Record storico per la difesa: l’Europa torna ad armarsi e trascina la spesa militare mondiale

Il mondo torna a investire massicciamente nelle armi, ma il dato che meglio racconta questo cambio d'epoca non arriva dalle superpotenze storiche, arriva dal cuore del Vecchio Continente. Secondo l'ultimo rapporto del SIPRI, solo nel 2025 la spesa militare globale ha toccato la cifra astronomica di 2.887 miliardi di dollari: è l'undicesimo aumento annuo consecutivo, segno inequivocabile di un pianeta in tensione. La vera notizia, però, è la sterzata dell'Europa, protagonista di una corsa che non si vedeva da decenni.
Il ritorno del riarmo nel cuore d'Europa
Per oltre trent'anni, dopo la caduta del Muro di Berlino, l'Europa si è cullata nell'illusione di una pace perpetua. È stata l'era dei "dividendi della pace": i governi hanno progressivamente tagliato i fondi alla difesa per concentrarli su welfare, infrastrutture e integrazione economica, delegando la propria sicurezza all'ombrello strategico degli Stati Uniti.
Bene, ora quel ciclo sembra essersi bruscamente interrotto. La combinazione tra l'invasione russa dell'Ucraina, la frattura diplomatica con Mosca e le pressanti richieste di Washington verso gli alleati ha imposto una nuova, dura agenda. Oggi, la spesa militare non è più vista come una voce di bilancio d'emergenza, ma piuttosto come una necessità strutturale e permanente. Termini come "deterrenza", "autonomia strategica" e "capacità industriale della difesa" sono passati dai manuali di geopolitica ai documenti finanziari dei ministeri, traducendosi in miliardi di euro sottratti ad altri capitoli di spesa.
Germania e Spagna guidano la corsa
In questo scenario, la Germania rappresenta il cambiamento più simbolico. Berlino ha rotto il tabù della prudenza militare che durava dal secondo dopoguerra, portando la sua spesa a 114 miliardi di dollari (+24%). Per la prima volta dal 1990, la Germania ha superato la soglia del 2% del PIL dedicata alla difesa, un traguardo che segna una vera e propria metamorfosi politica. Ancora più sorprendente è il caso della Spagna, che ha registrato il balzo percentuale più imponente del continente: un incredibile +50% in un solo anno, raggiungendo i 40,2 miliardi di dollari. Il fatto che anche Madrid abbia superato la soglia del 2% del PIL (non accadeva dal 1994) dimostra che la percezione del rischio non riguarda più solo i Paesi che confinano con la Russia, ma l'intera architettura europea.
L'Italia accelera: +20% in un anno
Anche l'Italia ha deciso di premere sull'acceleratore, inserendosi con forza in questa nuova corsa alle armi. Nel 2025, la nostra spesa militare è balzata a 48,1 miliardi di dollari, un aumento secco del 20% in un solo anno che ci ha catapultati al dodicesimo posto tra le potenze mondiali. Ma oltre alla cifra record, c'è anche una sfida tutta interna che agita i corridoi della politica: come giustificare questi costi senza che i cittadini e le cittadine ne risentano troppo? Il governo si trova davanti a un vero e proprio gioco d'incastri contabili. Per raggiungere l'ambizioso obiettivo del 2% del PIL richiesto dalla NATO, Roma sta provando ad "allargare il perimetro" della difesa. In parole povere, l'idea è questa: se investiamo miliardi per proteggere i cavi internet sottomarini che ci portano i dati, o i gasdotti che ci riscaldano le case, perché non considerare questi soldi come "spesa militare"? È un tentativo di prendere due piccioni con una fava. Da una parte, l'Italia vuole dimostrare agli Stati Uniti e alla NATO di essere un alleato affidabile e generoso; dall'altra, cerca anche di evitare che questi miliardi vengano semplicemente "bruciati" in armamenti, provando invece a dirottarli su industrie e tecnologie che servano anche alla vita civile del Paese. La scommessa è sostanzialmente quella di trasformare il riarmo in un motore per l'economia nazionale, cercando un equilibrio difficilissimo tra la necessità di proteggere i confini e quella di non lasciare a secco ospedali e scuole.
Un fenomeno globale, non solo europeo
Il riarmo, naturalmente, non si ferma ai confini europei. La Cina, seconda potenza militare per spesa, sale a 336 miliardi di dollari e registra il trentunesimo aumento consecutivo. In Asia e Oceania la crescita complessiva è dell'8,1%, la più alta dal 2009, trainata dalle tensioni attorno a Taiwan e dal riarmo di Giappone e altri alleati regionali di Washington. Gli Stati Uniti restano saldamente al primo posto con 954 miliardi di dollari, nonostante una flessione temporanea legata allo stop di nuovi aiuti militari a Kiev nel corso del 2025. Insieme a Cina e Russia concentrano oltre la metà dell'intera spesa mondiale.
Il prezzo della sicurezza
Dietro le statistiche del SIPRI si cela un dilemma etico e politico che i governi europei non possono più ignorare. Finanziare il riarmo significa, inevitabilmente, affrontare una stagione di scelte dolorose. In un'epoca segnata da risorse limitate e debiti pubblici pesanti, ogni miliardo destinato a nuovi carri armati o sistemi missilistici d'avanguardia finisce per entrare in rotta di collisione con i fondi necessari per la sanità, la scuola, i salari e la transizione ecologica. L'Europa, che per decenni si è presentata al mondo come l'unica "potenza civile" capace di ripudiare la forza, si riscopre oggi nuda e vulnerabile. Ce lo raccontano i dati del 2025, che non descrivono solo un aumento di spesa, ma tracciano il profilo di un continente che ha bruscamente smesso di sognare un mondo senza armi. La realtà dei conflitti ai confini ha infranto le vecchie certezze, costringendo le capitali europee a riaprire i magazzini militari e a rimettere in moto le fabbriche di munizioni. Quello che vediamo oggi è insomma un continente che accetta di tornare a indossare l'elmetto, rassegnandosi all'idea che la pace non sia più un diritto acquisito, ma un bene costoso da difendere preparandosi agli scenari più bui della storia contemporanea.