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Opinioni

Più nascite ma meno diritti per le donne: ecco il modello Ungheria che piace tanto a Giorgia Meloni

Quando va all’estero Giorgia Meloni trasforma l’abituale retorica familista dei buoni sentimenti in parole dure, chiave e inequivocabili: per la premier, difendere le famiglie “significa difendere l’identità, Dio e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà”. E prende l’Ungheria di Viktor Orban come modello: un Paese dove aumenta la natalità – è vero – ma diminuiscono i diritti delle donne.
A cura di Jennifer Guerra
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Ormai è chiaro che Giorgia Meloni preferisce dire quello che pensa realmente quando si trova lontano dall’Italia, in contesti che facciano da cassa di risonanza delle sue idee, senza nessuno che la contesti o la contraddica. Lo fece lo scorso anno in Spagna quando, non ancora premier, andò a sostenere la candidata del partito di estrema destra Vox Macarena Olona, pronunciando un discorso pieno di “sì alla famiglia” e “no alla lobby LGBTQ+”. Lo sta facendo ora, dal palco del Demographic Summit di Budapest, in compagnia del suo omologo Victor Orban. All’estero, l’abituale retorica familista dei buoni sentimenti si trasforma in parole dure, chiave e inequivocabili: per la premier, “serve una grande battaglia per difendere le famiglie: significa difendere l'identità, difendere Dio e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà”.

Quali sono le strategie messe in campo per questa battaglia? Il modello ungherese, a cui Meloni in questi giorni ha esplicitamente detto di ispirarsi. Secondo il quotidiano Politico, l’Ungheria spende il 5% del suo Pil per l’aumento delle nascite e ha messo in campo diverse iniziative, dall’esenzione delle tasse per chi ha più di quattro figli, agli assegni per i nuovi nati, fino alle cliniche per la fertilità finanziate dallo stato. In effetti l’Ungheria è riuscita ad aumentare il tasso di natalità, passando in pochi anni dall’1,2 nati per donna (valore simile a quello italiano attuale) a 1,6. Ma non sono solo gli incentivi a pioggia – una delle misure più amate dal nostro governo – ad aver contribuito all’impresa. Da anni, con il supporto di molte organizzazioni conservatrici religiose e non, l’Ungheria ha avviato una campagna di esaltazione dei valori tradizionali e di opposizione alla comunità LGBTQ+ e all’aborto. Non solo a parole, ma anche a colpi di leggi e decreti: a settembre dello scorso anno il Paese ha introdotto nuove restrizioni sull’interruzioni di gravidanza, obbligando le donne a sentire il battito del feto prima di sottoporsi alla procedura.

Se il tasso di natalità aumenta, i diritti delle donne diminuiscono in un Paese che è già al penultimo posto in Europa per parità di genere: la commissaria del Consiglio d’Europa Dunja Mijatovic, durante la sua ultima visita nel 2019, ha rilevato che l’Ungheria sta “tornando indietro” e che le politiche autoritarie di Orban hanno impattato negativamente sul lavoro delle Ong che tutelano le donne. La commissaria ha anche riportato le parole del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, secondo cui “una forma conservatrice di famiglia, la cui protezione è garantita come essenziale per la sopravvivenza nazionale, non dovrebbe essere messa in un equilibrio svantaggioso rispetto ai diritti politici, economici e sociali delle donne e al loro empowerment”. Meloni si guarda bene dal cadere nello stesso errore, e infatti nel suo discorso ha ricordato che: “Per spingere il tasso di natalità non occorre scoraggiare le donne dal lavoro, come se fossero destinate a sacrificare o la maternità o il lavoro”. Tutto si basa sulla libera scelta, per lei, purché sia quella della maternità: “Questo è ciò che significa la vera libertà, poter scegliere e poter avere una vita piena perché i bambini rendono le donne più forti anche nel lavoro che svolgono, non sono un limite”.

Una cosa, però, resta in comune nei due approcci, ed è la ferma precisa di agire sull’immaginario. Secondo la presidente, “una delle ragioni di questa crisi [demografica] è come viene affrontata la questione dal punto di vista dei media. Pensiamo ai modelli sociali che vediamo in televisione e di come sono cambiati nel corso del tempo, l'immagine tipica di una famiglia è svanita”. In Italia, l’operazione di ripulitura dei modelli negativi è partita dalla Rai, che secondo il contratto di servizio della nuova dirigenza ora ha il compito di “contribuire alla promozione della natalità e della genitorialità”. In Ungheria, dove si stima che quasi l’80% dei media pubblici sia controllato dal governo, è stata anche approvata una legge che vieta la “propaganda LGBTQ+”, ovvero qualsiasi rappresentazione di persone appartenenti alla comunità o di famiglie non tradizionali.

La correlazione tra modelli positivi di famiglia e realizzazione del progetto familiare, tanto per Orban quanto per il governo italiano, sarebbe diretta. In un’intervista ad Avvenire, il ministro per il Made in Italy Urso ha dichiarato che in televisione “la tendenza è sottolineare gli aspetti negativi di natalità e genitorialità. Mentre la sfida è rappresentarne i valori positivi e le emozioni che portano i bambini nelle famiglie. Anche perché da qui nasce predisposizione a prendersi cura degli altri, dei figli e degli anziani”. Poco importa se sul pianeta terra le cose vadano diversamente: gli italiani i figli li vogliono avere, ma non possono. Oltre la metà degli italiani desidererebbe avere due figli, quasi un quarto vorrebbe averne tre o più e la percentuale delle persone childfree (chi non ha figli per scelta) è del tutto irrilevante. Ogni anno l’Istat ci ricorda che sul tasso di natalità contribuisce anche il fatto che la decisione è rimandata sempre di più avanti nel tempo, a causa dell’incertezza economica. Forse, più che modelli di famiglie alla Mulino Bianco alla Rai, servirebbero stipendi più alti e contratti a tempo indeterminato.

L’ex ministra della Famiglia e ora presidente dell’Ungheria Katalin Novák, anche lei presente al summit demografico, un paio di anni fa pubblicava sui social un video in cui diceva alle donne come vivere una vita soddisfacente. Il consiglio era di non preoccuparsi del gender pay gap, perché “le donne non devono sempre competere con gli uomini” e che la scelta tra carriera e maternità è una falsa dicotomia. “Non bisogna credere che per una donna non sia possibile trovare soddisfazione come madre con molti figli che vive soltanto per la sua famiglia”. Per lei quella era la vera libertà, una visione non troppo dissimile da quella di Meloni. Che magari vincerà la sua battaglia demografica (anche se per ora le risorse messe in campo non fanno ben sperare). Ma a chi presenterà il conto da pagare?

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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