Con il 76,8% alle elezioni regionali, Luca Zaia è stato eletto governatore del Veneto per la terza volta. Il più votato di sempre, forte di un consenso che sicuramente l'emergenza coronavirus ha rafforzato, ma che di fatto è radicatissimo anni nella Regione da ormai un decennio. Già, perché Zaia incarna la presidenza della Regione dallo scorso 7 aprile 2010. Anno in cui l'Europa si stava ancora riprendendo dalla crisi economica del 2008, in cui un giovane ambulante si è dato fuoco di fronte a un palazzo istituzionale in Tunisia innescando la Primavera Araba, e in cui la Apple ha presentato il primo iPad. Avvenimenti totalmente scollegati tra loro, ma che danno un'idea di quanto tempo sia effettivamente passato dalla prima elezioni di Zaia.

Eppure il Veneto continua a rimettersi nelle mani del governatore leghista. Diventato ormai emblema del buongoverno in tutta Italia. Ma nemmeno l'amministrazione di Zaia è esente da mancanze, colpe o inadempienze. Che i consensi record cercano di tacere, ma che non possono cancellare.

Poca competitività, i giovani emigrano

Un governo va giudicato non solo nella sua capacità di rispondere ai problemi e alle emergenze. Ma anche per il futuro che riesce a costruire per i suoi cittadini più giovani. E negli ultimi anni il Veneto guidato dalla Lega non sempre ha avuto successo nel rispondere alle esigenze delle nuove generazioni. Basta guardare ai dati sulla fuga dei cervelli raccolti dalla Fondazione Migrantes: nel 2018 hanno lasciato la Regione 13.329 persone, di cui la maggior parte tra i 18 e i 34 anni. Molti possono contare su un'ottima preparazione e guardano all'estero per un impiego (e una retribuzione) che nella loro terra natale è semplicemente un'utopia. Questo comporta un saldo negativo per la Regione, che investe sulla formazione dei suoi giovani, ma non è poi in grado di adattare il mercato del lavoro ai suoi nuovi talenti.

Manca la competitività nel territorio, che appare sempre meno capace di trattenere le competenze che contribuisce a sviluppare. D'altronde, come riporta l'Osservatorio JobPricing, il Veneto è al settimo posto tra le Regioni italiane per reddito annuo lordo: i giovani si trovano allora a cercare fortuna altrove. E non si può certo biasimarli. Nel frattempo il tasso di disoccupazione tra quelli che rimangono cresce, passando dal 5,7% del 2007 al 12% dell'anno scorso. Mentre si continua a guardare al Veneto come una parte fondamentale della locomotiva d'Italia, attribuendone il merito al buongoverno della destra, non ci si rende conto di quanti giovani questa lasci indietro.

Sanità, troppi tagli e pochi medici

Molti di questi sono medici. Un altro dato che cozza con tutto quello che abbiamo sentito sulla sanità veneta negli ultimi mesi di pandemia. L'esodo dei medici verso l'estero è un problema dell'Italia intera, ma il Veneto ne detiene il primato. E i numeri sono in costante crescita. Anche in questo caso, a cercare migliori opportunità altrove sono specialmente i giovani tra i 28 e i 39 anni, che si formano sul territorio (rappresentando un costo che può anche arrivare a 150 mila euro), ma che poi non riescono a trovare lavoro. L'Ordine dei medici di Vicenza ha scritto una lettera direttamente a Zaia per denunciare i problemi derivati dai continui tagli della Regione alla sanità, in primis proprio la mancanza di organico. Si legge:

1300 i medici mancanti in Veneto. Questo numero va aumentando velocemente in virtù della forbice progressivamente più ampia tra entrate e uscite nel mondo lavorativo sanitario. Entro pochi anni, ne mancheranno altri 1000, se non saranno introdotti i correttivi necessari. Prima di analizzare le cause di questo deficit, vanno però preventivamente spiegate alla popolazione due semplici cose: Il taglio del personale sanitario (così come dei posti letto) è stato fortemente voluto sia dalle Regioni (e di questo, il Veneto se ne è sempre fatto un vanto) sia dallo Stato, in epoca di recessione, come potente manovra di risparmio.

Caro Governatore, nei suoi interventi, non vi è un solo cenno ad incentivi per i sanitari attualmente in servizio. Lei sa che molti medici, formati, esperti, stanno pensando di cambiare mestiere perché non gratificati? E non si parla di una gratificazione meramente economica, si parla di gratificazione sociale, mediatica [sì, mediatica], sgravio da carichi di lavoro non condivisi, o eccessivi. Un medico deve andare al lavoro sereno, nella consapevolezza che la sua unica missione è curare l’ammalato. Non può perdersi in burocrazia, sovraccarichi di lavoro, turni massacranti per coprire un collega assente in un contesto di organico ridotto all’osso per “ottimizzare le spese”. La Sanità non è un’azienda di bulloni.

