Come spiegato più volte, aderire a "quota 100" per andare in pensione anticipata potrebbe non essere poi così conveniente per molti lavoratori. Chi andrà in pensione nel 2019 con quota 100, infatti, rischia di vedersi ridotto l'assegno anche del 22%, a seconda del numero di anni di anticipo che deciderà di prendersi rispetto agli attuali 67 anni previsti dalla legge Fornero.

Come spiega Enrico Marro sul Corriere della Sera, "chi nel 2019 andrà in pensione anticipata con il meccanismo di «quota 100» percepirà un assegno decisamente più basso di quello che avrebbe preso aspettando di lasciare il lavoro secondo le regole attuali, anche se lo riscuoterà per più anni. La perdita sarà maggiore rispetto alla pensione di vecchiaia, quella che si otterrà l’anno prossimo con 67 anni d’età (e 20 di contributi), oscillando da un minimo di circa il 16% a un massimo del 22,3%. Ma l’assegno sarà più leggero anche rispetto al regime attuale di pensione anticipata (nel 2019, 43 anni e 3 mesi di contributi, indipendentemente dall’età; un anno in meno per le donne). In questo caso la perdita andrà dal 3 al 22,3%" al netto delle tasse. Secondo indiscrezioni, inoltre, quota 100 potrebbe essere a tempo determinato, ovvero durare solamente tre anni per poi passare a quota 41 (anni di contribuzione versati) per tutti nel 2022-2023.

Insomma, più la riforma quota 100 va delineandosi e più appare chiaro come l'anticipo dell'età pensionabile non sia poi così conveniente per i lavoratori che ne usufruiranno.Nel dossier "Barometro Cisl" curato da Maurizio Benetti si spiega che questi tagli agli assegni sono inevitabili, perché frutto dei minori anni di contributi versati e del coefficiente di calcolo sul montante contributivo che è più basso quanto più si anticipa l’età di pensionamento. Queste penalizzazioni, unite al divieto di cumulo con altri redditi, potrebbero spingere molti lavoratori a non ritenere conveniente l’uscita anticipata, andando in maniera naturale a restringere la platea beneficiaria dei lavoratori interessati all'anticipo.

Ciò che lascia perplesso il sindacato non è tanto la riduzione della pensione, ma il fatto che «quota 100» sarà permessa a partire da un alto livello di contributi: 38 anni, ai quali si sommerà un’età minima di 62 anni. Ma anche salendo a 63-64-65 e 66 anni, il paletto dei 38 anni resterà fermo, articolando quota 100 in 101 (63+38), 102 (64+38) e così via. Si tratta, osserva Benetti, di «un canale di uscita riservato ai lavoratori “forti”», soprattutto uomini e dipendenti pubblici. Tanto più se si pensa a tutti coloro che potranno uscire avendo fra 38 e 42 anni di contributi, con 62 anni d’età. I vantaggi di quota 100 «in termini di anticipo dell’uscita iniziano per chi è entrato al lavoro intorno ai venti anni»,chi lo ha fatto prima può infatti uscire con le norme più favorevoli riservate ai cosiddetti «precoci». «Il massimo vantaggio rispetto alla pensione anticipata (5 anni e 3 mesi) lo ha chi è entrato al lavoro a 23-24 anni». Dai 24-25 anni «il vantaggio va misurato rispetto alla pensione di vecchiaia dato che prima non si hanno i requisiti contributivi per la pensione anticipata. Il vantaggio è decrescente fino ad annullarsi per chi è entrato al lavoro a 28 anni.