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Opinioni

Violenza e intolleranza contro chi è solidale con la Palestina: le istituzioni fanno finta di non vedere

In questi mesi si sono verificati diversi episodi preoccupanti di intollerenza e violenza contro chi è solidale con la causa palestinese. Ma le istituzioni faticano a riconoscerli e condannarli.
A cura di Valerio Renzi
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In più di un'occasione negli ultimi sei mesi, ho sottolineato sulle pagine di questo giornale il pericolo di un radicalizzarsi di alcuni settori della Comunità ebraica di Roma, in un pericoloso contraccolpo del conflitto in corso a Gaza e della spinta ideologica della destra israeliana.

Abbiamo documentato alcuni episodi di natura diversa, in un crescendo che annunciava che lo scontro poteva farsi pericoloso.

Nelle prime settimane della guerra un botta e risposta di scritte sui muri tra sostenitori della guerra di Israele e gruppi pro palestinesi. In particolare i giovani della comunità ebraica cancellano le bandiere della Palestina e sfregiano scritte tra San Lorenzo e San Paolo, tra Trastevere e Monteverde.

Il 26 ottobre Karem Rohana, influencer italo-palestinese, viene aggredito nel quartiere di Ostiense. Nelle ore precedenti aveva annunciato il suo arrivo nella capitale con diverse stories dall'aeroporto. Dopo averlo seguito in auto, due Smart hanno accostato e i picchiatori sono usciti colpendo a calci e pugni. Sull'episodio è stata aperta un'inchiesta dalla Digos, che non è ancora approdata a nessun risultato.

Passa qualche giorno e raccontiamo un episodio altrettanto preoccupante: un anonimo cittadino appende la bandiera della Palestina al balcone della sua finestra in zona viale Libia. Qualcuno entra, traccia delle minacce sulla porta ma si sbaglia e "colpisce" i vicini che presentano denuncia. Anche in questo caso non succede niente.

Sempre a novembre gli attivisti della Rete Jalla denunciano come sia stato ripetutamente sfregiato il murales dedicato alla giornalista palestinese di Al Jazeera Shiren Abu Akleh, uccisa dall'esercito israeliano mentre faceva il suo lavoro.

I mesi successivi passano in una relativa "calma". Il 25 aprile però a Porta San Paolo la tensione si innesca nuovamente. Da una parte ci sono i manifestanti di diverse sigle della sinistra radicale e dell'associazionismo palestinese, che non vogliono la presenza della Brigata Ebraica nella piazza simbolo della Resistenza romana, dall'altra la Comunità ebraica che non vuole rinunciare a deporre una corona di fiori.

Il servizio d'ordine della comunità si presenta ben nutrito, guanti rinforzati e in diversi casi cappucci e volti coperti. In diversi provano ad arrivare a contatto con la controparte, spintonano gli scudi delle forze dell'ordine. Lanciano oggetti contundenti e diversi petardi. Una attivista che inavvertitamente gli passa vicino rischia di essere picchiata, mentre c'è chi gli urla contro al megafono "devi essere stuprata".

Passa qualche giorno e nel mondo scoppia la mobilitazione in università e campus. Alla Sapienza gli studenti piantano le tende nel "pratone" di fronte al Rettorato, chiedono la fine degli accordi con le università israeliane. È tardo pomeriggio quando un gruppo di giovani, il volto coperto, si dirige sul piazzale antistante la facoltà di Fisica e con le bombolette spray tracciano delle stelle di David, scrivono "Israel" e vandalizzano una targa dedicata a un docente di fisica morto nei bombardamenti di Gaza, apposta per iniziativa degli studenti.

Cosa sarebbe successo se i partecipanti all'azione dal sapore squadrista avessero incontrato uno studente con la kefiah al collo? Probabilmente nulla di buono.

Questo elenco racconta un clima pericoloso, che non è mai stato riconosciuto come tale dalle istituzioni ebraiche romane e da chi è deputato a gestire l'ordine pubblico. Sembrerebbe invece che il mancato interesse a censurare questi episodi abbia il sapore dell'impunità.

Vale la pena ricordare che tanti giovani italiani con la doppia cittadinanza hanno servito e servono nelle file dell'IDF, hanno fatto il servizio militare e sono riservisti, alcuni dopo il 7 ottobre sono stati richiamati. Combattono quindi in un esercito che agisce in territori occupati, accusato di crimini contro la popolazione civile. Qualcuno se ne prende cura quando tornano in Italia? Soffrono di stress post traumatico? Che effetto produce la loro esperienza nella loro comunità di riferimento? Argomenti mai affrontati, anzi un vero e proprio tabù.

Chi scrive in questi anni ha ripetutamente denunciato l'utilizzo da parte di Gabriele Rubini, conosciuto come Chef Rubio, di tropi dell'antisemitismo (ad esempio qui e qui), il suo farsi ripetitore della propaganda iraniana quanto della destra complottista. Chef Rubio non solo afferma cose irricevibili, ma senza dubbio fa più un danno che un favore alla causa palestinese, con il suo estremismo di maniera e i proclami violenti.

Ma questo non può e non deve avere nulla a che vedere con il giudizio su quanto accaduto ieri sera, quando è stato aggredito all'esterno della sua abitazione da un gruppo di cinque o sei persone con sassi e martelli. L'episodio non solo è grave in sé per sé, ma estremamente preoccupante se fosse confermata la matrice politica dell'episodio.

È ora che si cominci ad affrontare a viso aperto quello che si è fatto finta di non vedere troppo a lungo: esiste una radicalizzazione e comportamenti squadristi da parte di alcuni settori della comunità ebraica, che possono tradursi in violenza? Sarebbe ora che lo affrontassero gli apparati che devono tutelare l'ordine pubblico, ma soprattutto le istituzioni (comunitarie e non).

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Giornalista pubblicista e capo area della cronaca romana di Fanpage.it. Ho collaborato prima prima di arrivare a Fanpage.it su il manifesto, MicroMega, Europa, l'Espresso, il Fatto Quotidiano. Oltre che di fatti e politica romana mi occupo di culture di destra e neofascismi. Ho scritto per i tipi di Edizione Alegre "La politica della ruspa. La Lega di Salvini e le nuove destre europee" (2015) e per Fandango Libri "Fascismo Mainstream" (2021).
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