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Opinioni
16 Gennaio 2015
12:46

Unioni gay: come funziona (davvero) in Europa e a che punto siamo in Italia

Mentre la discussione sulle unioni civili è scomparsa dai radar della politica italiana (tanto per cambiare…), proviamo a vedere come funziona nel resto d’Europa. E quali sono i Paesi che ci fanno compagnia nel campo “zero diritti”.
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AGGIORNAMENTO 04 marzo – Anche la Slovenia ha approvato una legge che permette i matrimoni fra persone dello stesso sesso. La proposta, avanzata dal partito socialista (attualmente all'opposizione), è passata con i voti decisivi di centristi e liberali e ora si attende solo la firma del Presidente della Repubblica. La Slovenia è dunque l'undicesimo Paese Europeo ad avere una legge che disciplina le unioni matrimoniali fra persone dello stesso sesso.

Come spesso capita per questioni simili, è bastata qualche vaga promessa del Presidente del Consiglio per far sparire dai riflettori la discussione sui diritti civili. Nel caso dei matrimoni omosessuali, ad esempio, dopo la bufera seguita alla decisione di Alfano di sconfessare le trascrizioni delle unioni contratte all’estero, ci si è accontentati di una generica promessa di una “legge” alla fine del percorso di riforme dell’esecutivo Renzi. Nel frattempo, beh..

Del merito della legge che “avrebbe in mente Renzi” si conoscono le linee guida, sintetizzate nella risposta di Scalfarotto alle tante critiche ricevute: “Ho ricevuto tante mail e sms di persone arrabbiate perché il governo Renzi pensa a una legge che vale ‘solo’ per gli omosessuali, quello che non capiscono è si parla di dare finalmente il diritto anche ai gay di diventare una coppia riconosciuta dalla legge, certo si tratta di un compromesso, una soluzione prudente. Il nostro paese attualmente è alla pari della Bielorussia, ossia non ha nessuna legislazione in materia, con questa soluzione, alla tedesca, saremo sempre in coda al treno ma almeno ci saremo saliti”.

Ecco, si tratta di salire sul treno, nelle vetture di coda. E magari senza nemmeno pagare il “biglietto” dello scontro con “i cattolici” (ormai assurti ad entità quasi misteriosa, eppure onnipresenti nelle discussioni sui diritti civili). Per il momento però, centinaia di persone sono ancora in stazione aspettando che almeno compaia l’annuncio del treno in arrivo. 

Uscendo dalla metafora, peraltro nemmeno felicissima, proviamo a capire come funziona nel resto d’Europa e quali sono le nazioni che ci fanno compagnia nel campo “zero diritti per le coppie gay”. Nel Vecchio Continente (la fonte è un dossier del Servizio Studi del Senato) ci sono alcuni stati che riconoscono il matrimonio fra persone dello stesso sesso: Olanda, Belgio, Spagna, Norvegia, Svezia, Danimarca, Portogallo, Gran Bretagna, Finlandia e Francia. Questo caso specifico è particolarmente interessante, perché, dopo una prima fase (avviata nel 1999) in cui le coppie dello stesso sesso potevano ricorrere al PACS, il patto civile di solidarietà (un istituto giuridico di tipo opzionale governato da una disciplina autonoma), nel 2013 la legge del 17 maggio ha definitivamente introdotto il matrimonio tra coppie omosessuali: da quel momento la disciplina propria dell'istituto matrimoniale (anche riguardo l'adozione) si applica per le coppie omosessuali ed eterossesuali.

Discorso simile anche per l’Inghilterra, dove, dopo circa 10 anni in cui le coppie gay potevano far ricorso alla civil partership (che consentiva anche le adozioni), è stato introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso con il Marriage (Same Sex Couples) del 2013. Come si legge nel dossier del Senato, l’atto “reca inoltre previsioni destinati agli appartenenti a confessioni religiose, escludendo la obbligatorietà della celebrazione del matrimonio tra coppie del medesimo sesso (ciò che rileva in particolare per la Chiesa d'Inghilterra, il cui canone contempla solo matrimoni tra persone di sesso diverso)”.

Fin dal 2005 è invece possibile in Spagna il matrimonio tra persone dello stesso sesso, con la sostituzione dei termini “marito e moglie” con “coniugi” e “padre e madre” con “genitori”: infatti, il matrimonio “ha gli stessi requisiti ed effetti nel caso in cui i contraenti siano dello stesso sesso o di sesso opposto” ed è possibile sia l'adozione congiunta da parte delle coppie omosessuali, sia la coadozione, cioè l'adozione da parte del coniuge della madre o del padre del bambino.

Come detto, nel campo "zero diritti" siamo in buona compagnia: oltre all’Italia a non riconoscere le unioni registrate fra persone dello stesso sesso sono Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia.

È ovviamente interessante capire come funziona invece il “modello tedesco”, al quale il Governo dovrebbe / potrebbe ispirarsi. In Germania vige l'istituto giuridico della "convivenza registrata" che è rivolta “esclusivamente” alle coppie omosessuali e che presenta alcune differenziazioni rispetto al matrimonio. In pratica per avere accesso all’istituto serve una dichiarazione formale davanti all’autorità di voler “convivere a vita”, accettando formalmente gli obblighi che ne derivano. I conviventi (che possono scegliere un cognome in comune) hanno l’obbligo di assistenza e sostegno reciproci, di contribuire attivamente al sostegno del nucleo familiare e di mettere in comunione i loro beni (salvo apposito contratto “di convivenza”, simile a quello prematrimoniale in pratica). I diritti di successione sono identici a quelli del matrimonio, con la possibilità anche di un testamento congiunto; i diritti di cittadinanza sono egualmente garantiti, così come i ricongiungimenti familiari; i conviventi acquistano diritti anche per quel che concerne la pensione di reversibilità e sono obbligati al mantenimento nel caso dello scioglimento della convivenza (per il quale è necessaria sentenza del giudice). Da un punto di vista fiscale, proprio negli ultimi mesi è stata approvata la legge che equipara le famiglie omosessuali a quelle etero e che ha come unico discrimine la presenza di figli.

La procreazione medicalmente assistita non è permessa per le coppie gay, ma è riservata alle “coppie sposate o alle donne nubili che hanno una relazione stabile con un uomo che si impegna a riconoscere la paternità del nascituro”. È permessa l’adozione “all’interno della coppia”, con il convivente che ha la possibilità di adottare il figlio naturale dell’altro (nel caso in cui non vi sia la presenza dell’altro genitore naturale). In ogni caso il convivente ha diritto di “intervenire” nell’educazione del bambino, nel caso in cui il partner ne abbia l’affidamento esclusivo. Anche i rapporti di parentela vengono “trasferiti” tra i conviventi e permangono anche allo scioglimento della convivenza.

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