Alla mancanza di migliaia di medici, Zaia ha pensato di risolvere aprendo ai neolaureati che non hanno ancora terminato la specializzazione, assumendone qualche centinaio, specialmente per il pronto soccorso. Una decisione che lo ha messo ancora una volta in luce come leader pragmatico che sa risolvere i problemi che si presentano. Ma la verità è che non si fa nulla per andare alla radice del problema. E si continua a scostare lo sguardo mentre la sanità pubblica continua a subire tagli, strizzando allo stesso tempo l'occhio ai privati. Luca Barutta, segretario dell’Anaao (il sindacato dei medici ospedalieri) della provincia di Belluno, ha avvertito: "I dati Veneti del confronto schede ospedaliere 2019-2023 rispetto al 2013 mostrano inequivocabilmente una riduzione di posti letto di -816 unità (-4,29%) e un aumento dei letti a gestione privata accreditata +833 (+4,56%). Inoltre è netta la decurtazione di letti per pazienti post-acuti, -1533. La riduzione complessiva tra letti per acuti e post acuti è di 1414 (-6,67%)".

Ambiente e inquinamento

C'è poi un'altra questione su cui la Regione non ha mai spinto per implementare finalmente le giuste politiche. Che nell'ultimo decennio si sono rese sempre più necessarie. Il Veneto è uno dei territori più inquinati d'Europa, ma la svolta green non è mai stata incentivata. E così si è arrivati al report Mal d'Aria 2020 di Legambiente, in cui ben quattro tra le dieci città più inquinate d'Italia sono venete: Rovigo, Venezia, Padova e Treviso. Scorrendo tra le prime quindici troviamo anche Verona e Vicenza. Solo a gennaio di quest'anno, cinque città italiane hanno già sforato per 18 volte i limiti di Pm10, cioè delle polveri sottili: due di queste (Padova e Treviso) sono in Veneto. In effetti, sottolinea lo studio di Legambiente, negli ultimi dieci anni le cose sono peggiorate invece di migliorare e nonostante il lockdown il primo trimestre del 2020 si è mostrato il peggiore degli ultimi cinque anni. Nell'ultimo decennio, in maniera ormai sistematica, sei capoluoghi su sette hanno sempre superato il limite di legge per quanto riguarda la quantità di polveri sottili nell'aria, arrivando addirittura a doppiare la media annuale che l'Organizzazione mondiale della Sanità indica come forma di tutela della salute umana. E intanto i cittadini continuano a pagare il prezzo dell'assenza di politiche che mirino davvero a contrastare l'inquinamento. Per non parlare del fatto che il Veneto sia stato teatro di un caso di contaminazione industriale tra i più gravi d'Europa, con l'inquinamento di una falda idrica che ha esposto centinaia di migliaia di persone a livelli allarmanti di Pfas, la sigla che indica le sostanze perfluoro alchiliche. Il problema è stato evidenziato nel 2013, quando una ricerca sperimentale su potenziali inquinanti effettuata nel bacino del Po dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dal Ministero dell’Ambiente ha segnalato un livello allarante di Pfas in acque sotterranee, acque superficiali e acque potabili.

Il Veneto fa poi da anni i conti con il dissesto idrogeologico. La tempesta Vaia del 2018 che ha schiantato al suolo milioni di alberi, distruggendo decine di migliaia di ettari di foresta nelle Dolomiti, non ne è che l'ultimo esempio. Lo shock termico del cambiamento climatico e le massicce opere di cementificazione sono una combinazione che può portare al disastro naturale, e la Regione lo ha sperimentato sulla sua terra. Ma l'amministrazione leghista continua a ragionare in un'ottica di emergenza, risolvendo i problemi una volta che i danni sono ormai fatti per poi sottolineare quanto veloci si è stati a mettere tutto a posto, senza però investire mai su delle politiche che punterebbero a risolvere le questioni a monte.

Lo scorso novembre l'acqua alta a Venezia ha raggiunto livelli record, provocando ingenti danni alla città. "Le fotografie del Consiglio regionale allagato a Palazzo Ferro Fini a Venezia che ho scattato lo scorso 12 novembre hanno fatto il giro del mondo. Durante la mezz’ora antecedente al disastro dell’acqua alta che ha messo in ginocchio Venezia, la Lega e Fratelli d’Italia continuavano a bocciare i nostri emendamenti al bilancio utili a contrastare i cambiamenti climatici", denuncia il consigliere regionale del Pd, Andrea Zanoni, rieletto gli scorsi 20 e 21 settembre. E ancora: "Ironia della sorte mente loro votavano contro le misure proposte in tema di trasporti elettrici, agricoltura sostenibile, piantumazione di alberi, risparmio energetico, fonti rinnovabili e altro ancora, il clima impazzito mostrava direttamente in aula quanto sia necessario agire con urgenza su questo fronte".

