclusivo del figlio. Al contrario sembra che l’ipotesi avanzata fosse quella di lasciare che il minore rimanesse a vivere nella casa familiare con i genitori che si alternavano per stare con lui. La notte in cui Federica è stata uccisa infatti sarebbe stata l’ultima notte che i coniugi trascorrevano insieme presso quella abitazione.
Per il 9 gennaio Federica aveva in programma di andare al lavoro e poi partire per la Puglia con i suoi genitori e suo figlio per un impegno familiare. Al ritorno sarebbe iniziata l’alternanza. Va specificato inoltre, che al di là del caso specifico, nel corso di una separazione è consuetudine prevedere l’affidamento condiviso. Una soluzione che preserva il diritto in capo al minore, alla bigenitorialità. Ad avere garantita cioè nella sua vita, la presenza di entrambi i genitori. In base alla mia esperienza aggiungo che è molto difficile ottenere l’affidamento esclusivo di un figlio, anche in presenza di elementi di grave pregiudizio per il minore.
La favoletta del padre amorevole non regge, dicevamo, nemmeno sotto il profilo emotivo o di funzionamento. Piuttosto rispecchia una distorsione cognitiva che spesso ritroviamo nei femminicidi o nei maltrattanti. Un bias utilizzato per autoassolversi, per proporsi al mondo come la vittima della situazione. Questo evita l’acquisizione di ogni responsabilità. È la donna, con le sue scelte, che ha armato la mano del suo carnefice, che lo ha messo nella condizione di non avere altra scelta. È inaccettabile.
La motivazione di quanto accaduto, ancora una volta, va ricercata nell’incapacità di questo uomo di accettare la volontà di autodeterminazione della sua ex partner. Nella sua incapacità di tollerare la frustrazione conseguente al rifiuto, alla richiesta di separazione. Un rifiuto che non viene percepito in quanto tale, ma come negazione identitaria di sé. Non c’è nulla di patologico (clinicamente parlando) in tutto ciò. Ribadiamolo. C’è il funzionamento di un uomo egoriferito, che non riesce a vedere gli altri se non in funzione di se stesso. In questa prospettiva egocentrata, Federica diventa il male assoluto, la donna che non aderisce più alle aspettative. Per questo viene uccisa. Il resto passa tutto in secondo piano. Anche il figlio.
Dovremmo avere il convincimento forte e sempre presente che questi minori sono vittime essi stessi di questa violenza, così come le loro madri. Lo sono nei casi in cui vengono costretti ad assistere ai maltrattamenti agiti contro la mamma, lo sono quando vengono utilizzati come strumento di controllo, lo sono quando vengono resi orfani o quando vengono uccisi. Per questo bambino, per gli altri di cui in questi anni abbiamo scritto o dei quali abbiamo parlato o dei quali ci siamo dimenticati, per quelli che stanno subendo oggi e subiranno domani, dovremmo smettere, anche narrativamente parlando, di riportare motivazioni di questo tipo. Perché questo è ciò che le donne si sentono dire ogni giorno, perché anche solo divulgano una notizia si continua a sostenere una cultura collusiva e rivittimizzante.