Piantedosi annuncia nuovi Cpr per le espulsioni: ActionAid dimostra che più detenzione non crea più rimpatri

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Mentre il Governo punta sull’apertura di nuovi Cpr per incrementare le espulsioni, il report di ActionAid smentisce l’efficacia della misura: i rimpatri dai centri sono in netto calo, dimostrando che l’aumento della detenzione produce solo maggiori costi materiali e umani senza garantire l’allontanamento effettivo.

Durante un question time alla Camera, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha annunciato la volontà di spingere le espulsioni per raggiungere la cifra di 10mila rimpatri entro la fine del 2026. Per conseguire questo obiettivo, il Viminale ha avviato le procedure per realizzare 6 nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), distribuiti tra Trentino-Alto Adige (due strutture), Calabria, Campania, Emilia-Romagna e Toscana, oltre al recupero immediato di 106 posti nelle strutture già attive in Sicilia, Sardegna e Lazio. Tra le localizzazioni ipotizzate figurano siti come Castel Volturno, Bologna, Aulla, Crotone, Trento e Bolzano. Questa accelerazione, tuttavia, non solo ha generato attriti con le amministrazioni locali e regionali, ma solleva un interrogativo di fondo: aumentare la capacità detentiva garantisce davvero un incremento delle espulsioni?

I dati di ActionAid: il crollo dell'efficacia dei Cpr

A smentire la premessa del Governo, secondo cui un aumento della capienza detentiva genererebbe automaticamente un incremento delle espulsioni, sono i dati ufficiali analizzati nel report Espulsioni. Un'analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025, pubblicato questa mattina da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Bari all'interno del progetto Trattenuti. Nel 2025 i Cpr italiani hanno registrato il record storico di ingressi con 6.835 persone trattenute. Ciononostante, i rimpatri eseguiti direttamente a partire dai centri sono crollati a soli 1.732, segnando un calo del 45,1% rispetto al 2022. Nel 2025, soltanto il 25,3% di chi è stato rinchiuso in un Cpr è stato effettivamente rimpatriato.

L'alternativa "invisibile": le espulsioni fuori dai Cpr

Ma allora, come avvengono i rimpatri? La lente d'ingrandimento sui dati mostra che il vero motore delle espulsioni si muove in gran parte lontano dalle sbarre dei Cpr. Nel 2025, su un totale di 4.784 rimpatri forzati, quasi due su tre (3.052 persone) hanno riguardato soggetti che non avevano mai messo piede in un centro di detenzione.

Non si tratta di un'anomalia recente: guardando al decennio 2015-2025, emerge chiaramente come oltre la metà degli allontanamenti coattivi sia stata eseguita senza un precedente trattenimento. Anzi, la forbice si sta allargando. Basti pensare che, tra il 2022 e il 2025, le espulsioni direttamente dai Cpr si sono quasi dimezzate (da 3.154 a 1.732), mentre quelle effettuate al di fuori del sistema detentivo sono quadruplicate, passando da 762 a ben 3.052.

Il peso delle conseguenze: costi umani ed economici

Scegliere poi di puntare in modo così massiccio sulla detenzione amministrativa porta con sé ripercussioni inevitabili, sia sul piano etico che su quello delle casse dello Stato. Da un lato c'è il costo umano, quantificabile nella privazione della libertà: nel 2025, il sistema ha "consumato" circa 148 giornate di trattenimento complessivo per riuscire a portare a termine un singolo rimpatrio dal Cpr. Un balzo in avanti impressionante se confrontato con la media di 62-84 giornate registrata nel periodo 2018-2024.

Dall'altro lato, c'è il bilancio economico. Mantenere in piedi questa complessa infrastruttura detentiva è costato, tra il 2018 e il 2025, oltre 217 milioni di euro. L'efficienza della spesa, inoltre, appare in forte calo: il costo vivo per ogni singolo rimpatrio effettuato dai centri è passato dai 6.455 euro del 2023 ai 16.560 euro del 2025, arrivando a toccare una stima complessiva (che include varie voci di spesa) vicina ai 20.200 euro per ogni persona allontanata.

Il fattore diplomatico e il nodo della trasparenza

Insomma, l'analisi del dossier sembra sottolineare un principio fondamentale: costruire un Cpr non crea automaticamente la "rimpatriabilità" di un individuo. Questa dipende intimamente dalle relazioni diplomatiche, dagli accordi bilaterali e dalla concreta volontà dei Paesi di origine di identificare i propri cittadini e fornire i documenti necessari. Quando questa rete di collaborazione si sfilaccia, come è accaduto nel 2025 con i voli charter verso la Tunisia, crollati da 1.705 a 360, l'intero sistema detentivo si paralizza, svuotando di senso la permanenza nei centri. A chiudere il cerchio su questa complessa politica pubblica è il tema della trasparenza. Valutare l'efficacia di misure così delicate richiede l'accesso a informazioni chiare; eppure, per il 2025, il Ministero dell'Interno ha negato i dati disaggregati sulle nazionalità dei rimpatriati, giustificando la scelta con la necessità di evitare che questi potessero subire sgradite "interpretazioni". Una chiusura che, in un contesto democratico, rende ancora più difficile un dibattito sereno e basato sui fatti su un tema cruciale come quello dell'immigrazione.

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