Mose, uno spreco da miliardi di euro

Non si può parlare di acqua alta senza parlare di Mose, il Modulo Sperimentale Elettromeccanico progettato per proteggere la laguna dall'alta marea. La realizzazione dell'opera è stata avviata nel 2003 e l'esecuzione dei lavori è stato affidato al Consorzio Venezia Nuova (Cvn), che opera per conto del ministero delle Infrastrutture e che nel 2014 è stato commissariato dallo Stato, visto il coinvolgimento di vari membri nelle indagini sui fondi illeciti, che hanno portato anche all'arresto dell'ex governatore Giancarlo Galan (di cui Zaia è stato il vice tra il 2005 e il 2008), condannato per  reati di corruzione, concussione e riciclaggio. Secondo la procura di Venezia ha percepito "uno stipendio di un milione di euro l'anno più altri due milioni una tantum per le autorizzazioni" necessarie all'opera.

Il costo complessivo del Mose, che negli anni ha continuato a salire, è di circa 6 miliardi di euro. C'è poi la questione dell'impatto ambientale, legata principalmente allo zinco rilasciato in mare dai panetti attaccati sulle paratoie (che alzandosi e abbassandosi dovrebbero prevenire inondazioni in caso di acqua alta) che servono a ritardare la corrosione della lamiera. Quello che fanno in realtà, tuttavia, è inquinare una laguna già di per sé avvelenata dai numerosissimi stabilimenti industriali e dal traffico navale. Non è tutto: si pone anche il problema della manutenzione e dei costi di gestione. Il Mose avrebbe dovuto essere completato nel 2016, ma in un'audizione alla Camera risalente a due anni fa l'ingegnere Francesco Ossola, amministratore straordinario del Cnv, aveva dichiarato che "ad oggi, sono completate le opere per una percentuale del 93%".

L'anno scorso Zaia ha definito il Mose "uno scandalo nazionale". E ancora: "Andavo forse alle elementari o alle medie quando parlavano di Mose. Prendiamo atto che ci sono 5 miliardi di euro sott'acqua e non abbiamo ancora capito quale sia il motivo per cui non è in funzione. Anche perché da quello che ci risulta il Mose è concluso. Mi interessa che si sappia che il Mose non è un'opera della Regione Veneto, non è un cantiere nostro, ma dello Stato". Zaia quindi, più che di cercare le risposte per i propri cittadini, prende le distanze e si preoccupa di sottolineare la sua estraneità ai fatti. Anche se è difficile credere che il presidente della Regione, in carica da un decennio, non sappia che il Mose non è ancora concluso, che manca ancora l'ultima tranche del finanziamento da svariati milioni, che la fine dei lavori è prevista tra il 2021 e il 2022 e, infine, che il commissariamento da parte dello Stato è scattato nel 2014 dopo che un'inchiesta anticorruzione abbia fatto scattare gli arresti per 35 persone, indagandone oltre un centinaio tra politici di primo piano e funzionari pubblici, per reati quali creazione di fondi neri, tangenti e false fatturazioni.

Pedemontana, un'altra opera tra irregolarità e poca trasparenza

Infine c'è la Pedemontana veneta. Un'altra opera che non è estranea a irregolarità, problemi di impatto ambientale e di trasparenza, sequestri, inchieste e incidenti. La realizzazione dell'infrastruttura è stata assegnata a Superstrada Pedemontana Veneta S.p.A. (che è subentrata all'ATI SIS SCpA – Itinere SA nel 2011) che riscuoterà i pedaggi per i primi 39 anni. Dopodiché tornerà alla Regione. Il costo è pari a 2.391 milioni di euro. I lavori dovrebbero terminare il prossimo anno. Nel 2018 la spesa è aumentata a circa 3 miliardi e l'amministrazione Zaia ha erogato un contributo straordinario di 300 milioni di euro alla concessionaria privata. Alcuni tratti sono già finiti diverse volte sotto sequestro. La prima volta nel 2016, quando un crollo uccise un operaio che stava lavorando al cantiere. La seconda volta nell'anno seguente a causa di un cedimento di una volta. E poi una terza volta la procura di Venezia ha sequestrato una galleria in quanto ha scoperto che parte dei materiali utilizzati non sarebbero muniti di certificazioni CE. Il che significa che non sarebbero abbastanza resistenti, con il rischio di incorrere in nuove irregolarità.

Insomma, nel Veneto di Zaia non andrebbe tutto così alla grande come un consenso elettorale al 77% farebbe credere. Ma nonostante ciò i cittadini continuano a scegliere la stessa amministrazione: nonostante le sfide siano cambiate, mentre i problemi (e chi ha il compito di risolverli) della Regione sono rimasti gli stessi, i veneti per la terza volta hanno scelto lo status quo. Legittimo, ma non si dica che a supporto di questa scelta ci sia un buongoverno privo di macchie. Perché non è così.