Statali, approvata la riforma PA che limita i premi in busta paga. Casu (Pd): “Così si blocca il merito”

Può esistere il merito se una legge stabilisce in anticipo che soltanto una parte dei lavoratori potrà essere considerata "eccellente"? Questa è la domanda che segue il ddl Merito, una legge sulla valutazione delle performance nella Pubblica amministrazione, fortemente voluto dal ministro per la PA Paolo Zangrillo, varata un anno fa dal governo e approvata ieri dal Senato con 86 sì e 59 no. La riforma introduce un nuovo tetto al numero di dipendenti che può ottenere valutazioni eccellenti, e quindi accedere ai premi individuali più ‘ricchi' in busta paga.
L'obiettivo dichiarato del governo è superare quella che viene definita la "cultura dell'appiattimento", premiando davvero chi ottiene i risultati migliori e rendendo più efficiente la macchina dello Stato. L'opposizione, però, legge il provvedimento in maniera completamente diversa. Fanpage.it ha intervistato Andrea Casu, deputato del Partito democratico, secondo cui c'è il rischio che il merito generi frustrazione e divisione tra i lavoratori. Finendo per mettere in competizione negli uffici pubblici chi, invece, dovrebbe collaborare. "Noi non siamo contro il merito. Siamo contro un'idea di merito che finisce per mettere i lavoratori uno contro l'altro", ha detto Casu.
Il nuovo meccanismo per limitare i premi individuali in busta paga agli statali
Il cuore della riforma è il nuovo sistema di valutazione delle performance, un tetto massimo alla quota di dipendenti che possono ottenere le valutazioni più elevate: non potrà superare il 30%. Per il governo, il principio è semplice: evitare che tutti ricevano il massimo dei voti, superando quella che viene considerata una valutazione troppo uniforme delle performance. Eppure, è proprio questo il punto che concentra gran parte delle critiche.
"Si crea un vero e proprio blocca-merito", sostiene Casu. "Se tutti raggiungono gli obiettivi fissati, non potranno essere riconosciuti come meritevoli. Si decide prima quanti possono eccellere, non dopo aver valutato quanto hanno realmente lavorato". È una critica che va oltre il piano politico e riguarda il concetto stesso di merito. Con la nuova disciplina, il merito assume un'altra natura: non conta soltanto il proprio rendimento, ma anche quello dei colleghi.
Se il numero massimo di lavoratori premiabili è già fissato, qualcuno resterà inevitabilmente escluso, anche se questo ha conseguito gli stessi obiettivi degli altri. Una logica che Casu sintetizza così: "È come il gioco delle sedie. Se ci arrivi tu, non ci posso arrivare io". E ancora: "Quando si parla di elezioni, la maggioranza difende i premi di governabilità. Nella Pubblica amministrazione, invece, le quote vengono usate per fare il contrario: limitare il numero di persone che possono essere premiate".
Niente nuovi fondi: "Dipendenti messi in competizione tra loro"
C'è poi un altro nodo che attraversa tutta la discussione parlamentare: quello delle risorse economiche. Il disegno di legge non prevede infatti nuovi stanziamenti destinati ai premi, significa che i "bonus merito" continueranno ad essere distribuiti con fondi già esistenti. Secondo l'opposizione e le principali organizzazioni sindacali ascoltate durante le audizioni parlamentari, questo produce un effetto preciso: per premiare alcuni lavoratori, verranno utilizzate risorse che fino a oggi spettavano a tutto il personale.
La CGIL ha parlato di una misura che rischia di "penalizzare il restante 70% più che premiare positivamente i migliori", osservando come, in assenza di finanziamenti aggiuntivi, "la loro eccellenza sarà pagata dagli altri con la propria quota di salario accessorio". La CISL ha messo in guardia dal rischio di una "maggioranza forzosamente demotivata", mentre la UIL ha richiamato il principio secondo cui il merito dovrebbe essere riconosciuto "a tutti coloro che raggiungono gli obiettivi prefissati, non a una percentuale predeterminata".
È proprio su questo punto che Casu costruisce una delle sue obiezioni principali: "Così si mettono i lavoratori in competizione diretta per lo stesso premio. Non si lavora più per migliorare il servizio ai cittadini, ma per superare il collega". La questione quindi non è soltanto economica ma organizzativa, il risultato della pubblica amministrazione dipende spesso dal lavoro di squadra, se il collega diventa il tuo concorrente diretto, il rischio è che ognuno inizi a pensare prima al proprio punteggio che al funzionamento dell'ufficio.
Meno peso ai concorsi, più alle valutazioni personali dei dirigenti
Nei suoi interventi alla Camera sul ddl, Casu ha ribadito più volte l'importanza dell'articolo 97 della Costituzione, che parla dell'imparzialità della Pubblica amministrazione, ma soprattutto ricorda che agli impieghi pubblici si accede tramite concorso. Secondo il deputato, alcune norme del ddl rischiano di spostare il peso della selezione verso valutazioni interne e giudizi dei dirigenti.
"La crescita professionale è giusta", spiega a Fanpage.it. "Ma deve essere costruita con formazione, criteri trasparenti e verificabili, non affidata alla discrezionalità." Il timore è che il sistema finisca per dare sempre più peso al giudizio della gerarchia, mentre la Costituzione ha costruito il concorso pubblico proprio per limitare il rischio di favoritismi: "Si parla di spirito di sacrificio. Ma sacrificio verso chi? Verso il ministro? Verso il dirigente?", ha chiesto il deputato in Aula.