È la storia che si sta occupando di spazzare via ipocrisia e oscurantismo. È l’inesorabile progresso civile e culturale che sta cambiando nel profondo il modo di pensare delle persone, contribuendo a eliminare barriere e confini. Le cose stanno andando nella “giusta” direzione ovunque, malgrado i colpi di coda del conservatorismo in tema di diritti civili e libertà personali siano ancora un problema con il quale fare i conti.

La legge, mai come questa volta, è una conseguenza del cambiamento delle mentalità, non il suo motore.

Che piaccia o meno agli ultimi giapponesi nella foresta dell’oscurantismo, la realtà è rovesciata rispetto alle narrazioni dell’odio, della paura. Nella quotidianità, le barricate che dipingono nei talk show o in Parlamento semplicemente non esistono. Nel Paese reale non c’è una guerra, non ci sono eserciti pronti a scendere in campo “contro” l’amore di due persone.

C’è qualche irriducibile, che legittimamente pensa di poter imporre una propria tesi alle singole esperienze individuali. Ci sono i monopolisti della morale, su questo come su altri temi. E c'è qualcuno che della lotta "contro" i diritti degli altri ha fatto una ragione di vita.

Ma la narrazione e il dibattito pubblico a essa legato, nascondono anche tanta, troppa ipocrisia. Quella di chi urla al “tema divisivo che richiede tempo e tempo e ancora tempo”, ma che in realtà vuole che le cose restino così come sono. Quella di chi si appella alle “sensibilità”, sempre le proprie o dei proprie sodali ovviamente, mai quelle di chi vive sulla propria pelle discriminazioni e limitazioni. Quella di chi ha sempre utilizzato le parole “etica”, “morale”, “religione”, “rispetto”, in maniera strumentale e interessata, facendone una battaglia politica, mai di merito.

Louis CK, un comedian statunitense, in un suo celebre monologo rispondeva alla domanda di una mamma che chiedeva “come avrebbe fatto” a spiegare al proprio bambino perché due uomini potessero sposarsi: “E io che ne so? È il tuo … di bambino! E io dovrei impedire a due persone di amarsi e sposarsi perché tu non vuoi perdere 5 minuti della tua vita a parlare con tuo figlio?”. Ecco. Parlate con i vostri figli, scoprirete che c'è una nuova generazione che problemi di questo tipo semplicemente non se li pone nemmeno. Che è avanti, e su gambe più solide delle nostre.

Oggi è un giorno di festa, forse. È sicuramente un giorno in cui ci sentiamo “un po’ più uguali” (e ci perdonerete l’ossimoro).

Il ritardo con il quale celebriamo questa giornata, quella in cui finalmente consentiremo a due persone che si amano di vivere insieme senza “impedimenti”, e i limiti stessi della legge approvata, però, sono lì a ricordarci quanta strada c’è ancora da fare. Perché è chiaro che questa sia una buona legge, ma non sufficiente. È l'esito di un percorso parlamentare complesso, nel quale probabilmente "ci siamo fatti fregare" e abbiamo visto mutilare un testo ben più completo. È evidente che non sia "il massimo che potessimo sperare", ma un compromesso accettabile. Per il momento, ci sentiamo di aggiungere.

Evidentemente, la fede nel progresso, la fiducia nella storia come vento che spazza il campo da ipocrisia e pregiudizi, non può e non deve diventare un feticcio. Perché la battaglia culturale è quella che combattiamo ogni giorno, rifiutando categorie e schematismi, rispettando le scelte individuali, praticando la libertà di espressione e predicando tolleranza e rispetto per la sfera privata della persone.