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Opinioni

Come il governo di Giorgia Meloni sta legittimando ancora una volta gli antiabortisti

L’ultimo attacco del governo Meloni al diritto all’aborto arriva in una maniera ancora più subdola, con un emendamento al decreto sui fondi del Pnrr.
A cura di Jennifer Guerra
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I diritti non si ribaltano in una notte. Nemmeno quando la Corte Suprema americana ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade, eliminando cinquant’anni di tutela del diritto di aborto negli Stati Uniti, è successo all’improvviso. C’è stato un lavoro inesorabile, cominciato il giorno dopo la depenalizzazione dell’aborto nel 1973 e passato attraverso la normalizzazione del discorso antiabortista, la legittimazione dei gruppi che si opponevano all’interruzione di gravidanza, l’endorsement di presidenti e altre importanti figure politiche, il lobbysmo nelle corti. Un lavoro lungo cinquant’anni che si è concluso il 24 giugno 2022.

In Italia, per quanto riguarda l’aborto, la percezione comune è che siccome c’è una legge che lo consente, allora una cosa come quella accaduta oltreoceano non può succedere. Anche all’indomani della decisione della Corte Suprema, la frase più ripetuta in Italia era: “Qui c’è la 194/78, da noi non è possibile cancellare l’aborto”. Ma, appunto, questa legge l’aborto lo consente e non lo protegge. Ed è una legge fragile, perché nei 46 anni trascorsi dalla sua promulgazione, è stata sconfessata, aggirata e strumentalizzata.

L’ultimo attacco arriva in una maniera ancora più subdola di quelle a cui il governo Meloni ci ha abituati, a pochi giorni dalla decisione del Parlamento europeo di inserire l’aborto tra i diritti fondamentali dell’Unione, ovvero con un emendamento al decreto sui fondi del Pnrr che stabilisce che nei consultori dovranno essere presenti associazioni “che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”. Formula che, nel gergo della destra, equivale a dire associazioni antiabortiste. Sin dalla campagna elettorale, Giorgia Meloni ha consolidato l’usanza di non esplicitare mai le sue intenzioni contro i diritti riproduttivi: ha sempre parlato di “piena applicazione della 194”, di “diritto a non abortire”, di “superamento delle cause dell’aborto”, parole che le consentono di non presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica (specie internazionale, che su questo tema la tiene particolarmente d’occhio) come un’antiabortista di ferro.

D’altronde, Meloni ha dalla sua una legge sull’aborto che le consente di smantellare l’accesso all’interruzione di gravidanza applicando la legge stessa. La prima parte della legge 194, dedicata alla “tutela sociale della maternità” è il modo in cui il governo ha giustificato la progressiva legittimazione delle associazioni antiabortiste, che sono a tutti gli effetti alleate del governo. Non va infatti dimenticato che Fratelli d’Italia (così come gli altri partiti di destra) in campagna elettorale ha firmato la “Carta dei principi” di ProVita e Famiglia, che impegna il governo a contrastare l’aborto, definito “soppressione di una vita umana inerme e innocente”. E infatti ancora una volta il partito si è difeso dalle accuse di favorire queste associazioni citando proprio la legge 194.

Il problema è che questi gruppi, che già a livello locale ricevono finanziamenti con soldi pubblici, ora possono godere di un’ulteriore legittimazione a livello nazionale. Queste associazioni non “sostengono la maternità”, ma convincono le donne a non abortire, utilizzando anche metodi amorali, ad esempio minacciandole che avranno problemi di fertilità o tumori al seno se interrompono una gravidanza, prassi documentata anche da alcune inchieste giornalistiche sotto copertura. Entrando nei consultori e negli ospedali col sigillo del governo, queste associazioni possono presentarsi ancora una volta per ciò che non sono, difendendosi pure dietro lo scudo della 194.

Proprio come negli Stati Uniti, la lotta contro il diritto di aborto in Italia è cominciata all’indomani dall’approvazione della legge 194/78. Fallito il referendum che ne chiedeva l’abrogazione nel 1981, il movimento antiabortista ha scelto altre vie, come quella del lobbysmo politico e della normalizzazione delle proprie istanze. Cancellare una legge dall’oggi al domani è un evento eclatante, mentre logorare un diritto dall’interno, lasciando la legge là dov’è ma di fatto impedendone sempre più l’applicazione consente di agire più in profondità, senza nemmeno che l’opinione pubblica se ne accorga.

Ma una legge resta solo un pezzo di carta se non viene applicata. E già oggi una persona che vuole interrompere la gravidanza deve confrontarsi con un’obiezione del 70% incontrastata, con strutture 100% obiettrici, con personale medico che nega antidolorifici o metodi abortivi e non applica le linee di indirizzo del Ministero, con colloqui “obbligatori” con non meglio specificati consulenti, con prassi umilianti e colpevolizzanti.

I diritti non si ribaltano in una notte. Negli Usa ci hanno messo 49 anni. In Italia potremmo non essere molto lontani, soprattutto se continueremo a ignorare che questi non sono “attacchi alla 194”, ma attacchi al diritto delle donne di decidere sul proprio corpo.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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