Quanto guadagna lo Stato con le accise sui carburanti e perché il governo Meloni non le abbassa
Le accise sui carburanti sono delle imposte che i cittadini pagano nel momento in cui fanno rifornimento, e che poi vengono versate allo Stato. Per ogni litro di benzina e gasolio, circa la metà del costo è formato da Iva e accise. E le casse pubbliche ne beneficiano parecchio: le accise valgono circa 26-27 miliardi di euro all'anno. Ora che il governo Meloni sta per attivare il meccanismo delle accise mobili, è utile spiegare come funzionano effettivamente le accise, quanti soldi portano allo Stato e perché tagliarle è spesso considerata una scelta difficile.
Come funzionano le accise su benzina e diesel
Oggi – in attesa che il governo Meloni decida come muoversi sulle accise mobili – per benzina e diesel le accise hanno lo stesso costo: 672,90 euro ogni mille litri; ovvero, per chi fa rifornimento, circa 67 centesimi al litro. Si tratta di un livello raggiunto nel tempo, con numerose variazioni.
Spesso si dice che le accise si siano accumulate nel tempo e che "stiamo ancora pagando", per esempio, le accise la crisi di Suez del 1956 o per il terremoto in Irpinia del 1980. Anche se storicamente è vero, tecnicamente non è più così. Nel 1995, infatti, tutte le varie accise che erano state aggiunte negli anni sono state trasformate in un'unica accisa, senza più motivazioni specifiche.
Nella storia della Repubblica, il primo aumento arrivò nel 1956 per fare fronte alla già citata crisi dello stretto di Suez. Il secondo intervento fu sette anni dopo, per il disastro del Vajont. E poi nel 1966 per raccogliere fondi da usare per rimediare all'alluvione di Firenze. Nel 1968 il terremoto del Belice, nel 1976 il terremoto del Friuli e nel 1980 quello dell'Irpinia. Infine, nel 1983, la missione dell'Onu in Libano richiese di alzare ancora una volta le accise, e di ben dieci centesimi.
Nel 1995, come detto, tutte queste aggiunte progressive furono uniformate in un'unica imposta sul carburante. Questo non significa, però, che da allora non siano più state aumentate, anche riferimento a scopi specifici. Anzi, quasi subito, in occasione della missione Onu in Bosnia del 1996, ci fu un rialzo di 1,14 centesimi. Ci sarebbero stati altri scatti nel 2004 (per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri), 2005 (per finanziare l'acquisto di autobus ecologici), 2009 (il terremo dell'Aquila), ben quattro nel 2011 per fare fronte a diversi aspetti della crisi economica, un altro nel 2012 (terremoto dell'Emilia), e infine due nel 2014 per finanziare il bonus Gestori il decreto Fare. Insomma, anche se tecnicamente non è più vero che paghiamo le accise legate a eventi del passato – perché si tratta sempre di un'imposta unica, e non di accise extra aggiunte man mano – il meccanismo è rimasto molto simile al passato.
Quanto incassa lo Stato grazie alle accise sui carburanti
Negli ultimi anni, anche a causa di due crisi energetiche ravvicinate, non si è più parlato di un aumento delle accise ma, piuttosto, di un loro taglio. Anche se dif atto, con il "riequilibrio" varato dal 1° gennaio di quest'anno, il governo Meloni ha alzato le accise sul gasolio. Pochi mesi dopo, è scoppiata la guerra in Iran lanciata da Stati Uniti e Israele e ha avuto il via un nuovo caro energia che sta facendo sentire i suoi effetti e non sembra prossimo alla fine. E così l'esecutivo è stato spinto a tagliare temporaneamente le accise: prima sia sulla benzina che sul gasolio, poi solo sul diesel.
Dal 6 ottobre gli sconti sono finiti, e il meccanismo delle accise mobili promesso dal governo non è ancora scattato. Oggi, giovedì 8 ottobre, in media un litro di gasolio alla pompa fuori dall'autostrada costa 2,261 euro. Per la benzina, il prezzo medio è di 2,037 euro al litro. Facendo una stima basata sui numeri che il ministero dell'Ambiente aggiorna ogni settimana, si può dire che la metà del prezzo è formata dalle tasse. Circa 67,3 centesimi al litro per le accise, e circa 37-41 centesimi (a seconda che si parli di benzina o diesel, rispettivamente) di Iva. Se non ci fossero imposte, la super costerebbe 1,026 euro al litro e il gasolio 1,240 euro al litro.
Infatti, nei bilanci pubblici le accise pesano parecchio. Lo Stato incassa, per le accise sui carburanti (che includono anche Gpl, metano e così via), circa 26-27 miliardi di euro ogni anno. Più di Imu e Tari, più del bollo auto, più di quasi tutte le imposte a eccezione di quelle principali, ovvero Irpef, Iva e Ires.
Perché il governo Meloni ha smesso di rinnovare il taglio delle accise
Per questo, tutti i governi sono molto esitante a tagliare le accise. Si tratta di un'operazione che, a seconda dell'entità del taglio, può costare miliardi di euro per un periodo di poche settimane. E i suoi vantaggi economici, secondo la maggior parte delle organizzazioni più autorevoli, sono molto contenuti. A beneficiare del taglio delle accise sono tutti, anche quelli che potrebbero permettersi di pagare qualche euro in più per il pieno. E anzi, tendenzialmente le famiglie più benestanti sono anche quelle che consumano più carburante, e quindi risparmiano maggiormente grazie al taglio.
Senza contare che, a prescindere dalle accise, il prezzo dei carburanti non è quasi mai determinato dalle decisioni di singoli governi. Si tratta di una misura-tampone per guadagnare tempo, sperando che le cose cambino. Ma se, dopo sei mesi di tagli, la guerra in Iran continua, il risultato è che il governo si trova ad aver speso miliardi di euro e con prezzi alla pompa ancora molto alti. Il meccanismo delle accise mobili prospettato dal governo Meloni dovrebbe servire proprio a questo: mostrare un impegno continuo, limitando la spesa pubblica, in attesa che il costo internazionale dell'energia scenda.