Producevano e mettevano in commercio prosciutti etichettandoli come italiani al cento per cento e con denominazione di origine protetta ma lo facevano utilizzando sistematicamente carni suine provenienti dall'estero. È quanto hanno scoperto gli inquirenti della Procura di Torino nell'ambito di una maxi inchiesta che ha coinvolto decine di allevatori e aziende in tutta Italia e che ora ha portato i pm  torinesi a chiedere il rinvio a giudizio  per dodici persone e sei aziende piemontesi accusate a vario titolo di associazione a delinquere e frode in commercio. Secondo l'accusa, le aziende infatti si rifornivano di carne di maiale proveniente dalla Danimarca spacciandola però per carne prodotta in Italia.

La richiesta di processo arriva al termine della maxi-inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Torino Vincenzo Pacileo che nei mesi scorsi aveva coinvolto decine di aziende in tutta Italia e interessato , per competenza territoriale, una ventina di procure tra cui quella di Cuneo, Bergamo, Mantova, Reggio Emilia e Pordenone, cioè quelle delle province in cui hanno sede alcune delle società interessate. L’ipotesi è che, aggirando le regole imposte dalla tradizione dei prosciutti italiani più pregiati come quello di Parma, il San Daniele e anche il crudo di Cuneo, alcune aziende abbiano fecondato interi allevamenti di suini con il seme della specie di maiali duroc danese, che risulta estremamente vantaggiosa in quanto cresce rapidamente e con meno mangime. Peccato però che il disciplinare dei prosciutto dop prescrive solo maiale italiano per questioni di conservazione e stagionatura. Nell'ambito della stessa inchiesta, nelle scorse settimane sei persone e due aziende hanno già patteggiato una pena pecuniaria per l'accusa di frode in commercio.