Partita Iva, se lavori come un dipendente potresti puntare all’assunzione: la sentenza della Cassazione

Lavoro continuativo, prestazioni da 8 ore al giorno, stipendio fisso e controllo da parte di un responsabile, ma niente Naspi, ferie retribuite o Tfr. È questa la situazione di chi ha una partita Iva ma, nei fatti, lavora come un dipendente. Una sentenza della Corte di Cassazione potrebbe mettere un punto a questa pratica adottata da alcune aziende.
Una pronuncia della Suprema Corte, relativa a un caso avvenuto a Milano, ha stabilito quali sono i necessari per riconoscere e dimostrare l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato anziché autonomo: si tratta di eterodirezione e integrazione aziendale. Attenzione, però: per ottenere l'assunzione da parte dell'impresa con cui si collabora come libero professionista occorrono elementi concreti a sostegno della propria posizione.
Lavoro autonomo e lavoro dipendente: quali sono le differenze
Il principio cardine che distingue un lavoratore autonomo da uno subordinato è l'eterodirezione, cioè la possibilità di decidere in modo indipendente i propri orari, le mansioni e le modalità con cui svolgere le attività affidate. Questa definizione è stata ribadita dalla Corte di Cassazione nella sentenza 21194/2020, relativa a un caso di accertamento della natura del rapporto di lavoro tra le parti.
Se questa libertà viene meno ed è qualcun altro a stabilire quali compiti debba svolgere il lavoratore, oltre a come e quando eseguirli, non si può più parlare di lavoro autonomo ma di lavoro subordinato. Un altro elemento distintivo è il potere di vigilanza del datore di lavoro sulle attività svolte: quando un superiore controlla l'esecuzione delle mansioni e può applicare sanzioni disciplinari, il rapporto assume caratteristiche tipiche del lavoro dipendente.
Naspi, ferie pagate e Tfr: cosa si perde chi lavora a partita Iva
Dal punto di vista contributivo e retributivo, chi lavora con la partita Iva versa autonomamente imposte e contributi, mentre per i dipendenti è il datore di lavoro a occuparsene. Cambiano poi in modo significativo le tutele disponibili: i lavoratori autonomi non possono accedere alla Naspi, salvo specifiche indennità previste per gli iscritti alla Gestione separata, non hanno diritto a malattia e ferie retribuite e non maturano il trattamento di fine rapporto.
Il nodo dell'inserimento nel ciclo produttivo
Un'altra differenza fondamentale tra liberi professionisti e dipendenti riguarda la continuità del rapporto e le modalità di remunerazione. La partita Iva garantisce infatti una maggiore flessibilità nei guadagni, caratteristica che difficilmente si riscontra in chi percepisce un compenso fisso dalla stessa azienda. Inoltre, chi lavora per un unico committente, adeguando orari e modalità operative alle esigenze dell'impresa, finisce per diventare parte integrante del suo sistema produttivo. Per questo la Cassazione definisce tale situazione come inserimento nel ciclo produttivo, una condizione incompatibile con i presupposti del lavoro autonomo.
Come dimostrare che si è lavoratori dipendenti e ottenere l'assunzione
Chi intende dimostrare di aver svolto un lavoro subordinato anziché autonomo e punta quindi a essere regolarmente assunto dall'azienda per cui lavora deve presentare elementi concreti a sostegno della propria tesi, come avvenuto nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione. In quella vicenda, un lavoratore formalmente inquadrato come titolare di partita Iva era riuscito a dimostrare l'esistenza di un rapporto di subordinazione grazie alle testimonianze dei colleghi e a documenti aziendali, come il piano ferie, dai quali emergeva la sua piena integrazione nel ciclo produttivo dell'impresa.
Grazie a queste prove, il lavoratore è riuscito a ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro dopo l'interruzione del rapporto da parte dell'azienda, oltre al pagamento delle mensilità arretrate.