Nei prossimi giorni sarà istituita per legge la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, con il via libera del Senato della Repubblica al testo già approvato dalla Camera dei deputati. La volontà è quella di “conservare e di rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria” e si propone di organizzare iniziative nelle scuole e sul territorio nazionale al fine di “sensibilizzare l’opinione pubblica alla solidarietà civile nei confronti dei migranti, al rispetto della dignità umana e del valore della vita di ciascun individuo, all’integrazione e all’accoglienza”.

Lasciamo stare per una volta i discorsi sul senso e sul valore delle giornate celebrative, che troppo spesso diventano il tempio della retorica e dei sentimenti un tanto al chilo. Il punto è quello che stiamo facendo, è ciò che stiamo fingendo di non vedere: la tragedia che si sta consumando a pochi chilometri da noi, ai confini dell'Europa, ai confini di quella che dovrebbe essere la casa comune, il luogo della democrazia, della tolleranza, della solidarietà.

Perché se da mesi l'Italia è fuori dall'emergenza (e lo è, lo dicono i numeri), il dramma dei migranti e dei profughi è ancora una ferita che sanguina sulla rotta balcanica. Migliaia di disperati ai quali sbarriamo la strada, migliaia di esistenze in pericolo cui ci rifiutiamo di tendere la mano, migliaia di vite in ostaggio di calcoli politici, strumentalizzazioni elettoralistiche e interessi economici.

Parallelamente è già cominciato un processo di "rimozione", teso a nascondere alle nostre coscienze quella che è la verità: siamo tutti, tutti noi, responsabili di questo dramma. Lo siamo perché non abbiamo la consapevolezza della gravità delle scelte che i nostri governanti stanno prendendo. Lo siamo perché ci siamo lasciati affascinare dalla paura, abbiamo rimesso in discussione i nostri principi e le nostre certezze sotto la spinta emozionale del "pericolo invasione", dell'allarme terrorismo, del terrore malattie. Lo siamo perché in fondo ci sentiamo al riparo dietro ai nostri muri di filo spinato. Lo siamo perché pensiamo che la cosa, in fin dei conti, non ci riguardi e che non tocchi a noi dare risposte.

Scriveva Bauman qualche tempo fa:

La vista migliaia di persone sradicate accampate alle stazioni provoca uno shock morale e una sensazione di allarme e angoscia, come sempre accade nelle situazioni in cui abbiamo l’impressione che “le cose sfuggono al nostro controllo”. Gli immigrati ci ricordano in un modo irritante, quanto sia fragile il nostro benessere, guadagnato, ci sembra, con un duro lavoro. E per rispondere alla questione del capro espiatorio: è un’abitudine, un uso umano, troppo umano, accusare e punire il messaggero per il duro e odioso messaggio di cui è il portatore. Deviamo la nostra rabbia nei confronti delle elusive e distanti forze di globalizzazione verso soggetti, per così dire “vicari”, verso gli immigrati, appunto

Deresponsabilizzazione, egoismo, paura, o al massimo indifferenza: questo è ciò che stiamo dando a chi ha bisogno di aiuto. E ci ripetiamo, forse per autoconvincercene, che la colpa sia solo dei nostri governanti, della politica che non agisce, dimenticando che a guidare i processi, a determinare scelte, è, può essere, deve essere l'opinione pubblica.